Immigrazione e Criminalità Minorile in Italia

marzo 27th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Criminologia

criminalita-minorile-immigrazioneAnalisi della devianza e della criminalità dei minori immigrati.

Le migrazioni dalle aree periferiche del mondo verso le metropoli capitalistiche, rappresentano un fenomeno strutturale irreversibile della fase storica presente, fenomeno che occorre assumere e analizzare attentamente per le sue implicazioni sul piano sociale, politico e culturale.
I movimenti migratori hanno origini lontane, la storia di ogni civiltà è storia di migrazioni, cioè di scambi, mescolanze, ecc. Oggi siamo in presenza di una fase nuova di questo movimento millenario, fase la cui tendenza dominante è costituita dallo spostamento dai paesi del Sud del mondo e dall’Est europeo verso i paesi dell’Europa occidentale.

A determinare i flussi migratori sono ragioni economico-sociali: il drammatico impoverimento di molte aree del Terzo mondo, la crescente disparità di reddito rispetto ai paesi sviluppati, dunque la necessità di sopravvivenza. Accanto a queste vi è l’intreccio di ragioni ecologiche, politiche e culturali: il grave degrado ambientale che colpisce i paesi del Sud del mondo; la forza di attrazione esercitata dall’Occidente, e dall’Europa in particolare, grazie alla sua capacità di rappresentarsi, tramite i mezzi di comunicazione, come regno della ricchezza, del consumo, della mobilità, della libertà, accessibili a tutti; la necessità di sfuggire a situazioni di guerra, a regimi oppressivi, a persecuzioni politiche e/o religiose; la destrutturazione di vecchi assetti politici, in particolare nell’Est europeo, e le conseguenti crisi economiche, sociali e culturali.

A queste cause – che comunque non vanno intese in senso rigidamente deterministico, poiché le spinte migratorie sono anche il prodotto della somma di istanze, strategie e progetti individuali – va aggiunta la peculiarità della struttura economica europea, e di quella italiana in particolare: la presenza di un doppio mercato del lavoro, l’uno ufficiale e garantito, l’altro sotterraneo, mobile, non protetto e retto dall’arbitrio assoluto, rappresenta un indubbio fattore di attrazione per i migranti. In questo sistema gioca un ruolo importante la manodopera immigrata, a basso costo, illegale, tenuta in condizioni di perenne clandestinità. Per ciò che riguarda l’Italia, già caratterizzata da una forte emigrazione, solo negli ultimi decenni si è trasformata in un paese di accoglienza, zona di transito e/o di arrivo per flussi migratori di notevoli dimensioni. Tale mutamento ha provocato non pochi problemi ed una situazione anomala rispetto agli altri stati europei: mentre infatti si contano a centinaia di migliaia i connazionali emigrati in tutto il mondo ancora nei primi decenni del secondo dopoguerra, continua a crescere nel nostro paese la presenza di stranieri in cerca di lavoro.
Gli stati europei industrializzati, da tempo interessati al fenomeno, hanno adottato in un primo momento una politica di utilizzo della manodopera allogena vista come funzionale all’espansione industriale, per irrigidirsi successivamente in un atteggiamento di chiusura, con il blocco delle frontiere o il contingentamento dei nuovi ingressi o, anche, ponendo in atto misure protezionistiche di varia natura. Negli ultimi anni, anche nel nostro Paese, gli immigrati suscitano diffidenza, preoccupazioni e paure tra la popolazione autoctona. Si teme che sottraggano risorse agli italiani, entrino in concorrenza con loro per la casa e il lavoro, mettano in crisi lo stato sociale, minaccino lo stato di vita della popolazione, producano un aumento della criminalità

