Psichiatria coloniale: definizione (Carothers)

marzo 15th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Culturale

africa

  1. Psichiatria coloniale: l’esempio di John Colin Dixon Carothers

Gran parte delle controversie tutt’ora presenti quando si parla di etnopsichiatria affondano le loro radici nel contesto in cui essa nacque: l’ambito coloniale. Parlare delle origini e degli sviluppi dell’etnopsichiatria significa di fatto parlare di psichiatria coloniale, della rappresentazione che diede dell’Altro colonizzato, dei suoi deliri e delle sue credenze, della sua “mente primitiva”. È importante tenere a mente anche quelle rappresentazioni ormai obsolete e grottesche che ne hanno però segnato la storia e l’esistenza, se si vuole considerare l’etnopsichiatria oggi come una disciplina caratterizzata da una strategia critica e autoriflessiva, rivolta ad indagare le matrici sociali e politiche della diagnosi e della cura, l’ideologia dei dispositivi terapeutici e delle categorie psichiatriche occidentali, nonché il loro grado di applicabilità in culture non occidentali.

La psichiatria coloniale guarda all’altro attraverso una lente etnico-razziale che lo squalifica, lo deumanizza, lo banalizza. Da ricondurre al lessico della psichiatria di metà 800 e oltre, sono termini come “rivendicativo”, “perseverante”, “ripetitivo”, “pigrizia mentale”; termini che creavano un’idea di un Altro piatto e monotono e lasciavano nell’ombra la sofferenza, la dolorosa esistenza e la quotidiana resistenza di tanti uomini e donne.

Nel 1908 lo psichiatra Porot, della celebre scuola di Algeri, parla dei nordafricani come di “primitivi ignoranti e creduloni, lontani dalla nostra mentalità e dalle nostre reazioni”.

Queste poche parole rilevano lo spirito della psichiatria del tempo, e dunque la sua impossibilità di prendersi cura di un Altro di cui si ignora tutto e dal quale si pensa di non aver nulla da imparare. La scienza occidentale, per i colonizzatori, era l’unica via regia che poteva condurre alla verità, e che, in quanto universale, poteva essere applicata al fine della cura. In questa prospettiva le pratiche religiose e i rituali locali non possono che essere definiti dannosi. Le questioni connesse alla stregoneria divennero un’ossessione per i governi coloniali, si rendeva dunque necessaria una bonifica ambientale, sociale e mentale di quei popoli “primitivi”.

Per avere un’idea più chiara di quella che era la psichiatria al tempo delle colonie prenderò d’esempio uno dei maggiori esponenti dell’epoca, John Colin Dixon Carothers, i cui scritti sulla popolazione kenyota e sulla cultura Kikuyo godettero di grande rispetto e validità a livello internazionale, e che oggi possiamo considerare fallimentari. Nel 1954 il governo britannico nominò Carothers commissario speciale per consentire alle autorità coloniali, alle prese con il movimento di ribellione dei Mau Mau in Kenya, di comprenderne i principi ispiratori e gestirne le conseguenze politiche. Lavorò inoltre come specialista psichiatrico al Mathari Mental Ospital e presso H.M. Prison a Nairobi. Carothers in un rapporto intitolato The African Mind in Health and Disease aveva cercato di fondare le differenze riscontrate fra l’africano e l’europeo anche sull’assenza della scrittura: nel mondo culturale dell’africano notava una prevalenza dell’espressione sonora rispetto alla visuo-spaziale e logica.

La popolazione rurale africana vive enfatizzando molto di più il mondo del suono, contrariamente a quella europea occidentale che vive largamente nel mondo della visione: i suoni […] perdono molto di significato in Europa occidentale dove l’uomo spesso sviluppa, e deve sviluppare, un’abilità straordinaria capace di poterli disgregare.[…] Quando le parole sono scritte risulta ancora più facile carpirne la loro essenza: i simboli diventano idee. È solo a questo punto che diventa facile capire come il pensiero verbale non è per sua natura comportamentale ed è separato dall’azione. (Carothers, 1960, p. 460)

In sostanza nel mondo africano, il pensiero è “comportamentale” cioè strumento di utilità e praticità, quindi l’uomo diventa incapace di considerazioni creative sui principi della persona con la tendenza a confinarsi in fantasie verso il mondo dell’azione. Quindi “rimorso e colpa saranno poco ricercate” mentre nelle società in cui i pensieri non sono visti nella loro componente “comportamentale”, come nelle società occidentali, l’uomo diviene capace di riflettere su sé stesso.

