La comunicazione non verbale del medico

marzo 22nd, 2014 | Posted by Igor Vitale in Benessere | Psicologia Clinica | Psicologia del Lavoro | Relazioni Interpersonali

Quante volte abbiamo sentito dire la frase: il mio medico non guarda neanche in faccia quando parla

L’importanza del sorriso, del contatto visivo e della comunicazione non verbale del medico

Samanta Vara

medico non guardaTutta la nostra cultura è fondata sulla parola, ma quando ci troviamo a faccia a faccia con qualcuno, bastano pochi secondi per farci un’idea su chi abbiamo di fronte, anche solo attraverso un profumo, la corporatura o la forma degli occhi.

Secondo Nalini Ambady, docente di psicologia alla Tufts University di Medford, Massachusetts, sono sufficienti 3 secondi per giungere a conclusioni mirate su un perfetto sconosciuto: questa capacità ha radici ancestrali e viene controllata da una regione del nostro cervello, l’amigdala, che ragiona per sensazioni, sulla base di una percezione olistica, cioè di un’impressione globale.

Peccato che questo riscontro avvenga solo nei laboratori sperimentali; nella vita quotidiana di solito siamo pessimi osservatori, non prestiamo attenzione alle nostre percezioni viscerali e soprattutto non ci fidiamo di esse. La nostra educazione ci porta ad essere razionali, ci insegna a dare un peso eccessivo alle parole, portandoci ad ascoltare poco l’intuito e a sottovalutare i messaggi che il corpo trasmette.

Il corpo involontariamente rivela intenzioni e stati d’animo, ma i segnali rivelatori spesso sfuggono sia a chi li produce sia a chi li vede. Durante un dialogo possiamo notare segnali di ogni tipo, come ad esempio balbettii, esitazioni, ripetizioni, sguardo nel vuoto: questi, ad esempio, sono segnali di disagio, imbarazzo e confusione.

Gli atti non verbali si possono suddividere in:
segnali di ansia o paura;
segnali di fastidio, stizza, perplessità e rifiuto;
segnali di piacere, attenzione e interesse.

L’ansia è un’emozione di allerta per l’organismo e, il più delle volte, si prova assieme a una sensazione di paura alla quale non siamo in grado, o non possiamo, reagire con la fuga. A livello fisico, l’ansia in genere provoca un’accelerazione del battito cardiaco, mal di testa, secchezza o ipersalivazione e un aumento del calore corporeo.

La voce è un elemento fondamentale della comunicazione e il più comune segnale d’ansia non verbale è dato proprio da essa. Raschiarsi la gola o dare un colpo di tosse improvviso durante un colloquio può essere sintomo di ansia. Questa emozione comporta un restringimento della laringe e faringe, dato che questi riflessi sono legati a un breve ma intenso innalzamento della tensione. Anche la deglutizione è un segnale molto comune; quando avviene è perché sembra che ci sia un’ostruzione nella gola e che solo grazie ad una deglutizione più forte si possa sciogliere il nodo e rispondere a ciò che ci è stato chiesto. Un altro segnale d’ansia, pur insolito, è lo sbadiglio, specie se ripetuto e in assenza d’indizi di sonnolenza o noia.

L’ansia inoltre può provocare una contrattura della muscolatura toracica, portando alla sensazione di mancanza di fiato: respirare profondamente, velocemente e a bocca aperta, o anche solo sospirare, è il modo per sciogliere questo blocco provocato dall’ansia.

Il sorriso è l’espressione più piacevole che il volto possa regalare; tuttavia in caso d’ansia o paura, il sorriso può apparire diverso. Il sorriso nervoso compare assieme all’arrossamento del viso e a uno sguardo sfuggente da parte di chi ci parla; il più delle volte è automatico e involontario ed esprime una sensazione di sottomissione, indicata anche da uno sguardo timido nel parlare o nel rispondere, con la testa inclinata che osserva di traverso l’interlocutore.