L’insieme delle connessioni che legano l’immigrazione al mondo della criminalità è un fenomeno complesso. E’ opinione comune che la criminalità sia alimentata dall’immigrazione. In modo particolare, si ritiene che l’immigrazione provochi un aumento dei reati nel Paese di destinazione; che il forte aumento della criminalità, registrato in Italia nell’ultimo decennio, sia stato causato dagli immigrati; che oggi gli immigrati nel nostro Paese commettano alcuni reati più frequentemente degli italiani. Così l’evento criminoso che vede protagonista l’immigrato contribuisce a diffondere un senso di sfiducia nei confronti degli stranieri. Se possiamo considerare naturale che l’immigrazione determini sempre l’aumento dei reati nel Paese di destinazione, al pari di quanto avviene per il numero delle nascite, dei decessi, dei matrimoni, non è, invece, così pacifico che l’aumento della criminalità in Italia nell’ultimo decennio sia stato causato dall’intensificarsi dell’immigrazione. L’eccezionale aumento della criminalità in Italia ha avuto luogo già dalla prima metà degli anni ’70, quando, cioè, i processi migratori erano agli inizi. E’ anche vero, però, che in quest’ultimo decennio la quota degli stranieri implicati in fatti delittuosi è continuamente cresciuta. Questo incremento, tuttavia, non si è avuto per tutte le tipologie di reati né per tutti i livelli a cui vengono svolte le attività illecite.

Si tratta di quei reati per la cui commissione è richiesta una posizione qualificata all’interno del sistema di stratificazione sociale e che, pertanto, escludono gli immigrati che si trovano ancora ai gradini più bassi. Questa situazione, però, non deve far pensare che nel sistema criminale gli stranieri occupino solo le posizioni più basse, meno remunerative.

Se è vero che vi sono reati che continuano ad essere appannaggio della criminalità italiana, è anche vero che esistono delle zone di “comunicazione”, settori illeciti in cui si assiste ad un progressivo inserimento degli immigrati anche ai livelli superiori ed addirittura esclusivi della criminalità straniera. D’altra parte, l’aumento del numero dei reati commessi dagli immigrati, è parallelo all’intensificarsi del fenomeno immigratorio. Alcuni reati, infatti, hanno avuto andamenti ciclici, con fasi di forte espansione nei primi anni di immigrazione e successive contrazioni e riprese negli anni più recenti. Per intere classi di reato, del resto, si sono registrati aumenti notevoli anche tra gli stessi italiani. Occorre, poi, tener presente che la popolazione immigrata ha una composizione per sesso ed età diversa da quella italiana, nel senso che è più giovane ed ha una quota di maschi più elevata.

Questo elemento strutturale è di fondamentale importanza nell’analisi dei fenomeni criminali, in quanto il genere e l’età assumono un peso determinante nella propensione al crimine. L’idea di un rapporto diretto tra numero di immigrati presenti e reati commessi è indebolita dal fatto che non tutte le nazionalità sono egualmente coinvolte in queste attività criminali. Vi sono infatti gruppi etnici numerosi che presentano indici di criminalità inferiori rispetto a quelli italiani, e comunità di immigrati che, pur non essendo tra le più numerose, presentano indici molto elevati. Non vi è dubbio, inoltre, che l’irregolarità crei le condizioni favorevoli al verificarsi di eventi criminosi, perché costituisce un limite all’inserimento nel circuito socio-economico legale.

Finché si continuerà ad affermare che la delinquenza straniera aumenta in rapporto diretto con l’immigrazione e che gli stranieri delinquono più dei nostri connazionali, si faranno delle generalizzazioni che non aiutano a capire veramente quali dinamiche sociali siano in atto e che certamente non aiutano ad individuare strategie per la risoluzione del problema.

Oggi, infatti, i fattori di spinta all’immigrazione e l’orientamento dei flussi si presentano fortemente condizionati dagli interessi criminali che hanno sfruttato i momenti di crisi della società civile ed hanno modificato, di fatto, i rapporti tra immigrazione e criminalità. Alcune ricerche sociologiche hanno individuato tre tipologie di criminalità in relazione al tipo di attività illegale.

Nella prima tipologia, troviamo le ipotesi di associazionismo criminale di matrice straniera, il cui numero e la cui complessità organizzativa sono in costante aumento.

L’ingresso dei cinesi, per esempio è stato favorito dall’esistenza di complesse organizzazioni dedite all’immigrazione clandestina, che gestiscono l’intero movimento migratorio illegale verso l’Europa.

La comunità cinese è venuta, così,occupando ampie porzioni di territorio, ove oggi vi sono veri e propri “quartieri cinesi”.E’ stato, inoltre, accertato che la criminalità associata cinese si avvale del traffico illegale di immigrati per introdurre in un determinato territorio persone consapevoli fin dall’inizio che, per pagare il viaggio, saranno costrette a commettere reati di ogni tipo per conto delle organizzazioni.

