Definizione di disgusto in psicologia

marzo 5th, 2014 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo

Cosa significa disgusto in psicologia

Il disgusto come emozioni e alcune sue interpretazioni culturali

Stefania Porcu

disgusto

La definizione di disgusto (composto dal prefisso dispregiativo dis e gusto) che ci dà il vocabolario è: sensazione di nausea, di ripugnanza, specialmente nei riguardi degli odori e dei sapori, e, in senso figurato, repulsione morale, insofferenza, avversione. Il suo aggettivo, disgustoso (come i suoi sinonimi stomachevole e schifoso), è riferito a qualcosa di nauseante, ripugnante, o a qualcuno di estremamente sgradevole con una forte valenza psicologica.

Si tratta di un’emozione caratterizzata da un comportamento tendente ad allontanare qualcosa o qualcuno, da una sensazione di sporcizia e contaminazione e da una reazione fisiologica come la nausea e il vomito. La tendenza di chi prova disgusto è quella di evitare contaminazioni e malattie.

Nel corso degli anni sono stati molti gli autori che hanno dato una loro definizione di disgusto, partendo da Darwin (1872) che nel suo libro “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” ha definito il disgusto come una sensazione nauseante che si prova in relazione al gusto sia provato al momento o anche solo ricordato. Lo psicologo Tomkins (1963), a differenza di Darwin, considera il disgusto come una reazione non voluta ma utilizzata soltanto per salvaguardare la propria persona da qualsiasi tipo di incorporazione fisica o di stretto contatto con un oggetto ripugnante.

Altri psicologi che recentemente hanno studiato l’emozione del disgusto sono Rozin e Fallon (1987), ritenendo che l’oggetto scatenante di questa tipologia di emozione, sia quasi sempre di origine animale; può essere un animale vivo e integro (ad esempio uno scarafaggio), la parte di un essere vivente (un arto amputato) o pezzi di origine animale (il sangue o le budella). Inoltre, nonostante si sia rilevato che gli oggetti che ispirano disgusto variano da cultura a cultura più che da individuo a individuo, ne esistono alcuni, come le feci, l’urina, il muco, che unificano tutti gli abitanti della terra in una repulsione unanime.

Molte ricerche scientifiche di questi due autori, dimostrano pertanto che il disgusto è un’emozione capace di tenerci lontani da situazioni o da sostanze che potrebbero rivelarsi per noi pericolose. Si comincia a provare disgusto sin da piccolissimi e inizialmente è strettamente legato al rifiuto di sapori e odori che non si gradiscono; con il passare del tempo, inoltre, questo termine può acquisire anche un significato psicologico, ovvero tutto ciò che è ripugnante è sporco, ivi compresi valori, pensieri, persone, fra cui, in alcuni casi, anche se stessi (Rozin & Fallon, 1987).

Anche Miller (1998) definisce il disgusto come una “emozione cibo-relata” che coinvolge olfatto, tatto e sensi associati al gusto. Il disgustoso, continua Miller è considerato dagli esseri umani come contaminante e le modalità di contaminazione sono concepite in modo magico. Difatti gli esseri umani tendono a credere che si diventa ciò che si mangia o quello con cui si entra in contatto, allora mangiare gli animali o venire in contatto con i loro prodotti, come ad esempio le feci, implica diventare un po’ animali. Con le piante e le verdure il problema non si porrebbe perché la distanza percepita dagli umani rispetto alle piante è di gran lunga maggiore di quella percepita rispetto agli animali. Il disgusto è perciò, conclude Miller, il nostro modo per stabilire dei confini e tenere sotto controllo il caos considerando il disgusto come una risposta di difesa all’indigestione di cibi che possono risultare contaminanti causando malessere fisico e psicologico (Miller, 1998).

Il disgusto è tanto maggiore quanto più si è in contatto con un oggetto che risulta sgradito e implica il desiderio di allontanarsi o di allontanare la presenza di ciò che crea l’emozione negativa. Molto spesso il disgusto è causato da meccanismi psicologici che si attivano per difendersi dalla paura del diverso.

Al concetto di disgusto ricorre anche Martha Nussbaum (2011) per spiegare l’esclusione degli omosessuali dai diritti civili.

Nel suo libro “Disgusto e Umanità la studiosa afferma che nei confronti dell’omosessualità molti avvertono un’avversione profonda simile a “quella ispirata dagli escrementi degli insetti viscidi e da cibo avariato” (p. 66). Il disgusto che molte persone provano per gli omosessuali è tale da provocare paura perfino quando un maschio lancia uno sguardo a un altro maschio perché viene considerato come un tentativo di penetrazione sessuale. Infatti, ribadisce ancora la Nussbaum, la repulsione provata dagli uomini nei confronti degli omosessuali maschili è di gran lunga maggiore di quella provata nei confronti delle lesbiche in quanto è dal gay che deriva il rischio di essere penetrati analmente, rischio associato alla sporcizia, al fango, alla morte.

Quello che vale per gli omosessuali, attraverso tutti i periodi della storia, vale anche per gli ebrei, gli intoccabili, i ceti poveri, le donne. Tutti questi gruppi sono stati considerati come esseri corrotti dalla sporcizia del corpo e quindi emarginabili. Nell’emozione del disgusto, perciò, conclude l’autrice, vi è il tentativo irrazionale di sottrarsi alla contaminazione.

Il senso del disgusto sembra avere una valenza culturale, che può essere riscontrata nella selezione degli animali che possono essere ingeriti; come per esempio la carne di maiale che nella nostra cultura viene utilizzata e sfruttata per la produzione di molti alimenti al contrario per i musulmani mangiare carne di maiale viene considerato disgustoso.

Queste considerazioni nascono dal desiderio di accentuare quale sia il vero confine uomo-animale per ribadire la vera appartenenza al genere umano e non a quello animale.

Nonostante le differenze culturali, Ortner (1973) notava che l’unico prodotto del corpo che generalmente non suscita disgusto sono le lacrime, perché, secondo lo studioso, esse sono un prodotto esclusivamente umano dato che gli animali non piangono. Tale affermazione può valere per le proprie lacrime o, al massimo, per quelle di una persona cara come un figlio o il proprio partner; quelle di uno sconosciuto o di una persona che riteniamo sporca e sgradevole ripugnano allo stesso modo di oggetti ritenuti nauseabondi.

Si può dunque concludere che le definizioni di disgusto variano da autore ad autore; rimane ora essenziale definire quale sia l’emozione del disgusto partendo dalla definizione di emozione vera e propria.

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