L’immagine dello psicologo in Toscana. Lo psicologo nella cultura della regione Toscana (Carli, Paniccia e Salvatore, 2004)

febbraio 20th, 2013 | Posted by Igor Vitale in Uncategorized

L’immagine dello psicologo in Toscana. Lo psicologo nella cultura della regione Toscana(Carli, Paniccia e Salvatore, 2004)

Un articolo di Elisa Spisni

Il motivo di fondo che ha spinto ad attivare la ricerca sull’immagine dello Psicologo in Toscana non è solo quella di valutare la percezione sociale degli individui rispetto allo psicologo, ma rispecchia anche l’intenzione dell’Ordine degli Psicologi di costruire progetti a partire dai risultati di questa ricerca, e anche di renderla pubblica e diffonderla presso operatori ed amministratori come possibile base di programmazione del ruolo e rivisitazione dell’ immagine dello psicologo anche sul piano pubblico.

Lo scopo è di favorire non solo una diversa e più qualificata immagine della psicologia presso potenziali committenze ma soprattutto una politica di sviluppo della professione orientata in senso integrativo, centrata sull’idea di servizio

L’immagine dello psicologo nella Cultura Locale toscana appare di buon livello

Soltanto in un Repertorio Culturale lo psicologo viene visto criticamente e svalorizzato nella sua funzione. Si tratta, di una cultura – quella anomica – che è presente con una sua quota presumibilmente “fissa”in tutte le popolazioni segmentate culturalmente, e che rappresenta l’area pessimista e disadattata della Cultura Locale, ove si raggruppano le persone che non sanno guardare con fiducia e con realismo alla realtà sociale e culturale.

Nell’area rimanente della cultura esaminata, che rappresenta il 95% della popolazione partecipante all’indagine, la figura dello psicologo viene apprezzata, valorizzata e si propone una domanda professionale nei suoi confronti, anche se con modalità ed aspettative differenti.

Dall’analisi fattoriale emergono vari tipi di culture in Toscana ognuna con una percezione e delle aspettative diverse rispetto allo psicologo e alla psicologia:

  • Cultura del civismo locale: emerge, una cultura orientata alla valorizzazione del solo territorio di appartenenza; una cultura fondata sul rispetto delle regole e delle norme da parte di tutti, amministratori ed amministrati, servizi e clienti dei servizi. Una cultura fondata su:

• fiducia nell’amministrazione politica locale.

• fiducia nei servizi al cittadino.

• reciprocità nel rispetto delle regole del gioco.

In questa cultura non viene assegnata rilevanza allo psicologo, ed è visto nella realtà attuale, come figura professionale competente ma costosa nella sua prevalente o esclusiva attività privata. Lo sviluppo futuro della professionalità psicologica è previsto ed auspicato, in una sua funzionepubblica, di facilitazione del rapporto tra Amministrazioni Locali e cittadini.

In questa cultura si è molto interessati a valutare il funzionamento delle amministrazioni pubbliche e dei servizi, si è soprattutto attenti ad una loro gestione trasparente e coerente con le regole. Lo psicologo è visto quale figura professionale marginale, elitaria, chiuso entro l’attività privata, quindi identificato con la psicoterapia che, tradizionalmente, viene vista come prassi da svolgere nel privato, interessante e appoggiata sulla competenza dello psicologo stesso, ma costosa, proprio perché con un costo totalmente a carico del cliente – paziente. Lo psicologo – psicoterapeuta, quindi, sembra estraneo alla tematica dell’efficienza dei servizi e dell’intero sistema sociale, al civismo locale che fonda prioritariamente l’efficienza stessa. Sembra che lo psicologo, nella sua realtà attuale, venga visto come disinteressato al problema, ai margini delle questioni trattate, prevalentemente attento alla qualità ed all’eccellenza di una attività, quella psicoterapeutica, che concerne i singoli individui ed i cui risultati sono ininfluenti sulla crescita dei sistemi di convivenza. Un’attività psicoterapeutica vissuta come totalmente autoriferita, chiusa in sé, funzionale alle sole poche persone che ad essa possono accedere, per interesse e per via d’una buona condizione economica.