Un’altra minaccia proviene dalla criminalità albanese, la cui presenza è andata fortemente aumentando. Fra le principali attività illecite dei gruppi criminali albanesi vi sono lo sfruttamento della prostituzione giovanile, il traffico di armi e lo sfruttamento di manodopera minorile.

La seconda tipologia di criminalità connessa all’immigrazione riguarda l’affiliazione di immigrati clandestini da parte dei gruppi già organizzati ed operanti, per l’impiego in compiti di manovalanza delinquenziale (spaccio di stupefacenti, vendita al minuto di sigarette di contrabbando) e a fini di sfruttamento illecito (prostituzione,attività lavorative in nero, ecc).

Molti extracomunitari vengono in Italia per trovare lavoro e finiscono spesso per diventare manovalanza a basso costo delle organizzazioni criminali nello spaccio di droga, prendendo il posto che in precedenza era occupato dai tossicodipendenti italiani.

In poco tempo gli immigrati hanno modificato la loro posizione nella gerarchia dello spaccio di droga: non vendono solo per conto di altri, ma comprano la droga in quantità maggiori, la suddividono, la confezionano in dose singole per poi venderla.

Infine, in un terzo gruppo, si possono includere tutte quelle manifestazioni delittuose, aventi caratteristiche di estemporaneità e senza stabili collegamenti con gruppi criminali, commesse da cittadini extracomunitari spesso per ragioni di sopravvivenza ed emarginazione sociale (es. furti, scippi, aggressione,ecc). Si tratta di un fenomeno sempre più diffuso, soprattutto nelle grandi aree urbane, che produce allarme ed insicurezza tra i cittadini e a cui occorre prestare molta attenzione, in quanto facilmente suscettibile di degenerazioni, sia sul piano sociale che su quello criminale.

Un fenomeno del tutto nuovo che ci trova fortemente impreparati non solo sul piano legislativo, organizzativo, culturale, ma anche su quello educativo è quello della forte presenza nel nostro paese di minori che provengono da paesi stranieri anche non accompagnati, quindi privi della famiglia di riferimento.

I minori costituiscono spesso per le organizzazioni criminali “merce” o “materia prima” privilegiata per alcuni lucrosi affari illeciti, come prostituzione, pedofilia, produzione di materiale pornografico, adozioni illegali, traffico di organi.

La scelta di operare in determinati settori illegali non è affidata al caso, essa anzi si basa su una profonda conoscenza della legislazione penale dei Paesi in cui si svolgono queste attività e dipende soprattutto dalla domanda di determinate prestazioni.

In Italia, lo sfruttamento di minori stranieri è in sensibile aumento. Di questo fenomeno possiamo distinguere diverse forme. La prima è quella più tradizionale, in cui lo sfruttamento è in qualche modo collegato alla violazione della legislazione sul lavoro minorile. Tuttavia, scarsissime sono le notizie relative all’impiego irregolare di minori stranieri. Numerose ricerche testimoniano casi di bambini cinesi impiegati nelle industrie tessili nei periodi di maggiore produzione; si tratta di una gestione prevalentemente a conduzione familiare, che però non sempre determina l’abbandono degli studi.

Un altro settore in cui vi è un numero rilevante di minori impiegati irregolarmente è quello dei servizi domestici. Una seconda forma riguarda l’utilizzo dei minori nella vendita abusiva di fiori, accendini, sigarette, abbigliamento, tappeti, ecc. L’impiego del minore di 14 anni spesso è legato al fatto che è un soggetto non imputabile. Un altro ambito di sfruttamento è quello dell’accattonaggio. Sebbene una recente sentenza della Corte costituzionale abbia abrogato l’articolo 670 c.p. relativamente alla punibilità di chiunque mendichi in luogo pubblico o aperto al pubblico, l’utilizzo di un minore di 14 anni continua ad essere un reato. Se il minore è sottoposto all’autorità o alla custodia di chi mendica, la pena prevede l’arresto da 3 mesi a 1 anno. Se il fatto è commesso dal genitore, la condanna comporta la sospensione dell’esercizio della potestà.

 Quando questo fenomeno si inserisce nell’attività delle organizzazioni criminali, i minori, quasi esclusivamente di sesso maschile,vengono reclutati con modalità in parte analoghe a quelle utilizzate per il reclutamento delle donne da avviare alla prostituzione.

La sostanziale differenza tra gli uni e le altre è che, nel caso dei minori, le famiglie sono in genere informate dagli organizzatori del traffico e vi partecipano, ricevendo una parte dei guadagni.

