La Psicologia del Lutto: Definizione, Freud, Cosa Fare

agosto 12th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

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Il vocabolario della lingua italiana definisce il lutto (dal latino luctus, pianto, dal tema di lugere, piangere ed essere in lutto) come un cordoglio per la morte di qualcuno; il termine cordoglio deriva dal latino cordolium, composto da “cor”, cuore, e “dolere”, provare dolore: profondo dolore provocato da un lutto (Lo Zingarelli, 2005).

Il termine è stato introdotto in psicoanalisi nella traduzione dell’opera originaria di Sigmund Freud, Lutto e melanconia (1915), dove lo studio del processo del lutto avveniva attraverso lo studio della depressione negli adulti. In questo scritto Freud (1915) chiarisce l’origine della malinconia come condizione psicopatologica, riporta le sue principali riflessioni sul lutto e sulla differenza tra lutto normale e lutto patologico. Egli scrive che il lutto è invariabilmente la reazione alla perdita di una persona umana o di un’astrazione che ne ha preso il posto, (come la patria, la libertà o un ideale), e che quando in alcuni individui questa perdita assume caratteristiche di una specifica disposizione patologica, allora il lutto si declina nella melanconia (Freud, S., 1915).

Si tratta in entrambi i casi di una perdita dell’oggetto d’amore ma che, nel caso della melanconia, questa perdita ha risvolti patologici in quanto il naturale processo del lutto viene sottratto alla coscienza. Freud (1915) precisa che nel lutto il mondo si è impoverito e svuotato, nella melanconia impoverito e svuotato è l’Io stesso; nel processo del lutto dunque, la perdita riguarda l’oggetto, ma nella melanconia sembra riguardare, da ultimo, il soggetto stesso. Successivamente, la psicoanalisi ha tentato di utilizzare i meccanismi che Freud attribuiva solo all’eziopatogenesi della melanconia e al lutto patologico anche per spiegare il lutto normale.

John Bowlby (1983) afferma che è corretto utilizzare il termine lutto per indicare tutti quei processi psicologici, consci o inconsci, che vengono suscitati dalla perdita di una persona amata, a prescindere dall’esito finale, se patologico o normale. Il lutto così concepito descrive il dolore, più o meno esplicito, che una persona prova nel vivere un’esperienza di perdita. In questi casi, per esempio, il termine lutto potrebbe essere sostituito da altri di uso comune come “cordoglio” o “afflizione”, per indicare quell’insieme di reazioni, pensieri e stati d’animo che caratterizza chi si trova ad affrontare una malattia grave o terminale che vede allontanarsi all’improvviso beni irrinunciabili come la salute, la libertà, l’autonomia, il benessere, la tranquillità, la spensieratezza, la pace e che minaccia il proprio futuro (Pangrazzi, A., 2006).

Vorrei ricordare che nella lingua inglese possiamo distinguere il termine bereavement  per indicare la perdita di una persona per decesso, il termine grief, che indica l’insieme dei comportamenti e dei sentimenti propri di ciascun individuo che risultano in seguito ad una perdita subita e il termine mourning che fa riferimento alle espressioni sociali che si mettono in atto in seguito alla perdita e al cordoglio, come le celebrazioni rituali specifiche di ogni cultura e religione (Mitford, J., 1963; Parkes, C.M., 1972).

Questi termini riassumono i diversi aspetti che sono coinvolti nell’esperienza del lutto: la presenza di un evento di perdita, l’insieme delle reazioni personali alla perdita, gli aspetti socio-culturali che costituiscono lo sfondo dell’evento e che contribuiscono a modificarne le caratteristiche. L’esperienza di perdita è vissuta diversamente da individuo a individuo e perciò può risultare scorretto, da un punto di vista clinico, giudicare come patologiche le reazioni psicologiche di un soggetto nelle prime fasi del lutto. È utile, invece, riconoscere le differenze in ogni individuo in termini di intensità e durata del fenomeno e considerare anche il gruppo culturale di appartenenza (Silver, R.C, Wortman, C.B., 2007; Bonanno, G.A., Boerner, K., 2007; Lombardo, L., Lai, C., Luciani, M., 2014).

