Come funziona la psicoterapia breve strategica

novembre 21st, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

psicoterapia-breve-strategicaDalla ricerca congiunta tra Watzlawick e Nardone, nel 1987, nasce uno degli approcci maggiormente focalizzati sul presente: la psicoterapia breve-strategica. L’epistemologia della psicoterapia breve strategica, oltre ad appoggiarsi sull’approccio al problem-solving sviluppato al Mental Research Institute di Palo Alto, è un approccio fortemente orientato al presente.

L’approccio è in linea con la moderna epistemologia cibernetico-costruttivista, secondo la quale “si conosce una realtà intervenendo su di essa; al tempo stesso si aggiusta gradualmente l’intervento adattandolo alle ulteriori conoscenze che vengono ad emergere sulla base degli effetti degli interventi stessi” (Von Glasersfeld, 2006). Quello che ci si può aspettare dagli studi fondati su questo tipo di epistemologia non è trarre informazioni sulla “realtà di primo ordine”, quella propria degli oggetti fisici (Watzlawick, Fisch, Weakland, 1976)  ma è invece una mera conoscenza operativa, quella che Von Glasersfeld definirebbe “consapevolezza operativa”.

Non ci si occupa quindi di formulare teorie conoscitive che intendano descrivere un disturbo nella sua assoluta essenza esistenziale, ma soltanto conoscenze e costrutti operativi, ovvero modellizzazioni conoscitive che permettono di mettere a punto strumenti e tecniche sempre più efficaci ed efficienti per la soluzione dei problemi a cui si applicano e per il raggiungimento degli obiettivi preposti. Il passaggio da una modo di indagare puramente descrittivo e relativo alla causalità lineare alla ricerca di una “consapevolezza operativa” passa dalla domanda “perché” che cerca la causa degli eventi alla domanda “come”, che ne ricerca invece le modalità di funzionamento e di conoscenza tramite la risoluzione di un problema.

Da questo punto di vista, non si considera più l’approccio alla causalità lineare che cerca nel passato le cause dei fenomeni, in quanto secondo questo punto di vista anche se si scoprisse il “perché” quel fenomeno sia accaduto, non aiuterebbe alla soluzione del problema.

Si considera invece il principio di causalità circolare, per il quale se si andasse a ritroso si troverebbero solo rapporti di feedback e contro feedback. Considerando questo principio diventa inutile una ricerca a ritroso delle cause in quanto non porterebbe a risultati soddisfacente , ma si analizza esclusivamente come il problema funziona nel presente, e come rompere lo schema di feedback e contro-feedback che mantiene ed alimenta il problema e sostituire questo schema disfunzionale ad un sistema “percettivo-reattivo” funzionale (Nardone, Watzlawick, 1990, p.38).

Per questo motivo gli approcci che si basano su questa epistemologia sono irrimediabilmente basati sul presente, e li usiamo in questa tesi come prototipo delle terapie orientate al presente.

Accettando il modello della causalità circolare, invece, non si è più interessati a cercare la causa che ha determinato il disturbo, in quanto si sostiene che la ricerca della causa non “sia necessaria né utile alla soluzione del disturbo stesso” (Nardone, 1995, 43). Inoltre, la ricerca di una causa è soggetta ad una serie di processi distorsione, dove il primo processo riguarda la codifica dei dati a partire dalla memoria del cliente, il secondo è rappresentato dalla sua verbalizzazione e il terzo dal processo di “traduzione” del terapeuta.

In linea con una visione costruttivista della realtà, diventa fondamentale nel processo terapeutico tenere sempre presente che ogni paziente porta con sé un proprio sistema di relazioni con sé, gli altri e il mondo pertanto, quando si generalizzano eventi simili vissuti da persone diverse come possibili cause lineari del presente problema, si dimentica che ogni realtà cambia a seconda della prospettiva dalla quale la si vede. Dunque lo stesso evento, vissuto da persone con differenti modalità di relazionarsi con se stessi, gli altri e il mondo, conduce ad esperienze radicalmente diverse, che non possono essere generalizzate come cause del problema.