Questo si riferisce al presente della psicologia. Non il suo futuro: futuro in cui il contributo dello psicologo lo si prevede orientato ad un intervento sulla competenza nelle relazioni tra cittadini e sistema sociale comune.

Il Campione è composto da persone di sesso femminile, residenti nella zona di Versilia. Persone che non leggono di politica, d’economia e di tecnologia.

  • Cultura anomica: emerge una profonda sfiducia nei confronti del sistema paese, come anche che delle strutture locali. L’assenza di rispetto per le regole del gioco e la disattesa sistematicadelle normeda un lato e l’appartenenza ai gruppi di potere quale unica via per il successo, sono i due elementi che fondano la rassegnazione e la disperazione quali emozioni caratterizzanti la convivenza. La figura su cui si può “contare” è quella del politico, vista come coerente con la cultura del privilegio, della valorizzazione di un’appartenenza ai sistemi di gestione del potere, della violenza sociale. L’anomia è alimentata anche dalla percezione di una scarsa funzionalità delle differenti strutture sociali e di tutti i servizi.

Emerge sfiducia nel sistema sociale locale e nel sistema paese, e l’unica risorsa a disposizione dei cittadini sembra essere l’appartenenza ai gruppi di potere della politica e del privilegio.

La professione di psicologoè vista negativamente, quale professione collusa con il potere violento, scarsamente utile e competente. Lo psicologo, poco considerato, è comunque svalorizzato e percepito come complice del sistema di potere; quindi poco utile e marginale entro l’area delle professioni. Lo psicologo è visto come psicoterapeuta privato, come professionista che ha a che fare con i ceti sociali alti, con chi detiene il potere economico.

Il campione è composto da persone di sesso maschile, residenti nella zona di Pisa e Livorno. Liberi professionisti o coadiuvanti, prestatori d’opera; leggono di economia, politica,

tecnologia e fumetti.

  • Cultura del familismo: E’ la cultura del cittadino arrabbiato ed impaurito nei confronti di un sistema sociale percepito come minacciante. L’unica soluzione alla minaccia è quella di arroccarsi entro la famiglia, vero e proprio bene-rifugio nei confronti del pericolo rappresentato dal sistema sociale più ampio. Emerge, una scissione tra sfiducia nel sistema sociale, nella sua gestione politica e manageriale da un lato, e attesa fiduciosa nella tecnicalità e nella competenza professionale dall’altro. Nella cultura in analisi emerge quindi una fiducia convinta nell’eccellenza tecnica e nella professionalità.

Lo psicologo è una figura professionale importante per quest’area culturale. Si vuole uno psicologo orientato ad intervenire entro quel sistema familiare (tutelare le famiglie; sostenere i minori) che rappresenta il luogo di rifugio nei confronti di un sistema sociale impaurente.

La funzione dello psicologo non è quella terapeutica, quanto di aiutoe di sostegno utile alle famiglie. Una sorta di tutore della famiglia; di mediatore tra la famiglia ed il sistema sociale.

Lo psicologo è visto come professionista competentee sensibile. Orientato, quindi, all’affiliazione ed alla riuscita, non al potere. In questo, lo psicologo è assimilato ai “giovani” e viene differenziato da figure sociali quali l’imprenditore, il giornalista, il magistrato ed il banchiere, visti come dotati di un potere forte, univocamente, senza competenza sulla relazione e senza competenza professionale. Anche lo psicoterapeuta, assimilato al medico, appartiene a queste figure forti e si differenzia dallo psicologo.

Lo psicologo, quindi viene percepito come un alleato del sistema familiare “debole”; al contempo, è differenziato da altre figure professionali che, tutte, sono univocamente orientate al potere, quindi minaccianti e fonte di sfiducia. Anche all’interno dell’area professionale psicologica, quindi, s’annida la tentazione di inseguire il potere, a scapito della competenza e della fiducia concessa da chi si rivolge allo psicologo stesso. Di qui la richiesta di studi approfonditi e di una lunga pratica professionale supervisionata, quali condizioni per una garanzia della competenza stessa.