Identiche a quelle delle prostitute sono le modalità del trasferimento in Italia, ove vengono accompagnati da colui che li affiderà allo sfruttatore. I minori vengono costretti ad elemosinare per oltre dieci ore al giorno e a versare allo sfruttatore l’ammontare della questua, che viene inizialmente trattenuta per intero al fine di coprire le spese di trasferimento. Solo in un secondo momento una parte del ricavato, in genere inferiore a quella concordata, viene inviata alle famiglie originarie tramite persona di fiducia. I minori, purtroppo, sono sottoposti ad ogni genere di violenza,fisica o psicologica, determinata dal tentativo di affrancarsi da tale schiavitù o dallo scarso rendimento. In altri casi, invece, la violenza è finalizzata al mantenimento dello stato di soggezione del minore nei confronti dello sfruttatore.

Pur non esistendo elementi che colleghino i vari sfruttatori in gruppi più o meno organizzati, è certo che fra essi esistono accordi di mutuo soccorso che consentono ai singoli di mantenere il controllo dei minori in circostanze sfavorevoli.

Significativo, inoltre, è il fatto che i minori più anziani, sia in senso anagrafico che “lavorativo”, siano adibiti alla raccolta degli introiti giornalieri, quasi ciò rappresentasse la prima tappa di una carriera criminale.

Il fenomeno dei minori utilizzati nell’accattonaggio è iniziato ad emergere in Italia già alla metà degli anni Ottanta, e si trattava in genere di minori slavi di origine Rom.

Alla fine degli anni Ottanta sono iniziati ad arrivare i minori marocchini, che ai semafori, oltre a chiedere l’elemosina, lavavano i parabrezza delle automobili.

Negli ultimi anni, invece,accanto ai minori nomadi dediti all’accattonaggio, ai semafori o lungo le strade, è sempre più frequente vedere minori albanesi, spesso senza famiglia e costretti a vivere per la strada.

A differenza dei nomadi, i marocchini e soprattutto gli albanesi, sembrano inseriti in un vero e proprio racket, che vede spesso il minore “affittato”dalla propria famiglia ad organizzazioni dedite all’immigrazione clandestina, che si occupano dell’inserimento di questi minori in Italia. Nei loro confronti i Servizi sociali provvedono in genere con il ricovero in istituto e l’avvio di accertamenti per esplorare le possibilità di un loro rimpatrio, possibilità che rimane spesso inapplicabile per l’ostilità della famiglia al rimpatrio o perché il minore spesso non ha documenti di identificazione.

Una forte preoccupazione desta anche il coinvolgimento dei minori stranieri nello spaccio di stupefacenti; si tratta in genere di minori nordafricani, presenti in Italia senza permesso di soggiorno, a volte entrati clandestinamente, ma spesso affidati dai genitori a parenti o ad amici di famiglia che vivono in Italia.

L’inserimento nel racket dello spaccio avviene in genere attraverso altri connazionali che utilizzano i minori per fare da corrieri.

Un ultimo tipo di sfruttamento riguarda la prostituzione di minorenni straniere. Dello sfruttamento sessuale dei minori si occupano la Risoluzione della Commissione O.N.U. dei diritti umani 1992/72 (“Programma d’azione sulla vendita di bambini, sulla prostituzione, sulla pornografia infantile, la Convenzione internazionale sui diritti del bambino del 1989 ratificata in Italia con Legge 179/91, che impegna gli Stati firmatari “a proteggere il fanciullo contro ogni forma di sfruttamento sessuale”.

In Italia il fenomeno è abbastanza recente e vede coinvolte soprattutto minorenni provenienti dai Paesi dell’Est, in particolare Albania, ex Iugoslavia, Romania, Repubblica Ceca. Si tratta di un vero e proprio racket di sfruttamento gestito da connazionali che, dopo aver contattato la minorenne nel paese d’origine e averla convinta a emigrare in Italia prospettandole un’occupazione lavorativa, organizzano l’ingresso in Italia che, in genere, è clandestino. Una volta qui, la minorenne viene obbligata, anche violentemente a prostituirsi.

