Come scoprire quando uno mente: tipi di menzogna

marzo 19th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Criminologia | Linguaggio del Corpo | Psicologia Sociale | Relazioni Interpersonali

come capire chi mente

Forme e tipi di menzogna

Durante il discorso su “Come la scienza corrompe l’innocenza”, Jean-Jacques Rousseau asserisce che “il falso è suscettibile di una infinità di combinazioni, ma la verità ha soltanto un modo di essere”. In tempi ancora più remoti, San Tommaso distingue la menzogna in dannosa (mendacium perniciosum), giocosa (mendacium iocosum) e utilitaristica (mendacium officiosum). Lo scopo della prima è quello di ingannare l’interlocutore, quello della seconda di intrattenere e quello della terza di ricavare un’utilità.

Menzogne Altruistiche ed Egoistiche

In generale, la prima grande distinzione che possiamo fare nella variegata famiglia delle bugie è quella tra menzogne altruistiche e menzogne egoistiche. Le prime sono messe in atto più frequentemente con persone con le quali esiste un legame e il loro scopo è proprio quello di proteggere i nostri cari da sentimenti di sfiducia o da emozioni negative: per questo motivo sono considerate menzogne eteroriferite. Rientrano in questo ambito le cosiddette “menzogne benevoli”, ossia dette a fin di bene, le menzogne pedagogiche, che servono per rassicurare i bambini, e le bugie innocenti o sociali, dette per buona educazione.

Le menzogne egoistiche, al contrario, sono chiaramente autoriferite e hanno come scopo il conseguimento di un vantaggio personale. Tali bugie possono riguardare i propri sentimenti, il modo in cui ci presentiamo e l’immagine che vogliamo dare di noi, la possibilità di aumentare il nostro livello di autostima ecc. Possono essere definite bugie da legittima difesa, ovvero uno strumento per salvaguardare la nostra riservatezza. Questo tipo di bugia viene più spesso impiegata con persone estranee: ecco perché all’interno di questa categoria rientrano anche le cosiddette “menzogne di sfruttamento”, ossia strategie ingannevoli che permettono di ottenere un guadagno a discapito di altri.

All’interno di questa tipologia possiamo differenziare tra menzogne pianificate e sfacciate, solitamente ideate per evitare sanzioni o per ottenere forti vantaggi, e menzogne non pianificate, che servono a far fronte a situazioni improvvise, imbarazzanti e spiacevoli.

Possiamo ancora diversificare la menzogna tra necessaria e gratuita. La prima è dettata da una condizione di vera necessità, mentre la seconda è detta per puro piacere, come qualcosa di fine a se stesso e che non porta alcun vantaggio.

Quando mentiamo, tendenzialmente, due sono gli obiettivi che si intende raggiungere:

  • volere che il destinatario creda il falso;

  • non volere che il destinatario creda il vero.

A partire dall’incrocio tra questi due obiettivi, Ekman suddivide la menzogna in due macrocategorie: la dissimulazione e la simulazione. Con la prima chi mente nasconde certe informazioni senza dire effettivamente nulla di falso. Chi falsifica, invece, presenta un’informazione falsa come se fosse vera. Molto spesso le due operazioni vengono intrecciate, ma può capitare che la sola dissimulazione sia sufficiente a raggiungere lo scopo. La dissimulazione è spesso preferita per diversi motivi: omettere un’informazione è più semplice che inventarne una dal nulla, rischiando di tradirci se non ci siamo preparati in anticipo una storia ben congegnata. Inoltre è un’azione che appare meno riprovevole rispetto alla falsificazione perché implica un comportamento passivo e non attivo e il mentitore si sente meno in colpa nell’aver taciuto qualcosa piuttosto che aver affermato il falso. Non da ultimo le bugie per omissione sono più facili da coprire nel caso venissero scoperte perché si può sempre ricorrere alla scusa di una dimenticanza o di una ignoranza dei fatti. La falsificazione, invece, viene utilizzata prevalentemente, anche qualora non sia necessario ricorrervi, per coprire le prove di ciò che si vuol nascondere.

L’uso del falso per mascherare la verità che si desidera dissimulare si rende necessario particolarmente quando si devono nascondere delle emozioni. Ekman aggiunge anche che “quanto più intensa è l’emozione, tanto più è probabile che qualche segno trapeli, nonostante gli sforzi per nasconderla. Fingere un’emozione diversa può aiutare a mascherare quella autentica che si vuol dissimulare. Falsificare un’emozione può coprire l’emozione celata che minaccia di trasparire”1. In questi casi, il modo migliore per dissimulare l’emozione provata è simularne un’altra. Infatti, quando si prova un’emozione particolarmente forte, è terribilmente difficile mantenere il volto impassibile e tenere immobili le mani: assumere un atteggiamento fittizio che aiuta a bloccare o contrastare con azioni diverse quelle che esprimerebbero l’emozione autentica risulta allora la via più efficace. Se è vero che qualsiasi emozione può essere simulata per nascondere quella autentica che si sta provando, è anche vero che la “maschera” più usata è il sorriso, il quale controbilancia tutta la gamma delle emozioni negative: paura, rabbia, dolore e disgusto. Il sorriso ha anche la caratteristica di essere la mimica emotiva più facile da assumere volontariamente.