Lo psicologo, viene valorizzato quale aiuto alla famiglia ed ai suoi problemi; uno psicologo sensibile e competente, purché formato da studi approfonditi e da lunga pratica. Uno psicologo che non appartiene al contesto delle figure forti, dotate di potere sociale.

Il campione è composto da persone di sesso maschile, ad alto reddito, della zona di Grosseto. Leggono soltanto di viaggi e di sport. Conoscono poco la situazione professionale dello psicologo e non hanno mai pensato di rivolgersi a lui.

  • Cultura socializzante: E’ una cultura che valorizza sia il sistema paese che il territorio d’appartenenza, rilevandone la funzionalità e l’efficienza. Si è orgogliosi di abitare nel territorio toscano ed in Italia, due sistemi per i quali si prevede un elevato sviluppo.

Lo psicologo è visto come professionista utile alla famiglia ed ai suoi problemi; valorizzato anche entroil più ampio sistema sociale.

Lo psicologo, che deve approfondire studi, pratica ed analisi personale, può essere utile per i problemi del territorio e delle organizzazioni. Nelterritorio, oltre alla famiglia ed ai minori, lo psicologo si può occupare della marginalità: integrare gli immigrati e ridurre la criminalità. L’integrazione degli immigrati comporta la valorizzazione dell’estraneo quale risorsa per il contesto. In questo la funzione integrativa si differenzia dall’azione assistenziale, e richiede una competenza psicologica. Un’integrazione che non comporti perdita dell’identità, sia nel sistema d’appartenenza che nell’estraneo, comporta anche riduzione della criminalità e dell’aggressività sociale.

Nelle organizzazioni, lo psicologo può occuparsi di selezione, formazione, potenziamento dei servizi, sviluppo della qualità. Può quindi contribuire a coniugare efficienza organizzativa e sviluppo dell’orientamento al cliente.

La funzione dello psicologo è utile, rassicurante, aiutante e necessaria. La sensibilitàè la sua caratteristica più valorizzata.

Lo psicologo viene differenziato dallo psicoterapeuta: quest’ultimo è un medico specializzato e si occupa della malattia mentale. Lo psicologo si occupa di sofferenzapsichica, intesa quale problema degli individui entro ilpiù ampio contesto sociale. Questa è un’informazione interessante. Di solito, quando si parla di sofferenza psichica si fa riferimento ad una psicologia dell’individuo e la sofferenza diviene l’elemento legittimante un intervento psicologico mutuato dal modello medico; qui sofferenza ha lo stesso significato di malattia. Nel caso della cultura in analisi, invece, la sofferenza psichica è vista nell’ottica di chi non è integrato entro il sistema sociale, di chi non vede le organizzazioni orientate alle sue aspettative. Si parla di sofferenza, mettendosi nei panni del cliente, o dell’estraneo ignorato o rifiutato. Si parla di un evento che è quanto di più distante ci sia dalla nozione di “malattia”.

Si guarda allo psicologo non solo per problemi che riguardano la famiglia; lo psicologo può essere utile per problematiche che riguardano le personeentro il contesto sociale. In sintesi, si tratta di una cultura integrata nel contesto, che valorizza lo psicologo quale professionista utile ad incrementare tale integrazione tra persone e contesto, intervenendo sui problemi di marginalità sociale e di efficienza organizzativa.

Il campione è composto da persone di sesso femminile, che leggonodi salute e di bellezza, non di sport, viaggi o tecnologia. Si conosce la situazione professionale edordinistica deglipsicologi, si è già sperimentata la relazione con lo psicologo e si è desiderato di fare lo psicologo.

  • Cultura dell’ attesa contestuale: Si tratta di una cultura di persone sfiduciate sulla funzionalità e sulla qualità dei servizi, che pensano ad un territorio inefficiente, compromesso dal mancato decentramento dei poteri amministrativi. Pensano di convivere con persone disperate, scontentedi abitare in Italia, senza valori e modelli su cui contare.

