Il Narcisismo Primordiale Patologico: come riconoscerlo

marzo 7th, 2016 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

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Transfert narcisistico e oggetto-Sé

Il senso del narcisismo primordiale come “la carica narcisistica dell’impulso a conquistare, a sopravvivere, ad attaccare o difendere. Negli esseri umani compare nell’aumento del desiderio di onnipotenza, di potere magico, nel desiderio di giungere più rapidamente a una sopravvivenza ben riuscita, così come nell’ambizione realistica, nell’impulso a lavorare sodo, negli interessi entusiastici.
Forse possiamo parlare propriamente di narcisismo a partire dal momento in cui questa forza e questo sforzo diventiamo riconoscibili in un comportamento umano.
La Greenacre descrive l’organizzazione del narcisismo come “uno strumento d’attacco positivo, una pulsione aggressiva vitale”, che ha il suo stretto corrispettivo difensivo primordiale nella reazione ansiosa, di paura, di agitazione che si osserva in bambini nel primo anno di vita ogni volta che siano confrontati con una stimolazione per loro nuova. Crescendo, il bambino si abitua di solito a sopportare meglio le stimolazioni esterne. Si mostra meno insofferente ad esse. Probabilmente l’equilibrio delle sue funzioni vitali si assesta. Intanto appare evidente che desideri, pulsioni, piaceri, dispiaceri sempre meglio definiti entrano in gioco, in una organizzazione sempre più complessa con la vitalità narcisistica originaria, che ne risulta trasformata.

Freud considera il narcisismo come un’energia intrinseca al mantenimento della vita e della coesione della propria vita individuale. Questa energia può avere una sua forma molto particolare di relazione con persone e oggetti interni.

Nel caso di disturbi del narcisismo, il soggetto tende a percepire gli altri significativi, e dunque ad entrare in relazione con essi, in un modo particolare. Il soggetto deve cioè potersi sentire rispecchiare nel suo essere dall’alto. Ogni fallimento di questa sensazione, ogni evidenzia della fondamentale diversità dell’altro, ogni interesse che l’altro mostri di possedere al di fuori di questo rispecchiamento col soggetto provoca esplosioni di rabbia oppure la fredda ostilità del distacco, o la perdita di ogni interesse nel rapporto. Il bisogno di una particolare funzione dell’altro rispetto al proprio essere, perché questi possa essere percepito come significativo per il Sé. Contemporaneamente, tutto ciò si verifica anche il senso inverso, nella percezione di sé rispetto al proprio interlocutore. Cioè il soggetto avverte anche la necessità di dover rappresentare tutto l’altro, di doverne rispecchiare ogni disposizione per poter sentire di partecipare, di essere importante, di esserci nella relazione.

Gli “oggetti-Sé sono oggetti da noi esperiti come parte del nostro Sé; il controllo che ci attendiamo di esercitare su di essi è quindi più vicino al concetto del controllo che un adulto si aspetta di avere sul proprio corpo e sulla propria mente piuttosto che quello del controllo che ci si aspetta di avere sugli altri.

I portatori di disturbi del narcisismo non si mettono in relazione con un oggetto, ma con un oggetto-Sé. Esprime l’esasperato, continuo, totalizzante bisogno di riconoscimento, di apprezzamento, di accettazione, di attenzione in rapporto ad un vuoto interno che va sempre di nuovo colmato perché penoso da sentire, ad una solitudine interiore che fa mancare sostegno, conferma, stabilità, rassicurazione se non viene di continuo lenita dall’esterno.

L’altro deve essere percepito come un prolungamento di sé. Il corollario è che l’altro deve quindi essere sotto completo controllo; deve muoversi e desiderare nel modo e nel tempo in cui il soggetto lo pensa.

Quando si ama, e soprattutto nei momenti iniziali dell’innamoramento, gli affidiamo il nostro narcisismo. Nella relazione narcisistica l’altro diviene dunque significativo quando viene vissuto come “oggetto-sé”.

Kohut ha individuato due modalità fondamentali attraverso le quali l’altro viene sperimentato oggetto-sé: l’altro e il Sé si rapportano in quanto la grandiosità del Sé (traslazione speculare), oppure quando l’altro viene ammirato, contemplato, idealizzato nella sua perfezione (traslazione idealizzante).

  • Traslazione speculare: l’altro deve costantemente rispecchiare il narcisista, la sua grandezza, la sua importanza, il suo ruolo, la sua potenza, la sua presenza. Lo sguardodell’altro, le sue parole, la sua ammirazione sono lo specchio in cui il narcisista può vedersi, ammirarsi e continuare ad esistere. Sembrano esistere solo loro, sia nei confronti del loro interlocutore del momento sie nei loro racconti. Parlano, parlano, praticamente solo di sé, e tu sei solo uno specchio della loro presenza e della loro importanza. Il malcapitato di trova a essere strumento della grandiosità  dell’instancabile narratore. Dopo l’iniziale interesse egli può provare noia, oppure un crescente torpore dei suoi pensieri e delle sue sensazioni, qualche volta perfino sonnolenza.
    Questo è il transfert speculare, che esprime il bisogno narcisistico di avere uno specchio per la propria grandiosità. si tratta di una caricatura di un normale bisogno dell’Io, la cui soddisfazione è vitale per la sua formazione e, entro certi limiti, per la sua conservazione. È il bisogno di essere visto, considerato, accettato, di sentirsi, entro certi termini realistici, unico, irripetibile, indispensabile, insostituibile.
  • Traslazione idealizzante: l’altro deve poter essere idealizzato. Deve cioè costantemente incarnare un’immagine di serena, indistruttibile grandezza, potenza, bellezza, importanza, perfezione. In esso il narcisista potrà allora rispecchiarsi. Il che significa affidarsi totalmente, perfettamente, senza residui. Solo se l’altro rappresenta un ideale di ogni perfezione potrà diventare percepibile e attivo per il narcisista un sentimento di appartenenza, di cui il narcisista ha bisogno di farsi specchio – ed è forse per lui l’unico modo di portare dentro di sé una presenza. Poter ammirare l’altro senza residui, fino a sentirsene un prolungamento, fino a desiderare di confondersi. Anche in questo caso possiamo ritrovare queste sensazioni nella nostra vita quotidiana, perché anche di esse è intessuto l’essere di ognuno di noi.
    All’inizio essere oggetto di idealizzazione narcisistica è molto gratificante. Ma dopo un po’ la proiezione – così intensa, così continua, così diversa in fondo dalla propria intima consapevolezza di limiti, difetti – esercita una pressione che diventa un peso, un’inquietudine, un condizionamento persistente, un “risucchiamento” nell’altro. L’istinto percepisce il condizionamento e il controllo che le identificazioni proiettive idealizzanti esercitano fin nell’intimo, perché esse tendono a condizionare il modo di essere. Non è facile sottrarsi a questo tipo di pressione. Per farlo, bisogna infatti ammettere prima di tutto i propri limiti, le proprie miserie, talvolta la propria impotenza. E ammetterli pria di tutto dentro di sé.
    Il transfert idealizzante esprime il bisogno narcisistico di essere specchio per la grandiosità altrui. Si tratta di una caricatura di un normale bisogno dell’Io, la cui soddisfazione è altrettanto vitale e imprescindibile di quella del rispecchiamento, sia per la formazione che per il mantenimento della stessa organizzazione dell’Io.
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