Come aumentare l’empatia con il paziente

dicembre 21st, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

come-aumentare-empatia-pazienteEmpatia: pur essendo la prima qualità che Rogers descrive come necessaria per un counselor è anche una qualità essenziale per un infermiere, e io credo anche per un medico, un fisioterapista, una ostetrica, un volontario ospedaliero.

Si parla di empatia definendo quella abilità per cui sentiamo quello che l‟altro sente, vediamo il modo come lo vede l‟altro mettendoci nei suoi panni, “come se” fossimo Lui/Lei e dove questo “come se” ci permette di non fonderci o confonderci con l’altro, ci permette di non identificarci con l‟altro, mantenendo lo sguardo esterno anch’esso necessario nella relazione di aiuto.

Purtroppo non molti hanno esperienza d’infermieri o medici empatici e credo che questo avvenga anche perché l’empatia non si apprende in modo teorico ma con la pratica, con i tirocini, le supervisioni, cosa ancora mancante nella maggior parte della formazione e nella vita professionale di medici e infermieri.

Quello che succede, quello che anche io ho vissuto, è che i primi tempi ci si fonde con quello che accade all’altro e allora, per sopravvivere a emozioni, sensazioni, molteplicità di punti di vista, spesso difficili da sopportare, col tempo ci si corazza, si sta lontano dalla relazione o si “soccombe”, ci si brucia.

Eppure quel “come se” è possibile da imparare come tutti i counselor sanno indipendentemente dal modello e dalla scuola che hanno frequentato .

Ma perché un medico o un infermiere dovrebbero essere empatici? Chi ci dice che farebbero meglio il loro lavoro?

Su questo il dibattito può diventare ampio e io mi concedo solo due riflessioni assolutamente frutto della mia esperienza personale. La prima la faccio nei panni del paziente la seconda in quelli dell’infermiera.

Riporto qui di seguito il caso di una persona da me intervistata: Alcuni anni fa ho avuto dei problemi di salute che mi hanno portata a innumerevoli visite e consulti. In uno di questi incontri, se così si possono definire, un illustre primario (in Svizzera, per spostare un po’fuori dalla nostra Nazione il problema!) in quindici minuti mi ha visitata e mi ha comunicato che
non aveva idea di cosa esattamente fosse successo alla mia colonna vertebrale ma era necessario fare un intervento risolutivo cambiandone alcuni pezzetti, altrimenti sarei rimasta su una sedia a rotelle tra i trenta e i trentacinque anni,
nulla di complicato a parte una degenza di un paio di mesi in clinica e un annetto ferma a letto. Le parole in corsivo sono i termini che mi sono rimasti più impressi. Quello che mi preme sottolineare è che in quindici minuti non ha chiesto nulla di me, lavoro, stato civile, difficoltà economiche o altro. Non mi ha mai guardata negli occhi per vedere se piangevo o altro, mi ha solo stretto la mano alla fine dell‟incontro dicendomi “ci vediamo in clinica”.

Io mi sono più volte immaginata un incontro con un po’ più di empatia e un medico che prima di dirmi tutto ciò mi dicesse una frase del tipo: “La situazione è complessa e a mio parere richiederebbe un intervento di sostituzione di alcuni elementi della colonna vertebrale e che le descriverò con esattezza nel caso decidesse di farlo, lei cosa fa adesso nella vita. Ha qualcuno
che la possa sostenere in un caso del genere che comporta una degenza lunga e una lunga convalescenza? Ha delle cose da chiedermi, vuole sapere qualcosa su quello che a mio parere potrebbe essere il decorso della sua malattia?”

E’ chiaro che ci sarebbe voluto un po’ più di un quarto d’ora ma non sono certa che fosse solo questo il problema, forse quel medico non era in grado di supportare e sopportare eventuali paure, emozioni o idee differenti dalla sua.
In me l’effetto è stato di rifiuto totale della possibilità da lui propostami senza nessuna ulteriore indagine. In questo caso un po’ più di empatia da parte sua mi avrebbe permesso di riflettere meglio, indagare meglio la proposta prima di rifiutarla ( o forse accettarla, non so) prendendomi comunque più in carico la mia salute‟.

Il secondo esempio lo riporto da un’altra intervista ad una professionista, nella sua esperienza di lavoro presso il reparto malattie infettive di Reggio Emilia, dove ha imparato davvero tanto da un punto di vista tecnico ma, sopra ogni altra cosa, da un punto di vista umano e relazionale.

Dopo alcuni giorni che ero nel reparto, perfetta e austera come si conviene a una professionista, un ragazzo ricoverato per una “sovrainfezione in soggetto con HIV”, mentre mi avvicinavo per cambiare la flebo mi ha chiesto “ce l’hai con noi perché siamo ex tossici o perché abbiamo l‟AIDS?”. Ovviamente io ho risposto che non ce l’avevo con loro,che non mi sembrava di essere stata scortese e me ne sono andata scocciata dalla stanza. Ho passato due giorni d’inferno, mi sentivo frustrata, incapace, volevo cambiare reparto e avrei ucciso tutti i miei colleghi.

Poi il caso ha voluto che al mio rientro in reparto il paziente fosse stato trasferito in camera singola, segno di aggravamento e, questo lo sapevo perfettamente, di entrata in quella fase che si dice terminale.
Non voglio annoiare coi dettagli ma sta di fatto che mi sono trovata ad un certo punto sola con lui nella stanza, completamente indifesa e col terrore che mi chiedesse qualcosa delle sue condizioni e, con l’intento di cambiare discorso,
ho detto “a proposito della domanda dell’altro giorno mi dispiace se ti ho offeso non mi sono resa conto di essere stata scortese”.

Lui mi ha risposto in un modo che debbo dire porterò sempre con me, “non sei stata scortese è che non solo non hai mai sorriso ma non mi hai chiesto nulla, neppure il nome”. Sono stata in quella stanza quasi mezz’ora, e molto di più nei giorni successivi prima che se ne andasse, e ne sono uscita ammettendo che li detestavo perché si erano drogati e adesso tutti soffrivano per loro ma sapendo anche che quello era un problema mio e non loro.

I giorni successivi ho sperimentato emozioni di una potenza incredibile, ho lavorato sentendomi sicura come mai fino allora
mi era capitato e alla fine di quel tirocinio ho richiesto di potere svolgerne un secondo in quello stesso reparto. Dunque l’apertura empatica non solo è stata utile alle persone che dipendevano dalle mie cure ma è stata utile a me come
professionista perché ho lavorato meglio‟.

Al di là della sua esperienza, molti autori ritengono che in ambito sanitario una umanizzazione dei professionisti porti ad un miglioramento del sevizio e mettono l’empatia tra le abilità di base per tale umanizzazione.

Dawn Freshwater distingue una empatia di base ed una empatia avanzata. “L’empatia di base è associata
con l‟inizio di una relazione di aiuto e la costruzione della fiducia.

L’empatia avanzata di solito viene sperimentata quando la relazione è stata instaurata e implica una considerevole profondità nella comprensione tra i due individui‟ e più avanti scrive:
“[…]gli infermieri vedono i pazienti come oggetti per riuscire ad affrontare l’ansia intensa che una relazione così intima potrebbe causare.‟

E quest’ansia esiste davvero ed è anche vero che non puoi vivere mille lutti ed uscirne indenne. Allora l‟esercizio di quel “come se” è indispensabile così come avere un luogo, che i counselor chiamano supervisione, dove depositare tutto ciò che dentro non ci sta più.

di Paola Di Donato

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