Sembra una cultura in attesa di chi la possa redimere dal localismo pretenzioso, per traghettarla verso il civismo locale. La psicologia può essere, un fattore importante in questa dinamica culturale e nella sua evoluzione.

L’immagine attuale dello psicologo, assimilato alle figure responsabili del deterioramento di efficienza nel paese, è deteriorata ed aggredita. Ancora una volta, l’assimilazione dello psicologo che opera concretamente nel reale allo psicoterapeuta, induce questa identificazione dello psicologo stesso con le figure che detengono il potere nazionale e che osteggiano il decentramento dei valori, dell’ideologia, dei sistemi che reggono ed influenzano la convivenza. Lo psicologo è assimilato al mago, si occupa di cervello, ed opera alla ricerca del suo successo personale. E’ quindi inattendibile, nella sua tendenza a rendere passive e dipendenti le persone che a lui si rivolgono. L’immagine negativa dello psicologo, deriva dalla sua assimilazione allo psicoterapeuta, in particolare allo psicoanalista.

Emerge, in sintesi, un forte pregiudizio nei confronti dello psicologo: una sorta di medico non legittimato, ove cervello e mente vengono confusi in modo allarmante; ove è sottolineata l’arroganza del voler trattare terapeuticamente, del volersi assumere ruoli e funzioni che spettano al medico spostando, entro l’area della terapia, problemi che non possono essere soggetti al potere medico. Di qui l’assimilazione dello psicologo al mago, e la sottolineatura della dipendenza che lo psicologo esige da chi a lui si rivolge: dipendenza che ricalca quella del paziente dal medico, ma senza quella giustificazione tecnica che la relazione medico-paziente comporta. Di qui, anche, la mancata presenza dello psicologo entro laproblematica sociale locale, chiuso com’è entro interesse ed attenzioneper i singoli individui.

La psicologia, al contrario, viene valorizzata quale modo d’intervenire nei contesti sociali. Si pensa alla scuola e alla sanità, non alle singole persone.

La funzione della psicologia è, ancora una volta, quella di potenziare il rapporto tra cittadinie sistema sociale. E’ una funzione di potenziamento della relazione tra individuo e contesto. Si persegue l’integrazione delle componenti deboli del sistema sociale, così come l’incremento della funzionalità dei servizi.

L’intervento ed il cambiamento sono le modalità d’azione della psicologia.

La sfiducia che caratterizza questa cultura nei confronti del sistema sociale si ripercuote sulla figura dello psicologo: figura poco credibile, attenta al successo personale e volta ad approfittare della confusione tra biologico e psicologico per creare dipendenza da sé e dal proprio intervento psicoterapeutico.

C’è, al contrario, una forte aspettativa nei confronti della psicologia, che proponga interventi sulla relazione tra individui e contesto, affrontandone le problematiche di funzionalità e di servizio alla comunità. Come se la psicologia potesse rappresentare il luogo di sfogo della scontentezza, della rabbia, al contempo contribuendo al ripristino di funzioni importanti, quale la scuola e la sanità, che sono istituzioni – simbolo per un collegamento tra stato nazionale e governo locale della cosa pubblica e dei servizi. La domanda rivolta, implicitamente, alla psicologia è quella di ripristinare la fiducia nel sistema sociale locale, per traghettare una cultura reattiva e campanilista entro modelli ed aspettative più mature, più evolute, quali quelle rilevate nella cultura del Civismo locale.

La scissione tra psicologo e psicologia è riferibile alla sfiducia nell’attuale popolazione degli psicologi, residuo probabile della scarsa credibilità che, nel recente passato, ha goduto la formazione degli psicologi nelle università italiane. Cattiva stampa che gli psicologi godono, entro la cultura in analisi, pur conservando la psicologia una sua immagine prestigiosa e utile.

Chiamando Attesa contestuale quest’area culturale, si vuole sottolineare l’attesa che la psicologia intervenga su contesti di convivenza; contesti deteriorati, nella rappresentazione collusiva di questo Repertorio Culturale, ma entro i quali si può evidenziare una domanda di sviluppo, di cambiamento.