Umberto Galimberti (1999) definisce il lutto come uno stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo che ha fatto parte integrante dell’esistenza. L’Autore specifica meglio spiegando che la perdita può essere riferita ad un oggetto esterno, come la scomparsa di una persona cara, la separazione o l’abbandono di un luogo, oppure ad un oggetto interno, come per esempio la perdita dell’immagine di sé o un proprio fallimento (Galimberti, U., 1999).

Il lutto rappresenta, allora, una risposta naturale a un evento di perdita che le persone possono sperimentare varie volte nell’arco della propria vita, che si manifesta attraverso un profondo dolore per la scomparsa o per la perdita di qualcosa o qualcuno al quale si era legati in modo particolare e costituisce una delle modalità psichiche con la quale l’individuo si trasforma dopo aver subito una perdita. Il vissuto di perdita è sempre correlato ad un dato di realtà, qualunque sia la natura dell’oggetto perduto o il significato che l’individuo gli attribuisce e costituisce un’esperienza al limite: quando si verifica ci lascia senz’aria come se si dovesse morire insieme alla persona perduta; ma se si torna poi a respirare significa che si è sopravvissuti e, come afferma Pia De Silvestris (2004), sopravvivere alla perdita equivale ad essere portatore di un trauma, che isola il dolore della perdita senza elaborarlo e che quindi tende a rinnovarsi in forme diverse (Baldassarro, A.B., Carotenuto, A., Crozzoli Aite, I., D’Elia, G., De Silvestris, P., 2004).  

L’esperienza della perdita costituisce un passaggio universale sempre presente nel corso della vita umana e per l’uomo è estremamente dolorosa, in quanto lascia un senso di vuoto attorno al soggetto che lo costringe, inevitabilmente, a pensare ad un tempo in cui sarà la propria perdita a realizzarsi, a pensare il tempo della propria morte, o quello che precede la propria origine (Jabès, E., 1992).

Il concetto di perdita è ormai entrato nel linguaggio comune come sinonimo di lutto, ma ciò in realtà è scorretto, poiché non tutti i lutti assumono il significato di una perdita (Campione, 1990). Le relazioni umane possono assumere forme diverse ed essere caratterizzate da diversi stati sentimentali in cui vi si possono soddisfare diversi bisogni tra cui: l’attaccamento, che soddisfa il bisogno di sicurezza e protezione, l’integrazione sociale e l’amicizia che soddisfano il bisogno di condivisione con l’altro, l’educazione che conferma come gli altri abbiano bisogno di noi, la rassicurazione sul valore, che attesta il valore dell’individuo, un senso di alleanza affidabile che assicura un’assistenza sicura e una guida, importante in ogni situazione di stress (Raphael B., 1984).

Si ha un lutto dunque quando si spezza un legame e di conseguenza si perde un tipo di relazione interpersonale e quando rimangono insoddisfatti i relativi bisogni. L’essere umano è portatore di diverse necessità e un modo per soddisfarle è quello di formare legami interpersonali, che possono essere dissolti con il conseguente dolore del lutto. Se si concepiscono i legami interpersonali come meri strumenti per la soddisfazione di bisogni, allora il lutto assume le caratteristiche di un processo psichico e biologico causato dalla perdita di uno di questi strumenti. Se gli altri risultano essere sempre dei mezzi, e non dei fini, con i quali si instaurano relazioni basate su bisogni reciproci, allora il lutto sarà sempre connotabile come perdita: quando un individuo muore o una relazione termina, si perde ciò che si possedeva per soddisfare questi bisogni. In questo senso, la morte di un proprio caro o la separazione da esso equivale ad una perdita della casa, del lavoro, di un ruolo o di una posizione sociale o economica (Campione, F., 1990). Al contrario, quando gli uomini stabiliscono invece relazioni basate sul desiderio dell’altro, anziché sul bisogno, allora l’identificazione del lutto con la perdita è solo parziale e non si può parlare di mancanza e di perdita. È evidente però, che i rapporti interpersonali basati esclusivamente sul libero desiderio dell’altro e non sul bisogno risultano essere meno diffusi e che, in generale, la perdita di una persona cara sottopone l’individuo ad un insieme di sentimenti luttuosi da superare (Campione, F., 1990).

di Giulia Detti

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