Cosa fare in caso di disturbo specifico dell’apprendimento (DSA)

giugno 14th, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

Il ruolo del genitore e dell’insegnante nel disturbo specifico dell’apprendimento (DSA)

disturbi-specifici-apprendimentoSolitamente un genitore si trova del tutto impreparato di fronte alle difficoltà inaspettate del proprio figlio. Come fa a riconoscerle? Come fa a comprendere che il bambino non si rifiuta ad apprendere, e che non si tratta di mancanza di volontà o di motivazione, ma che si tratta di un problema che nasce da una difficoltà specifica? Come può immaginare l’esistenza di una difficoltà che rende problematico l’apprendimento di corrispondenze tra lettere e suoni?

Inizialmente si accetta la spiegazione più semplice, cioè quella che il bambino si rifiuti di crescere. Poi spesso, svolgendo i compiti a casa con il bambino ci si rende conto che non è una questione di volontà, ma che invece c’è qualcosa che non funziona. Si tratta di un percorso tortuoso, proprio perché il genitore inizialmente non è in grado di concepire ipotesi diverse da quelle che riguardano l’impegno e la motivazione.

Questo accade infatti sia perch esso necessita di tempo per capire la natura delle difficoltà di apprendimento, sia perché si fida dei consigli dell’insegnante che lo tranquillizza con frasi del tipo: “ogni bambino ha i suoi tempi…”. Ma nel frattempo bisogna affrontare giornalmente il problema dei compiti a casa. Questo è il vero banco di prova delle relazioni familiari. Il genitore spesso perde la pazienza perché non capisce per quale motivo suo figlio non apprende ciò che gli viene proposto con tanta insistenza, il bambino piange, si dispera, è frustrato perché non si sente capito e sostenuto nemmeno in famiglia. La condizione familiare tende a riprodurre la stessa situazione di ansia scolastica.

In questa delicata fase iniziale quindi il bambino DSA non trova una persona che lo faccia sentire compreso, un ambiente in cui sentirsi difeso o in cui possa assumere un ruolo positivo. Diventa quindi un “bambino-problema” anche per la sua famiglia e, proprio perch non se ne conosce la natura, il problema non viene circoscritto. Il genitore che cerca di far fare i compiti al proprio figlio diventa una sorta di torturatore inflessibile che prova tutte le strategie fino alla minaccia, contraddicendosi spesso e confondendo il bambino che oscilla tra il desiderio di compiacere il genitore e l’impulso di sottrarsi al compito indesiderato.

L’adulto vive un duplice dramma: da un lato si trova in una situazione conflittuale e frustrante col proprio figlio (una situazione che all’inizio crede di poter controllare con i soliti rimedi dell’aumento di attenzione, ma che non si modifica ed anzi tende ad aggravarsi), dall’altro c’è il comportamento della scuola che dopo i primi tempi di attesa, comincia a mandare segnali preoccupanti “il bambino non apprende… a casa lo seguite?”. La sensazione che emerge dai racconti dei genitori dei DSA la dice lunga sul modello di scolarizzazione della nostra società. Già nella scuola primaria, infatti, viene considerato un’esperienza competitiva fin dai primi anni. Ognuno di noi pensa prima di tutto a suo figlio, si sente sollevato e sicuro se non ha problemi di apprendimento.

Se invece nascono delle difficoltà tutto diventa ostico: l’insegnante che vive il bambino come un problema per le sue attività, il metodo che viene giudicato inadatto per il proprio figlio, il programma che viene considerato troppo rigido, i compagni e le altre famiglie che non sono sufficientemente comprensivi. Insomma il problema di apprendimento del proprio figlio si trasforma spesso in un problema relazionale e sociale che coinvolge tutta la famiglia.

L’insegnante è il primo vero interfaccia col bambino ed è anche colui a cui è affidata la delicata fase di acquisizione della letto-scrittura. In genere essi hanno molta esperienza su come si costruiscono le abilità sopracitate ed è considerato il loro specifico professionale. La maestra applica un metodo, cioè una procedura sistematica per insegnare a leggere e scrivere ed in genere un buon successo, nel senso che la maggior parte degli allievi impara senza difficoltà in tempi rapidi.

Il problema nasce quando il bambino non impara come gli altri. Purtroppo a volte gli insegnanti non ricevono informazioni specifiche sulla natura e sugli effetti del disturbo. In assenza di conoscenze adeguate sin interrogano sull’impegno del bambino, sulle sue condizioni familiari, fanno spesso supposizioni non pertinenti sulle dinamiche familiari, lamentano scarso impegno, disinteresse, rifiuto, a volte problemi comportamentali in classe. In genere l’insegnante non è in grado di spiegarsi perch il bambino, in mezzo ai compagni sembra non avere particolari difficoltà, mostrando poi rifiuto o grande difficoltà quando gli si chiede di leggere e scrivere. Quindi facendo riferimento al metodo sopracitato secondo cui l’acquisizione di un’abilità è funzione della quantità dell’esercizio, l’insegnante ritiene che il bambino si eserciti poco e lo invita a moltiplicare gli sforzi, ottenendo quasi sempre un definitivo consolidamento del rifiuto. È necessario dunque di una formazione specifica degli insegnanti sull’apprendimento e i suoi disturbi.

di Fortuna Esposito

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