Le emozioni nella psicoanalisi di Freud

novembre 10th, 2013 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

Sigmund_Freud_1926di Roberto Desiderio

 

<Quasi tutti gli psicoanalisti sono clinici impegnati nella pratica privata della psicoanalisi; i loro scritti non si occupano dei dati sperimentali, ma della coerenza della teoria e della sua applicabilità alla pratica terapeutica. Sebbene i casi clinici che essi presentano siano costellati di riferimenti alle emozioni, sono stati relativamente scarsi i tentativi di elaborare una teoria psicoanalitica delle emozioni.> [1](Plutchik 1994)

Come scrive Plutchik, non c’è una vera e propria teoria psicoanalitica delle emozioni, ma risulta utile osservare come, durante i vari mutamenti del pensiero psicoanalitico, cambi il modo di definire gli affetti.

Freud e le emozioni

La teoria di Freud esprime concetti molto vasti e la trattazione di tutti gli argomenti oltre alle varie ramificazioni della sua teoria richiederebbero un approfondimento più dettagliato che in tale sede è preferibile tralasciare; verranno comunque analizzate, in maniera approfondita, le sue idee sulle emozioni, o, come gli psicoanalisti preferiscono dire, sugli affetti. Nel parlare di affetti, Freud fa riferimento alla sulla teoria delle pulsioni, ipotizzandone l’esistenza di due classi: le pulsioni sessuali e le pulsioni dell’io. Secondo questo approccio, le pulsioni sono stimoli interni che influenzano il comportamento dell’individuo e lo spingono a determinate azioni, caratterizzate ognuna da tre elementi: una fonte, una meta ed un oggetto. La fonte di ogni pulsione ha un origine interna specifica, di natura biologica o biochimica, che provoca uno stato di tensione interna che spinge l’individuo verso una meta, allo scopo di scaricare la tensione. L’oggetto della pulsione, invece, rappresenta sia il fine che il mezzo attraverso il quale la pulsione raggiunge la sua meta; può trattarsi di una persona, di un oggetto parziale, di un oggetto reale o fantasmatico. Delle pulsioni dell’Io fanno parte la fame, la sete, l’aggressività[2] e tutti gli impulsi rivolti al controllo del comportamento altrui, come esercitare potere, attaccare e fuggire. Successivamente modificò la sua teoria introducendo i concetti di pulsione di vita e pulsione di morte.

Sebbene la teoria di Freud sulle pulsioni non sia una vera e propria teoria delle emozioni, fornisce delle basi per le interpretazioni pscoanalitiche degli affetti, in particolare l’ansia e la depressione. In Inibizione, sintomo e angoscia[3] Freud descrive l’ansia come il risultato di una valutazione da parte dell’Io riguardo alla pericolosità di impulsi interni o eventi esterni, come la fame, l’assenza della madre, la perdita d’amore, la coscienza o la castrazione. Questa valutazione, quindi, determina la risposta emozionale successiva e non è il risultato di una rimozione, come l’autore sosteneva precedentemente, bensì è la ragione di essa. Questa interpretazione psicoanalitica delle emozioni, esemplificato al caso dell’angoscia, ebbe numerose conseguenze. Prima di tutto sollevò la questione circa la natura inconscia di un’emozione, cioè se una persona può sperimentare una determinata emozione senza esserne consapevole. Freud, sebbene abbia parlato di angoscia inconscia e senso di colpa inconscio, non era soddisfatto di questa idea, poichè considerava l’emozione come un processo reattivo. In L’inconscio[4] aveva affermato <Fa certamente parte della natura di un sentimento il fatto che esso sia avvertito, e quindi noto alla coscienza. La possibilità di uno stato inconscio sarebbe dunque completamente esclusa per i sentimenti, le sensazioni (interiori), gli affetti. Tuttavia nella prassi psicoanalitica siamo avvezzi a parlare di amore e odio inconsci, di collera inconscia, e accettiamo persino, reputandola inevitabile, la singolare combinazione terminologica di una “coscienza inconscia della propria colpa (…) A rigore non ci sono dunque affetti inconsci nello stesso modo in cui vi sono rappresentazioni inconsce.>[5] Solo una volta formulata la sua ultima teoria sull’angoscia Freud riuscì a risolvere questo problema sostenendo che la valutazione di un evento può essere inconscia sebbene il processo di risposta non lo sia.

Un ulteriore aspetto da prendere in considerazione è il problema del riconoscimento delle emozioni negli altri. Per Freud nell’espressione di un’emozione possono verificarsi vari spostamenti e trasformazioni volti ad impedire all’affetto di apparire alla coscienza liberamente. In questa prospettiva  sogni, associazioni libere, lapsus linguae, postura, espressioni facciali e tono della voce assumono particolare importanza come indicatori di emozioni rimosse da un individuo. In tutti questi casi l’affetto inconscio riemerge alla coscienza grazie ad un indebolimento dei meccanismi di censura.



[1] Nel suo libro Psicologia e biologia delle emozioni Plutchik, parlando di teoria psicoanalitica delle emozioni, presenta il contributo di due psicoanalisti, Sàndor Radò e Charles Brenner. Per una maggiore argomentazione al riguardo, si rimanda il lettore a Plutchik (1994), Psicologia e biologia delle emozioni pp.100-105.

[2] Il concetto di aggressività da un punto di vista psicodinamico verrà trattato in maniera approfondita nel capitolo 6.

[3] Freud 1925

[4] Freud 1915 in Metapsicologia, Bollati Boringhieri.

[5] Ibid.

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