Il Campione è composto da studenti, e da persone con il titolo di studio elementare e medio. Conoscono molto poco la situazione professionale degli psicologi.

  • Cultura attesa psicoterapeutica: è la cultura delle persone contente, soddisfatte e fiduciose nel sistema dei valori e delle regole del gioco che fondano la convivenza, in Toscana e nell’intero paese. Si scommette sul futuro, senza alcun sintomo di anomia. Ma il futuro sembra dover corrispondere pienamente al presente, entro una visione conformista dellostatus quo. Sembra una cultura senza problemi, anche perché senza una domanda di funzionalità specifica al sistema paese come al territorio d’appartenenza.

Lo psicologo viene identificato totalmente con lo psicoterapeuta, si occupa delle dinamiche mentali dei pazienti. Lavora, con singole persone, caratterizzate da sofferenza psichica. Ciò che è importante per lo psicologo è la competenza, mentre non si dà rilievo alla sua sensibilità ed alla gentilezza verso le persone che a lui si rivolgono. Nella cultura in analisi, viene escluso ogni impegno sociale dellopsicologo, al di fuori della cura dei singoli.

Il Campione è composto da persone dal basso reddito. Conoscono bene la situazione ordinistica e professionale degli psicologi e ne approssimano esattamente il numero in Italia. Non c’è un particolare riferimento a una specifica zona di appartenenza.

1.5La psicologia nei mass media

I mezzi di comunicazione di massa (Blandino, 2000) costituiscono uno dei luoghi in cui si manifestano le aspettative e le fantasie dell’opinione pubblica sulla psicologia. Gli usi della psicologia che vengono fatti nei media sono tre:

  • un uso illusorio, ovvero falso e manipolatorio, che produce una visione della psicologia riduttiva, distorta, confusa e anche squalificante. È l’utilizzo più dannoso e antipsicologico, è errato concettualmente e abbastanza pericoloso sia per l’immagine e il ruolo sociale della disciplina, sia per lo stesso pubblico. Presenta una psicologia falsa e inesistente come se si trattasse di una scienza che conosce i segreti della mente, capace di eliminare le sofferenze umane, in realtà promuove solo illusioni di benessere a prezzo di manipolazioni e negazioni. Si tratta di una antipsicologia e antiscienza, anche se ad assumere queste posizioni sono figure note. L’uso illusorio della psicologia è responsabile di una concezione onnipotente e onnisciente sia della psicologia sia del ruolo dello psicologo e di una conseguente aspettativa magica nei loro confronti.
  • un uso consolatorio, ovvero difensivo e razionalizzante, è un uso inutile, superficiale e generico che assomiglia più a consigli e parole di conforto o di buon senso che a una disciplina scientifica. L’uso consolatorio comporta la distribuzione di consigli di comportamento su qualsiasi argomento, gli inviti sulle cose da fare, l’elogio alla buona volontà, ma soprattutto il rafforzamento di razionalizzazioni difensive, il privilegiare di tecniche psicoterapeutiche adattive e un uso sfrenato di test (o sedicenti tali) su qualsiasi argomento. È un uso molto diffuso soprattutto nei periodici femminili di largo consumo.
  • un uso trasformativo, ovvero finalizzato al pensare e al sentire. È l’uso proficuo della psicologia come modulazione della sofferenza umana e dell’ansia, rappresenta un uso circoscritto e parziale che, mostrando i limiti della scienza e della sua impotenza, invece di negare le sofferenze e l’angoscia con generiche rassicurazioni o risoluzioni miracolose ne riconosce il significato e l’inevitabilità aiutando la persona a riflettere e pensare. Un uso interrogativo, piuttosto che responsivo, finalizzato ad aiutare, osservare, osservarsi meglio e ad acquisire una maggior consapevolezza della realtà mentale ed emotiva. Senza promesse di evitare il dolore, guida la persona a tollerare e gestire meglio la sofferenza.