Minori stranieri devianti

Il fenomeno della criminalità minorile extracomunitaria appare più presente nell’area dell’Italia centro-settentrionale sia per il numero di casi registrati sia per l’incidenza della componente straniera sul totale dei giovani denunciati. Anche se i reati dei bambini e adolescenti immigrati sono di minore gravità rispetto a quelli commessi dai minori italiani, è più frequente che i ragazzi extracomunitari siano recidivi.

Come viene osservato dagli operatori sociali e della giustizia minorile, l’elevato tasso di recidiva dell’utenza extracomunitaria costituisce un indicatore piuttosto valido delle condizioni di grave marginalità sociale che caratterizzano alcune comunità di immigrati nel nostro paese e, allo stesso tempo, mette in luce le carenze degli organi competenti nell’approfondire risposte ed interventi di sostegno e prevenzione della devianza minorile straniera. Il numero di condanne definitive risulta inoltre molto più alto, in misura proporzionale, per i ragazzi stranieri che, oltretutto, subiscono assai spesso il provvedimento della custodia cautelare in istituto penale minorile.

La devianza dei giovani stranieri vede coinvolti in particolare minorenni albanesi, nord-africani e nomadi slavi. I comportamenti dei ragazzi differiscono, tuttavia, in relazione alla provenienza geografica.

Per quanto riguarda i minori albanesi, i primi segnali della loro presenza nei centri di giustizia minorile si sono registrati a partire dal 1995 presso alcuni grandi centri urbani, come Roma e Milano, e solo successivamente, con frequenza crescente, presso altre località del Centro-Nord.

I giovani albanesi giungono in Italia da soli, senza famiglia, grazie all’opera di organizzazioni clandestine che ne favoriscono l’arrivo e che, molto spesso, ne “curano” anche il successivo inserimento nell’attività criminale, secondo diversi livelli di coinvolgimento, dall’accattonaggio alla rapina, allo sfruttamento della prostituzione. In alcuni casi la tipologia del reato commesso e i tradizionali indicatori (test, calcoli statistici, esperienze sul campo) utilizzati dagli operatori della giustizia per comprendere i reati giovanili, hanno rilevato un alto grado di pericolosità sociale e la presenza di legami diretti con gruppi di criminalità organizzata di origine albanese.

Molto spesso, il giovane è accompagnato da un parente adulto, definito genericamente come “zio”, che gestisce in proprio lo sfruttamento, avviando il ragazzo all’accattonaggio o utilizzandolo per furti di vario genere. La presenza dei minori albanesi nel territorio italiano ha comportato notevoli difficoltà in ordine alle misure e agli interventi da realizzare, sia sul piano giudiziario che su quello sociale.

Per una serie di fattori problematici, le tradizionali forme di risposta previste dall’ordinamento giudiziario minorile appaiono allo stato attuale difficilmente praticabili. In primo luogo, a differenza dei minorenni di origine maghrebina, che dimostrano in genere una certa disponibilità a collaborare con gli operatori i minorenni albanesi mostrano una difficoltà di relazione, che si manifesta in atteggiamenti di ribellione, nel tentativo di strumentalizzare a proprio favore l’intervento degli assistenti sociali, nel rifiuto delle misure alternative al carcere e in ripetuti tentativi di fuga dalle strutture della giustizia minorile.

Laddove si è tentato di prendere in carico i minori albanesi con forme attenuate di vigilanza, affidandone la custodia a strutture semi-aperte sul territorio, come i centri di prima accoglienza e le comunità alloggio, i ragazzi non hanno accettato l’intervento sociale, giungendo in molti casi a tentare la fuga.

Un’altra componente significativa di minori extracomunitari che delinquono è rappresentata dagli adolescenti nordafricani, prevalentemente tunisini e marocchini, imputati per spaccio di sostanze stupefacenti, reati contro la proprietà o ambulantato irregolare, la cui presenza è segnalata in prevalenza nelle aree centro-settentrionali del paese.

Per molti anni, i cittadini di nazionalità marocchina e tunisina che arrivavano in Italia avevano un’età media piuttosto alta, superiore ai 30 anni; si trattava in genere di giovani e adulti senza famiglia al seguito, dediti principalmente ad attività di ambulantato.

Dal 1987, si è registrata la presenza di adolescenti non accompagnati, provenienti da zone particolarmente povere e depresse della Tunisia e del Marocco.