Nella sua monografia del 1953, attribuisce all’africano le seguenti caratteristiche:

Estremamente dipendente da stimolazione fisica ed emotiva; senza spontaneità, previdenza, tenacia, con giudizio inadatto per ragionamenti astratti e logici [..] in generale instabile, impulsivo, inattendibile, irresponsabile e vivente nel presente senza considerare né la propria ambizione ne i diritti di persone al di fuori del suo proprio cerchio. (Catothers, 1953, p. 87)

Carothers attribuisce le differenze tra europei e africani anche alla mancanza, in questi ultimi, di ciò che lui chiama general application (regole generali) in quanto guidati da rigidi premi e sanzioni di ordine sovrannaturale tali da ostacolare negli individui lo sviluppo di curiosità ed iniziativa. Individua inoltre differenze anatomo-fisiologiche cerebrali riprendendo gli studi già compiuti da Vint che riportavano nozioni come questa:

Dalla valutazione del peso medio dei nativi e dalla misura della corteccia prefrontale, si può desumere che lo stadio di sviluppo raggiunto dai nativi è quello che gli europei hanno all’età di 7-8 anni. Ci sono comunque cellule immature ed è impossibile dire se possono maturare in condizioni di vita ed educazione differenti da quelle attuali. (Carothers, 1953, p. 81)

A partire da tali considerazioni, Carothers parla di “ozio frontale” cioè una pigrizia dell’attività frontale nell’africano.

Stabiliti alcuni punti saldi del pensiero dello psichiatra inglese diventa illuminante, per comprendere come la psichiatria si fosse intensificata nel contesto coloniale, la posizione espressa da Carothers sui Mau Mau circa il movimento nazionalista interpretato in chiave psicopatologica:

Quali sono le circostanze che hanno dato origine al movimento dei Mau Mau? […] Questo movimento sorse dallo sviluppo di una situazione conflittuale e ansiogena in persone che, a partire dal contatto con una cultura straniera, hanno perduto l’appoggio e le influenze vincolanti della loro propria tradizione ma non i loro modi di pensiero magico. (Carothers, 1954, p.15)

Per Carothers i Kikuyu erano per natura individualisti, astuti, litigiosi, insicuri, sospettosi verso i vicini e verso le entità invisibili, predisposti al segreto e alla violenza, attratti dai rituali iniziatici. Difatti il movimento dei Mau- Mau nacque nel 1951, presso la tribù dei Kikuyu, come organizzazione militare ostile agli europei. Per quanto riguarda i giuramenti e i rituali dei Mau-Mau, egli inferisce che tali pratiche si potevano paragonare ad aspetti più profondi coinvolti in uno scenario di sviluppo mentale della società quando questa viveva un momento di transizione da un’età dotata di indiscutibile fede a valori stabiliti e di conformismo sociale, verso una nuova era di iniziativa personale. Mentre l’ambiguità criminale dei Mau-Mau altro non era, secondo l’autore, che l’espressione di quei tratti comuni riscontrati in varie razze africane e da lui definite come “dissociazione della personalità”:

Alcuni sono semplicemente criminali psicopatici che non si avvantaggeranno in alcun modo dall’esperienza rieducativa. (ibidem, p. 21)

In sostanza i Kikuyu, frustrati nelle loro aspettative di riuscire ad emulare gli Inglesi, avrebbero sviluppato rancore nei loro confronti. Carothers però non cita l’ideologia nazionalistica del movimento dei Mau-Mau, né il tentativo di riappropriarsi delle terre espropriate, né la formazione dei suoi leader universitari, capi ben lontani dalla “psicologia primitiva” da lui enunciata per spiegare la ribellione.

Quello di Carothers è un esempio dell’uso riduttivo di psichiatria e psicologia e del loro assoggettamento al sistema di dominio; appare evidente come la psichiatria risultasse arruolata tra gli strumenti dell’amministrazione coloniale fino a diventare azione politica, legittimando, in nome di un sapere che si voleva scientifico, neutrale e oggettivo, le pratiche della colonizzazione. Egli propone infatti la reintegrazione dei Mau-Mau attraverso il raggruppamento in piccole collettività lontane dalle città e dai loro effetti destrutturanti, dove poter ritrovare la vita ancestrale, e dove, senza ombra di dubbio, sarebbero risultati più facilmente controllabili dai conquistatori.

di Alessia Maccarrone

alessia maccarrone

Comments

Comments

You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 Responses are currently closed, but you can trackback.

2 Responses