Entrambi gli usi, illusorio e consolatorio tendono a proporre un modello di psicologia in modo assoluto e incondizionato modelli teorici-epistemologici e tecniche di intervento, presentandoli come se fossero gli unici, ignorando e non riconoscendo (spesso intenzionalmente) la varietà di modelli psicologici che tutti insieme costituiscono la psicologia. Questi modelli sono all’origine di una immagine di psicologia banale, che facilita gli attacchi da parte delle persone che sono pregiudizialmente mal disposte nei suoi confronti.

“L’uso della psicologia trasformativo allo scopo di aiutare a modulare la sofferenza sarebbe quello da privilegiare nei media. Significa infatti avere attenzione e ascolto per gli altri, ma anche promuovere la riflessione e la chiarezza, evitare le confusioni, e cercare sempre di distinguere e differenziare a cominciare dai sentimenti e dalle emozioni in funzione di dare loro un nome e un senso. Significa non etichettare presuntuosamente né proporsi dall’alto come colui che sa tutto , ma colui che accompagna in un processo di conoscenza e in questo processo è coinvolto.” (Blandino 2000, 58). L’uso della psicologia come strumento per pensare tende a non subire degli abusi , ma a ricevere rifiuti , perché faticoso e impegnativo, non promette facili soluzioni ma pone di fronte a problemi e anche al fatto che in molti casi non sa né può offrire risposte. L’unico rischio che può correre è quello di essere confinato nelle pagine culturali dei giornali letti da pochi o nelle fasce orarie di minimo ascolto delle radio e delle televisioni. Un’altra importante caratteristica è che non assume un punto di vista come se fosse l’unico, ma mette a confronto pareri diversi con la consapevolezza che in psicologia i modelli e le teorie sono molti.

La compresenza di un’aspettativa illusoria e consolatoria rispetto alla psicologia spiega perché i media le dedicano così tanto spazio e perché le tematiche psicologiche sono argomenti che suscitano molto interesse nel pubblico. A causa di queste aspettative la psicologia è percepita come una “parente” della medicina secondo un effetto alone, ma questo genera una grande confusione nel pubblico, non si sa quanto la psicologia ha a che fare con la medicina e da essa dipenda, e quanto invece abbia una propria specificità e autonomia.

Queste aspettative (illusorie e consolatorie) derivano inoltre dal fatto che gli psicologi sono percepiti come possessori del segreto della felicità, che posseggano le conoscenze per eliminare l’ansia e la sofferenza.

Una conseguenza di queste false e distorte aspettative nei confronti della psicologia, porta inoltre ad attacchi e resistenze che sfociano in squalifiche della disciplina. Attacchi come mettere in dubbio le sue potenzialità e l’utilità delle sue applicazioni. Sono soprattutto i professionisti delle scienze esatte quali fisici, chimici e medici a percepire in modo maggiormente negativo la psicologia, rispetto ad altri professionisti e al pubblico. Spesso si critica la psicoanalisi classica perché troppo lunga e costosa, comunque troppo vecchia. Questi sono articoli che regolarmente compaiono su quotidiani, riviste e programmi televisivi spesso sono strumentali per promuovere tecniche psicoterapeutiche alternative più rapide, ma mostra anche una fantasia che è ben presente nel pubblico e che i media riprendono e rilanciano: fare in fretta.

Un problema che complica le cose e aumenta la confusione nel pubblico è che le tematiche psicologiche riguardano la quotidianità di tutte le persone e molti ritengono che rientrino nel senso comune e quindi si considerano in diritto di poterne parlare ed emettere valutazioni anche se sono incompetenti in materia. Così spesso anche senza volerlo i media tendono a confondere le idee sulla psicologia. Errate presentazioni di psicologi, questionari spacciati come accreditati e in grado di offrire il profilo della personalità nei lettori, interpretazioni di sogni affrettate che si confondono con la cabala e la tradizione popolare. C’è il giornalista che chiede il “parere” allo psicologo su temi specifici, quello che lo intervista su temi di attualità generale e quello che scrive direttamente di psicologia. C’è lo psicologo semisconosciuto che ha una rubrica specifica e lo psicologo famoso che ha una rubrica in cui si occupa di vari soggetti. C’è la trattazione di una tematica non psicologica, svolta con rimandi alla psicologia, e la trattazione di tematiche psicologiche svolte in modo non psicologico o addirittura antipsicologico. C’è l’argomento trattato in modo pluridisciplinare e c’è il parere sociologico o antropologico presente come se fosse una risposta psicologica.