L’approccio cibernetico-costruttivista dà ragione a un testo solo apparentemente lontano dall’approccio, si tratta di un classico della metodologia in psicologia (Stanley, Campbell, 1966) per cui c’è una “perdurante riluttanza ad accettare il truismo di Hume secondo cui l’induzione o la generalizzazione non è mai pienamente giustificata sul piano logico, se i problemi di validità interna sono risolvibili entro i limiti della logica della statistica probabilistica, le questioni concernenti la validità esterna non sono logicamente superabili in modo chiaro e definitivo. Qualsiasi tentativo di generalizzazione implica […] un’estrapolazione in un dominio non rappresentato nel campione prescelto. […] Logicamente, non è possibile alcuna generalizzazione […] tout court.”

Si rifiuta così qualunque generalizzazione in linea puramente logica.

Questa idea di base orienta la lettura e la comprensione di ogni disturbo. Ad esempio, la persistenza delle forme gravi di panico risulta essere una organizzazione complessa di retroazioni tra soggetto e realtà che funziona sulla base del disfunzionale sistema di percezioni e tentate soluzioni proprie dello stesso soggetto.

Tale sistema interattivo, che comprende nella sua complessità le relazioni con se stessi, con gli altri e con il mondo, tende a mantenersi e ad autoalimentarsi proprio mediante i tentativi di cambiamento operati dell’individuo stesso e dalle persone con lui coinvolte in tale complessa rete cibernetica di retroazioni. Appare evidente che cambiare questa rigida e articolata situazione non sia un compito facile, ma non per questo impossibile. La difficoltà risiede nel fatto che, per condurre un soggetto ad un’effettiva e rapida soluzione del problema, si dovrà fare in modo che questo cambi non solo le sue reazioni ma soprattutto le sue percezioni: si parla appunto di sistema “percettivo – reattivo”. Ma per cambiare le percezioni occorre cambiare anche il modo di organizzare le informazioni percepite in quanto tale elaborazione dei dati può influenzare marcatamente l’informazione.

Il cambiamento che si vuole produrre è quello che Watzlawick definisce “cambiamento due”, definito come segue: “ci sono due tipi diversi di cambiamento: uno che si verifica dentro un dato sistema il quale resta immutato, mentre l’altro – quando si verifica – cambia il sistema stesso.” (Watzlawick – Weakland – Fisch, 1974, 27), e che Nardone definisce “un vero salto di qualità e di livello logico nella interazione tra soggetto e realtà, l’intervento deve essere capace di cambiare contemporaneamente le modalità reattivo – comportamentali (tentate soluzioni soggettive), le modalità percettive e di elaborazione dei dati e le interazioni sociali (tentate soluzioni degli altri) del paziente” (Nardone, 1995, 64). Si tratta dunque di un vero cambiamento qualitativo.

Alla luce di questa lettura del problema, la soluzione si basa su un intervento organizzato su strategie che fanno ricorso all’utilizzo di suggestione, paradossi e “benefici imbrogli” che “costringono il soggetto ad alternative modalità percettivo-reattive e a conseguenti cambiamenti cognitivi e relazionali sulla scia di concrete esperienze vissute sotto la guida del terapeuta”. (Watzlawick, Nardone, 1997). In altre parole, per condurre un soggetto a fare concrete esperienze di cambiamento delle proprie modalità percettivo – reattive, il primo passo deve essere quello di indurlo a fare qualcosa senza che egli se ne renda conto, altrimenti la sua paura e la sua resistenza al cambiamento gli impedirebbero di intraprendere tali esperienze indispensabili per il cambiamento.

Si può dunque concludere che la terapia da questa prospettiva diviene una sorta di duello tra terapeuta e paziente/i, nel quale il terapeuta deve vincere la resistenza al cambiamento propria della rigidità del sistema percettivo-reattivo del paziente per giungere alla vittoria finale. Sottolineiamo ancora che in tale duello la vittoria del terapeuta corrisponde a quella del paziente, così come la sconfitta. Si può allora affermare che il ricorso a tecniche di manipolazione da parte del terapeuta appare del tutto legittimo se queste possono accelerare e rendere più efficace l’intervento. L’uso di tecniche di suggestione, di paradossi, di trappole comunicative e comportamentali risulta essere necessario affinché per terapeuta e paziente possano raggiungere l’obiettivo comune di risolvere quanto prima e in maniera effettiva i problemi presentati.

Comments

Comments

You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 Responses are currently closed, but you can trackback.

3 Responses