L’arrivo quasi improvviso di questi minorenni di origine maghrebina, può essere spiegato, oltre che facendo riferimento a fattori strutturali interni ai paesi di provenienza, anche da un cambiamento di politica delle autorità tunisine e marocchine, che fino al 1987 avevano sempre impedito il rilascio del passaporto e l’uscita dal paese dei minorenni, in modo particolare se privi di accompagnamento.

Attualmente, i minorenni nord-africani, segnalati dalle autorità giudiziarie e sottoposti a provvedimenti penali, sono adolescenti soli, privi di documentazione regolare, senza famiglia, oppure in compagnia di un adulto di cui viene segnalata la presenza dagli stessi ragazzi, ma che di solito vive in un’altra città.

Non tutti i minorenni nord-africani coinvolti in fenomeni di devianza giungono nel nostro paese con un chiaro progetto di inserimento nella criminalità organizzata.

In questo senso, si possono distinguere quei casi nei quali l’arrivo del minorenne è stato organizzato da gruppi di adulti, quasi sempre connazionali, che curano l’inserimento nell’attività criminale, da altri percorsi migratori, nei quali il ragazzo arriva da solo in Italia e dopo un periodo più o meno breve di permanenza, nel corso del quale si sforza di lavorare onestamente, si inserisce poi, o viene fatto inserire, nel racket della droga o dei furti.  Non sempre le Autorità di Polizia e la Magistratura riescono a determinare con chiarezza la struttura organizzativa delle reti criminali che manovrano la manovalanza immigrata minorenne.

Per quanto riguarda le tipologie di reato segnalate, vanno operate delle distinzioni per le due nazionalità prevalenti: i ragazzi tunisini, risultano quasi tutti coinvolti in attività di spaccio di sostanze stupefacenti, mentre i giovani del Marocco si dividono tra l’ambulantato irregolare, lo spaccio e i piccoli furti.

E’ difficile capire il fenomeno microcriminale all’interno dell’universo dei minori immigrati, poiché gli elementi conoscitivi a disposizione non ne giustificano la definizione come un gruppo sociale “a rischio” di devianza: all’interno dell’arcipelago degli stranieri, gli episodi di devianza e di criminalità non si verificano infatti con la stessa frequenza presso tutte le comunità nazionali, ma vedono penalizzate in modo evidente le comunità nord-africane, slave e albanesi, connotate da un forte grado di disagio interno e da conflittualità nei confronti del paese di emigrazione. In altre parole, il fenomeno della devianza dei minori nel contesto dell’immigrazione extracomunitaria sta assumendo gli stessi caratteri di “discriminazione latente e di selezione differenziata” già evidenti nel panorama della devianza minorile italiana, dove i minori provenienti da determinate regioni o gruppi sociali risultano più “a rischio” di altri, sia nella frequenza delle denunce che per quanto si riferisce al numero di ingressi presso i centri della giustizia minorile.

A tal proposito le istituzioni della Giustizia Minorile svolgono un ruolo di primaria importanza nell’ambito della tutela dallo sfruttamento dei minorenni, italiani e stranieri, coinvolti in attività illecite.

A livello di ingressi nelle strutture, si registra un numero più alto di stranieri rispetto agli italiani, poiché spesso gli stranieri trascorrono in custodia cautelare l’intero periodo di detenzione e raramente accedono ad altre misure, mentre a livello di presenze in Istituto il numero degli italiani è lievemente più alto. La tipologia prevalente dei minorenni stranieri che entrano in contatto con la Giustizia Minorile: est-europeo, in particolare ex-Jugoslavia, Albania e Romania; Maghreb, principalmente Marocco e Algeria

Le principali tipologie di reato commessi dai minori stranieri sono i reati contro il patrimonio (fra gli italiani vi è una maggior incidenza di reati contro la persona). Per i minori stranieri si registrano notevoli difficoltà di accesso alle speciali misure cautelari e alternative alla detenzione previste dalle normative per i minorenni, in assenza di condizioni fondamentali quali la fissa dimora e la presenza di un nucleo familiare di riferimento.

Si registra inoltre una maggiore facilità dei minori stranieri non accompagnati, ad inserirsi nella rete di criminalità adulta con la quale vengono in contatto all’arrivo in Italia, ed in particolare essi sono:

– ragazzi stranieri in età adolescenziale, che vivono sul territorio italiano in condizioni di forte marginalità, privi di riferimenti adulti, immigrati di recente, in prevalenza dell’est europeo (soprattutto rumeni);

– minori non-accompagnati, che vivono sul territorio italiano con famiglie allargate, già introdotti in reti etniche devianti (soprattutto marocchini a forte rischio di spaccio, porta d’ingresso alla devianza dei minori maghrebini).

