Come riconoscere chi mente a se stesso

aprile 7th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Criminologia | Psicologia Clinica

menzognnaCome riconoscere chi mente a se stesso con i meccanismi di difesa

Anche in una prospettiva cognitiva e comportamentale spesso l’autoinganno si installa in un individuo come un meccanismo di difesa, le cui forme di manifestazioni principali in questo senso sono:

1. la negazione di impulsi, ricordi o azioni, le quali potrebbero causare ansia o umiliazioni. Il fenomeno che maggiormente descrive questa forma di meccanismo di difesa è l’amnesia, ossia quel processo che comporta una perdita temporanea della memoria. Il fatto che alcuni ricordi possano essere recuperati senza bisogno
di un nuovo apprendimento conforta l’ipotesi che non sono “perduti”, ma semplicemente nascosti mediante meccanismi di rimozione. Il fatto che i ricordi perduti abbiano in genere carattere personale, mentre quelli impersonali non vengono meno, è un’altra prova dell’interpretazione secondo cui la rimozione propria dell’amnesia è spesso motivata da qualche forma di ansia o da sensi di colpa;
2. il mascheramento, ovvero quel meccanismo attraverso il quale si falsificano gli impulsi, come nella razionalizzazione, o si attribuiscono infondatamente ad altri certe caratteristiche, come nella proiezione, mentre le vere motivazioni del soggetto vengono mascherate;
3. la razionalizzazione, vale a dire quel “processo mediante il quale attribuiamo alle nostre azioni impulsive ragioni logiche o scuse plausibili. Razionalizzare non significa “agire razionalmente”, ma giustificare la propria condotta in base a motivazioni desiderabili, in modo da sembrare di aver agito razionalmente.

Nella ricerca di una “buona ragione” per ciò che abbiamo fatto, e non della “vera”, possiamo avanzare numerose scuse. Queste, generalmente, sono plausibili, e le circostanze che le giustificano possono essere vere, solo non dicono tutto”56. Un esempio drammatico di razionalizzazione è quello dei criminali di guerra “che, nonostante possano essere genitori teneri e ritenuti da coloro che sono loro vicini persone perbene, si rendono spesso colpevoli di atrocità nei confronti di altre persone. Questi individui riescono a isolare le risposte emotive collegate alla loro attività criminale e razionalizzarle come “Sto solo eseguendo gli ordini” o “Lo faccio per il mio paese””57.

A conti fatti, sembra che la pratica dell’autoinganno abbia una funzione tendenzialmente positiva, in particolare come regolatore dell’autostima. A volte, però, questo meccanismo viene utilizzato in senso inverso per non entrare il conflitto con gli altri. In ambito della coppia, ad esempio, può capitare che uno dei due partner tenda a sminuirsi per non scontrarsi con il compagno dotato di bassa autostima in modo da farlo sentire meglio.

In simili situazioni, lo scopo non è dare delle conferme alle proprie capacità, ma, al contrario, è di evidenziare le proprie debolezze a favore delle competenze dell’altro.

È curioso notare come il livello di autoinganno a cui può giungere una persona possa variare nei contenuti e nella tipologia di informazione negata. “La necessità di questo meccanismo è evidenziata dal fatto che in alcuni casi le conseguenze legate allo smentire queste forme di autoinganno possono essere gravi. Alcune persone, quando si rendono conto di essersi ingannate su una situazione e si scontrano con la realtà si ritrovano a dover affrontare situazioni molto dolorose. […]

Nel momento in cui si scopre la verità tutto ciò che prima appariva normale diventa indizio di un qualcosa che (chi ha messo in atto l’autoinganno) non ha voluto vedere per non soffrire, e alla fine il dolore sarà anche più intenso”.

Bibliografia

55 Vincenzo SALADINI, op. cit., p. 65
56 Ernest R. HILGARD, Richard C. ATKINSON, Rita L. ATKINSON, Psicologia. Corso introduttivo,
Firenze, Giunti Editore, 1989, 2 edizione riveduta e aggiornata, p. 506-507

Articolo di Francesca Baratto

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