Sono tutti elementi che contribuiscono a diffondere una immagine errata o confusionaria della psicologia, per cui è facile che gli utenti se ne costruiscano un immagine e delle opinioni che non rispecchiano la sua vera natura e scientificità. Così la televisione invece di promuovere un’educazione alla scienza, una divulgazione scientifica, privilegia la spettacolarizzazione della stessa. Lo scopo non è quello di trasmettere un’informazione scientifica obiettiva con l’obiettivo di istruire gli utenti, ma quello di evidenziare gli aspetti sensazionali, curiosi e scandalistici degli eventi. La scienza in tv diventa spettacolo e di conseguenza anche la psicologia lo diventa.

In generale ciò che viene comunicato nei mass media e definito come psicologia in realtà non è psicologia, è prevalentemente una psicologia del senso comune come insieme di abitudini, pregiudizi, opinioni, credenze, miti e leggende.

I mass media trasmettono un modello implicito di psicologia che non corrisponde allo statuto scientifico della disciplina: la psicologia viene presentata come una scienza unitaria, come se fosse una ed una sola e non ci fossero invece molti orientamenti, scuole, teorie, spesso in conflitto tra loro e talvolta anche opposti. Al pubblico non viene mai ricordato che le psicologie sono tante come tanti sono i metodi e le tecniche di intervento e sarebbe perciò opportuno parlare di psicologie e definire sempre in modo preliminare il modello teorico di riferimento. La mancanza di distinzioni e differenziazioni genera un’immagine della psicologia confusa. La figura dello psicologo può essere diversissima a seconda del campo in cui opera e soprattutto dall’orientamento teorico e metodologico che utilizza. All’interno della disciplina ci sono molteplici e diversi punti di vista, per cui parlare di psicologia e psicologo in generale non è opportuno, ma sarebbe più adeguato parlare di quale psicologia si parla e con quale psicologo si interagisce.

Inoltre i mass media trasmettono un immagine riduttiva della psicologia, come se l’unica psicologia fosse quella clinica, come se non esistessero altri campi e altri metodi. L’atteggiamento riduttivo si manifesta all’interno della stessa psicologia clinica concepita solo come psicoterapia, in realtà la psicologia clinica non è solo psicoterapia e la psicoterapia rappresenta un metodo di lavoro non univoco. L’ottica riduttiva dei mass media, sconfina nella confusione e nel generico. Un’ulteriore atteggiamento riduttivo è la concezione di psicoterapia come solo psicoanalitica, ma anche in ambito psicoterapeutico esistono tante teorie.

Il pubblico, i mezzi di comunicazione e anche a volte gli stessi psicologi alimentano questa fantasia e presentano lo psicologo come se fosse un clinico psicoterapeuta e psicoanalista. Questo atteggiamento riduttivo porta ad un’immagine parziale e falsa della psicologia, per cui lo psicologo è colui che interpreta i sogni e nell’immagine collettiva viene rappresentato accanto al lettino d’analisi.

In generale nel modo in cui la psicologia viene rappresentata dai media, ad eccezione di alcune pagine letterarie e culturali, prevale un approccio classificatorio che cataloga la psicologia e gli psicologi sotto un etichetta. Gli studi sul pregiudizio di Allport mostrano che la tendenza a categorizzare ed etichettare portano a enfatizzare una caratteristica specifica della persona a spesa delle altre caratteristiche. Ma l’etichettatura comporta una reazione ad essa conforme, perciò continuare ad etichettare certi comportamenti o certi ruoli induce una reazione comportamentale pubblica allineata a queste caratteristiche e cioè incrementa i pregiudizi.

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