Secondo la classificazione di Ekman, altri modi di mentire sono:

  • dire la verità con fare sprezzante in modo che la vittima non ci creda. È un po’ come mentire dicendo il vero;

  • la dissimulazione a metà per fuorviare i sospetti. In questi casi si dice la verità, ma solo in parte e magari accompagnata da un tono di noncuranza. Questa tecnica permette al bugiardo di dire reggere l’inganno senza dire alcunché di falso;

  • la risposta evasiva che suggerisce una conclusione sbagliata. Al pari della dissimulazione a metà, permette di mentire senza asserire il falso.

Sempre a partire dai due obiettivi che il bugiardo deve perseguire, anche Anolli fa una sua personale classificazione di atti menzogneri, che comprende:

  • l’omissione: consiste nel tralasciare di fornire informazioni essenziali o nel lasciare che l’altro si inganni. Appartengono a questa categoria la reticenza e il silenzio;

  • l’occultamento: con questa tecnica le informazioni rilevanti vengono nascoste, mentre ne vengono fornite altre che sono vere ma divergenti, fuorvianti o secondarie per far assumere all’interlocutore delle false credenze;

  • la falsificazione: al destinatario vengono intenzionalmente comunicate delle informazioni false;

  • il mascheramento: il bugiardo fornisce all’interlocutore delle conoscenze false con lo scopo di nascondere quelle vere;

  • la falsa conferma: consiste nel confermare intenzionalmente una conoscenza dell’interlocutore che sappiamo essere falsa.

Tutte le forme di menzogna considerate mettono in evidenza come bugia e verità vadano a braccetto e che non è necessario asserire il falso per ingannare.

A livello di interazione e sul piano della comunicazione ciò è reso possibile dalla flessibilità del significato. Esso, infatti, è al contempo caratterizzato da aspetti di prevedibilità, che assicurano una stabilità semantica degli enunciati, e da aspetti di imprevedibilità, i quali rappresentano fonte di innovazione, ignoto e negoziazione. Il significato non è mai né ovvio né scontato, ma lascia invece ampi margini all’implicito e al sotteso, al vago e all’indeterminato, nonché all’imprevisto. Ciò che ne consegue è che le persone possono ricorrere ad un ampio spettro di modalità indirette e implicite per comunicare e per trasmettere ciò che intendono dire attraverso l’opacità comunicativa, ovvero la copertura delle proprie intenzioni.

Questo costituisce un’opportunità per il bugiardo, il quale si trova ad avere a sua disposizione un ampio spettro di strumenti comunicativi per ingannare. Tra questi troviamo:

  • le insinuazioni, che gli permettono di far si che l’interlocutore inferisca una valutazione negativa su una terza persona;

  • le calunnie, cioè menzogne caratterizzate da una valutazione negativa della vittima in modo da comprometterne la reputazione;

  • le allusioni, tramite le quali il bugiardo fa riferimento a qualche conoscenza già in possesso dell’interlocutore ma che non viene esplicitamente nominata;

  • le mezze verità, tecnica attraverso la quale si accenna soltanto ai fatti lasciando che sia il destinatario a completare la situazione;

  • le esagerazioni, in cui la verità non viene negata, ma piuttosto distorta e fuorviata;

  • la confusione, nella quale i messaggi risultano contraddittori e privi di logiche coerenti.

L’opacità comunicativa è alla base anche dei cosiddetti inganni indiretti, ovvero delle forme di comunicazione che, basandosi sui normali processi di inferenza, fanno sì che l’interlocutore assuma delle credenze e delle presupposizioni false ingannandosi da sé. È una forma molto sottile di inganno, in quanto può capitare che il bugiardo dica la verità fingendo di mentire, facendo modo che l’interlocutore assuma come verità il contrario di ciò che il bugiardo sta dicendo, ossia il falso.

Appare chiaro che le menzogne possono essere di diversi tipi e che l’altro può essere ingannato mantenendolo nell’ignoranza, ossia privandolo di conoscenze vere, oppure inducendolo deliberatamente in errore fornendogli informazioni fasulle. Possiamo dire che nel primo caso siamo in una condizione di privazione (non far sapere il vero), mentre nel secondo assistiamo ad un processo di deviazione delle conoscenze e di fabbricazione di informazioni menzognere (far credere il falso). Tuttavia sarebbe sbagliato pensare che tutte queste categorie di menzogna siano separate da confini precisi. Risulta più corretto parlare di un continuum di processi ingannevoli i cui confini appaiono sfumati, dove verità e menzogna sono mescolati tra loro. Ciò che risulta fondamentale, allora, è che qualsiasi strategia si scelga di mettere in atto l’esito rimane lo stesso: sulla base di ciò che chi parla comunica o non comunica, il destinatario assume delle false credenze sulla base di false presupposizioni e premesse.

1 Paul EKMAN, Op. cit., p. 20

di Francesca Baratto

francesca baratto

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