Aggressività: una definizione in psicologia

agosto 5th, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

Close-up of angry Chihuahua growling, 2 years old, in front of white backgroundLa definizione del concetto di aggressività è particolarmente problematica. Innanzitutto, il termine aggressività può assumere molteplici significati, in base al contesto in cui esso viene utilizzato. In secondo luogo, termini derivanti dalla stessa area semantica possono differenziarsi per sfumature di diversa intensità rispetto al significato.[1] Il significato di aggressività non è, però, univoco neppure in campo scientifico, in quanto esso assume ruoli diversi a seconda che il punto di vista sia psicologico, neurofisiologico, etologico o psicoanalitico.[2]

Gli psicologi definiscono generalmente l’aggressività come “quella serie di comportamenti volti ad arrecare un danno, fisico o psicologico, ad altri individui, indipendentemente dal raggiungimento o meno dell’obiettivo”[3]. Tale definizione pone l’accento su due aspetti importanti: l’intenzionalità di arrecare un danno ad altri e l’aspettativa che tale atto provochi delle conseguenze in chi lo subisce.[4]

In particolare, l’aggressività viene descritta mediante la contrapposizione al concetto di violenza. Quando si parla di aggressività, si tende a porre maggiormente l’accento sulla componente istintuale, dovuta alla percezione di un rischio o alla difesa di oggetti, persone o situazioni. Con il termine violenza, invece, si fa riferimento ad atteggiamenti antisociali, intenzionali, organizzati e finalizzati al raggiungimento di uno scopo preciso.

Sono stati,però,gli autori della corrente etologica, ed in particolare Konrad Lorenz, ad aver ricondotto l’aggressività all’ambito della sopravvivenza. Secondo tali autori, i comportamenti aggressivi sono innescati da stimoli ambientali o sociali particolari e si rifanno a comportamenti territoriali di avvicinamento ed esplorazione.

Anche l’etimologia stessa della parola evidenzia tale concezione. Il termine aggressione deriva dal latino aggredior, composto da ad + gradior, indicante l’azione di avvicinarsi a qualcuno o qualcosa, con azioni che possono essere benigne (tentare di accattivarsi) od ostili (attaccare, assalire, accusare)[5]. Dunque, secondo tale concezione, l’aggressività implicherebbe solo l’ingresso nello spazio territoriale altrui e può essere intesa come una pulsione innata in grado di esprimere funzioni necessarie alla sopravvivenza.

La differenza tra le due definizioni -quella generale e quella proposta dagli etologi- sta nel fatto che la prima definizione esclude qualsiasi azione che può arrecare dolore o sofferenza in maniera non intenzionale, mentre la definizione offerta da Lorenz considera l’aggressività come una qualità innata dovuta allo spirito di sopravvivenza e alla necessità di conquistare o difendere un particolare spazio territoriale.

Le definizioni di aggressività, tuttavia, si distinguono ulteriormente, soprattutto sulla base delle correnti che si sono sviluppate, ma anche sulla base di quelle che ne sono ritenute le cause.

Ad esempio, se per Freud l’aggressività si rifà inizialmente a cariche istintuali per poi diventare espressione di un istinto di morte (thanatos), che si contrappone ad un istinto di vita (eros), per Melanie Klein (1935), che pure si rifà al concetto di istinto di morte, l’impulso aggressivo compare sin dalla prima infanzia, riflettendosi sul bambino sotto forma di angoscia e di immagini terrificanti.

Se per Alfred Adler l’aggressività è una pulsione innata primaria, non intesa come pulsione di morte o di distruzione, ma come una sorta di “volontà di potenza”e per Anthony Storressa riveste un ruolo fondamentale per spingere l’individuo alla ricerca dell’autonomia, gli studiosi comportamentisti hanno invece concentrato il loro studio sul ruolo delle frustrazioni nell’innesco dei comportamenti aggressivi.

Dunque, la prima differenza tra le varie definizioni di aggressività riguarda le cause che la innescano. L’idea secondo cui l’aggressività abbia una natura istintuale venne meno perché non fu in grado di spiegare i livelli di aggressività diversi da individuo a individuo e da cultura a cultura.[6] Infatti, non si è riusciti a spiegare perché popoli ritenuti pacifici prima di essere invasi siano diventati aggressivi ed ostili dopo l’invasione. I nostri antenati hanno allora ipotizzato che l’aggressività avesse uno scopo adattativo, cioè servisse per acquisire risorse o difendersi da attacchi.

A tale visione si collega la posizione di Marina Valcarenghi, psicoanalista e docente in una scuola di specialità post universitaria in psicoterapia a Milano. Secondo la Valcarenghi, con il termine aggressività si intende “quella disposizione istintiva che orienta a conquistare e a difendere un proprio territorio fisico, psichico e sociale nelle sue forme più diverse; o, in altri termini, quell’istinto che guida a riconoscere, ad affermare e a proteggere la propria identità”[7]

Una delle prime teorie psicologiche sull’aggressività, la teoria della frustrazione-aggressività, sosteneva invece che “la frustrazione conduce sempre a qualche forma di aggressività”[8]. Con frustrazione si intende qualunque cosa impedisca di raggiungere un determinato scopo ed essa cresce quando la motivazione a raggiungere l’obiettivo è molto forte.

 



[1] Masala Carmelo, Preti Antonio, Petretto Donatella Rita, L’aggressività, Psicologia e metodi di valutazione, Roma, Carocci Editori, 2002, p. 12.

[2]Ibid., Ibidem, p. 12.

[3]Salerno Alessandra, Giuliano Sebastiana (a cura di), La violenza indicibile, L’aggressività femminile nelle relazioni interpersonali, Milano, Franco Angeli, 2012, p. 20.

[4]Ibid., Ibidem, p. 20.

[5]Masala Carmelo, Preti Antonio, Petretto Donatella Rita, L’aggressività, Psicologia e metodi di valutazione, Roma, Carocci Editori, 2002, p. 22.

[6]Myers David G., Psicologia sociale, a cura di Elena Marta e Margherita Lanz, Milano, McGraw – Hill, 2008, p. 356.

[7]Valcarenghi Marina, “L’aggressività femminile”, Milano, Bruno Mondadori,2002, p.6-9

[8]John Dollard e colleghi (1939) in Myers David G., Psicologia sociale, a cura di Elena Marta e Margherita Lanz, Milano, McGraw – Hill, 2008, p. 360.

di Giorgia Bonelli

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