Sempre con lo scopo di liberare le vie respiratorie irrigidite dall’ansia, troviamo gesti come scostare il colletto della camicia o della maglietta, o scostare una collana dal collo, oppure ancora stringere la pelle del collo o massaggiarlo sul retro con la mano, come per alleviare lo stato di tensione.

Quando siamo agitati, di solito anche le labbra esprimono la nostra ansia, soprattutto se vengono assottigliate, quasi fatte scomparire, con gli angoli esterni tesi.

Nel caso in cui lo stato d’ansia sia persistente, i gesti non verbali saranno molto più evidenti, e possono essere, ad esempio, tirarsi il labbro con la mano, o pizzicarsi la pelle del volto, o il lobo dell’orecchio. In questo caso si parla di auto manipolazione, ovvero compiere gesti su noi stessi. Dal momento che, ritroveremo l’auto manipolazione anche nei segnali di piacere, va ricordato che in caso d’ansia, il gesto ha una funzione di auto conforto e dunque va osservata molto bene l’espressione con cui viene prodotto, che sarà sconsolata, smarrita e affranta.

Anche il grattarsi la nuca è un segno di agitazione ma può anche esprimere collera o confusione, mentre alleviare la tensione muscolare tirando la pelle in mezzo agli occhi è un chiaro segnale di scarico dell’ansia a livello mentale. Il disagio causato da ansia o paura può provocare anche un aumento della sudorazione nella regione della fronte e tra il naso e le labbra; chi avverte un incremento della temperatura corporea è portato a sottolineare questa sensazione togliendosi il soprabito o rimboccandosi le maniche.
Un modo chiaro di scarico della tensione è il gesto di sfregare le mani, oppure prendere le dita di una mano e tirarle, o stringerle con forza; anche una presa debole che fa cadere gli oggetti è sinonimo di ansia, infatti sembra che il soggetto non abbia più le forze per continuare a sostenere la situazione e non riesce a tenere ciò che ha tra le mani o, ancor di più, si deve appoggiare ad un mobile o ad un sostegno per sorreggersi.

Gli arti superiori sono anche i detentori di gesti di auto conforto come accarezzarsi, abbracciarsi o tenere stretto un oggetto al petto. Se in una conversazione siamo toccati a livello emozionale, possiamo nascondere l’imbarazzo mettendo le mani in tasca o, se siamo seduti, mettendole sotto le cosce: questo gesto involontariamente mostra la volontà di bloccare la situazione appena venutasi a creare.

Un paziente potrebbe ad esempio reagire a una notizia “di malattia” pizzicandosi la pelle, toccandosi la nuca, mordendosi il labbro inferiore, distogliendo lo sguardo, cambiando improvvisamente la posizione sulla sedia tradendo così sentimenti di ansia e di desiderio di fuga, e l’operatore sanitario in grado di individuare e interpretare questi segnali potrebbe riuscire a modulare o deviare il discorso per non compromettere l’equilibrio psicologico del paziente.

Quello che purtroppo accade nella realtà è che viene dato poco peso alle sensazioni che un paziente avverte e che suo malgrado, più o meno inconsciamente, trasmette. Una recente ricerca rivela che i pazienti italiani non sono soddisfatti del rapporto con il proprio medico. Il medico ha fretta, si dirige subito verso la ricerca della malattia per fornire la cura, dimenticando che si trova di fronte a una persona. 18 secondi è il tempo, stimato da uno studio europeo, che intercorre tra l’inizio del racconto del paziente e il primo intervento del medico. 10-20 minuti è il tempo che, secondo l’ex ministro della Sanità Umberto Veronesi, bisognerebbe dedicare a un paziente oltre alla visita.

Ma nella comunicazione sanitaria anche un sorriso aiuta…
“Ci sono migliaia di studi, di documenti, di ricerche che dimostrano l’enorme importanza dell’umorismo per la salute …. quando si è allegri nel nostro organismo avvengono delle reazioni chimiche: si produce un aumento di endorfine ed una diminuzione del colesterolo cattivo… Ossia la risata è uno stimolante per il sistema immunitario e comporta molti effetti positivi sul cuore e sui polmoni” Patch Adams

 

 

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