– minori nomadi, che vivono in Italia con le famiglie, che vanno poco a poco modificando le abituali espressioni di devianza proprie della loro cultura (furto e borseggio) verso nuove forme legate al contatto con gli stupefacenti.

Il motivo dello scarso utilizzo di tali formule terminative del processo penale minorile nei confronti dei minori stranieri sta nel fatto che la prognosi favorevole in ordine all’astensione del minore dal commettere ulteriori reati, requisito indispensabile per l’applicazione del perdono giudiziale e della messa alla prova, l’occasionalità del comportamento, requisito richiesto dalla legge per l’applicazione dell’irrilevanza del fatto, in assenza di altre informazioni, sono valutati alla luce dell’assenza di precedenti penali, requisito che difficilmente i minori stranieri possiedono. La messa alla prova, inoltre, è applicata solo nel 20% dei casi a minori stranieri, in quanto spesso la loro condizione socio-familiare non si presenta come elemento favorevole su cui fondare un giudizio probabilistico in ordine alla buona riuscita della prova.

I minori stranieri che migrano in Italia e transitano nelle strutture della Giustizia Minorile sono portatori di un proprio “progetto migratorio” (ad es. guadagnare soldi, inviarli con frequenza alla famiglia e tornare a casa appena possibile, oppure trasferirsi con la famiglia e lavorare, altro…), sul quale facilmente specula la criminalità organizzata quando, come accade in moltissimi casi, il ragazzo non riesce a trovare un’attività lecita ed equamente remunerata.

Nonostante le difficoltà di realizzare progetti educativi che possano produrre esiti favorevoli per i minori stranieri, soprattutto se non-accompagnati (causate da molteplici limiti di tipo giuridico e strutturale, inerenti la falsa identità dei minori o l’assenza di famiglie o riferimenti che complicano l’accesso alle misure specifiche previste dalla normativa italiana, ecc.), le istituzioni si adoperano costantemente, attraverso linee d’indirizzo e con il lavoro quotidiano degli operatori dei Servizi minorili, a favorire progettualità d’inclusione sociale sui diversi territori.

I ragazzi stranieri che appartengono a minoranze stabili sono maggiormente motivati ad investire in progetti educativi, ma anche per tutti gli altri è elevato lo sforzo messo in campo dalla Giustizia Minorile, sia in termini di azioni  preventive, volte a sottrarre opportunità di reclutamento di giovani stranieri alle attività del crimine organizzato, sia in ambito di prassi operative e trattamentali, con la costruzione di percorsi individualizzati.

Dall’analisi delle relazioni annuali dei Servizi minorili emerge la validità delle opportunità realizzate per i ragazzi e, in generale, una situazione tesa a supportare alcune oggettive difficoltà del presente stante la sopravvenuta carenza di fondi nel settore poiché parte delle risorse economiche (che insistevano nel bilancio del Dipartimento della Giustizia Minorile del Ministero della Giustizia in base ad attuali e recenti normative vedi legge 328/2000, D.P.R. 230/2000; la riforma del sistema sanitario di quello dell’istruzione ed altro ma soprattutto la riforma del titolo V parte II della Costituzione) sono transitate a livello territoriale. Rispetto a ciò forte è l’impegno del Dipartimento per la Giustizia Minorile sia a livello centrale che periferico di aprire i tavoli di concertazione con gli Enti Locali, il volontariato, ed il terzo settore. Di certo si tratta di promuovere una mentalità interistituzionale ed integrata che si faccia carico di programmare azioni condivise sul territorio dove l’obiettivo sia quello di realizzare politiche sociali capaci di promuovere il benessere e non solo e non tanto ridurre il danno.

Fondamentale è l’intervento degli Enti locali e del privato sociale per curare il lavoro di rete atto a produrre la presa in carico nel tempo dei minori stranieri anche dopo l’uscita dal circuito penale, al fine di non disperdere il percorso avviato ed evitare che tanti minori divengano “oggetto” di sfruttamento e nuove schiavitù. Recenti normative mirano alla costruzione di politiche sociali ove la sussidiarietà sia orizzontale e promuova processi di benessere sociale incentrati sulla persona e sulla sua dignità.

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