Il ruolo della prima impressione nella selezione del personale

aprile 12th, 2014 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo | Psicologia del Lavoro

Come fare una buona prima impressione in selezione del personale

Valeria Bafera

 

prima impressione selezione del personaleOscar Wilde insegna che “ non c’è mai una seconda occasione per fare una buona impressione la prima volta”.
La prima impressione è data proprio dalle espressioni non verbali, dalle modalità espressive, dal modo di stringere la mano, di vestire, di guardare negli occhi. Come affermato nelle pagine precedenti, il colloquio di selezione costituisce spesso il primo contatto tra i candidati e i rappresentanti dell’organizzazione. Molte persone chiamate a sostenere un colloquio di selezione, riconoscono l’importanza di questo primo contatto e si sforzano di mettere in atto determinate tattiche in grado di suscitare reazioni positive verso l’esaminatore. Quella che viene messa in pratica è la cosiddetta “impression management” (Rosenfeld, Giacalone & Riordan, 1995): come già accennato, si tratta di un controllo cosciente da parte dell’individuo per gestire diversi aspetti del suo comportamento al fine di creare un’impressione positiva sugli altri.

Tra l’altro molti intervistatori formulano giudizi sull’intervistato sulla base delle informazioni percepite nei primi quattro minuti di colloquio, le quali provengono proprio dagli indizi non verbali (Leathers, 1986). Alcuni studi, infatti, hanno mostrato che, una volta formata una certa impressione su dei soggetti, è molto difficile modificarla: queste impressioni sono spesso dei filtri, intrise di distorsioni percettivo-valutative e di attribuzioni di significato di ogni genere, attraverso cui viene giudicato qualsiasi comportamento dell’intervistato (DeVito, 1986).

Possiamo notare come, anche in questo contesto, ritorna il principio di Watzlawick (1971) sull’impossibilità di non comunicare: sin da quando ha inizio il colloquio, l’intervistato manda dei messaggi non verbali all’intervistatore, il quale pone attenzione all’aspetto fisico, all’abbigliamento, ai gesti, alla postura, ai movimenti degli occhi, alle espressioni facciali. Anzi, proprio lo scambio comunicativo iniziale permette al selezionatore di rilevare il linguaggio e la gestualità del candidato, riconducendo queste osservazioni ai comportamenti e ai tratti di personalità sottostanti. Per esempio, un candidato che risponde in maniera coincisa (SI oppure NO) a domande iniziali di tipo generico (per esempio “Ha avuto problemi con il traffico”) mantenendo una postura dimessa e utilizzando un tono di voce pacato, potrebbe essere percepito come poco espansivo, piuttosto introverso e poco adatto a lavorare per posizioni professionali in cui è cruciale la relazione interpersonale per lo svolgimento delle attività. Viceversa, un candidato che risponde alla medesima tipologia di domande con assertività, ampliando la risposta con ulteriori dettagli, sostenendo lo sguardo del selezionatore mentre parla e utilizzando un tono di voce vivace, potrebbe essere percepito come espansivo ed estroverso, sicuro di sé, intraprendente, per cui più adatto per pozioni dove risulta fondamentale la relazione interpersonale (Cortese, Del Carlo, 2008).

Anche, l’attrattività fisica del candidato rappresenta una delle principali variabili che influenzano la valutazione operata dal selezionatore: in genere i candidati con tratti fisici esteticamente piacevoli, suscitano atteggiamenti positivi nei selezionatori di genere opposto, i quali favoriscono una valutazione migliore.

Uno studio molto interessante su questo aspetto è stato quello condotto da Wei- Chi Tsai, professore al dipartimento di Gestione dell’impresa presso la National Chengchi University, in Taipei (Taiwan) insieme con i suoi collaboratori Huang e Yu (2010). Essi, partendo da una prospettiva drammaturgica, hanno esaminato l’influenza dei primi segnali non verbali (come l’attrattività fisica) sulle valutazioni degli intervistatori, in relazione a variabili situazionali quali l’importanza del contatto-cliente e la compatibilità del genere con il tipo di mansione lavorativa. La prospettiva drammaturgica descrive i comportamenti umani come rappresentazioni teatrali in cui le persone (gli attori) mettono in atto un copione che guida le loro azioni e le loro reazioni verso i comportamenti degli altri. Allo stesso modo, secondo gli autori, potremmo paragonare il colloquio di selezione a un teatro in cui l’intervistatore gioca il ruolo del pubblico, mentre il candidato recita la parte dell’attore. Da un lato, quest’ultimi si sforzerebbero di controllare i loro gesti, le loro espressioni facciali, i loro abiti, il loro modo di parlare, influenzando le valutazioni dell’intervistatore; dall’altro lato, così come l’attore al teatro, anche il ruolo del candidato è ben definito da specifiche norme di colloquio, per cui gli intervistatori dovrebbero valutare anche quanto i candidati si discostano da tali norme e trarre di conseguenza le loro conclusioni.

L’obiettivo prestabilito dagli autori, sembra essere coerente con uno dei principi base della prospettiva teatrale, secondo cui i segnali provenienti dal contesto non solo influenzano il comportamento dell’ “attore”, ma anche l’aspettativa del “pubblico” su come dovrebbe comportarsi un performer ideale. Per esempio, i clienti di un ristorante lussuoso, si aspetterebbero che i camerieri adottino determinati comportamenti, rispetto coloro che lavorano in un ristorante modesto. Ecco come, in sede di selezione, le valutazioni degli intervistatori sarebbero influenzate maggiormente, oltre che dalla qualità del contenuto verbale, da certi aspetti non verbali, in relazione al tipo di lavoro e alla richiesta di un’interazione continua con il cliente. Così gli intervistatori potrebbero utilizzare certi aspetti non verbali per attribuire caratteristiche di personalità del candidato e il contenuto verbale per stimare le conoscenze e le competenze in merito al lavoro da svolgere. Per esempio, l’attrattività fisica è stata associata alle percezioni di estroversione, dominio, calore e intelligenza, laddove l’utilizzo di sorrisi, contatto visivo, gesti delle mani e movimenti della testa, ha condotto a percezioni di spontaneità, onestà, calore e cordialità (Gifford, Ng & Wilkinson, 1985).

 

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