Come nasce il trauma infantile

giugno 27th, 2016 | Posted by Igor Vitale in Psicologia dello Sviluppo

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Nella letteratura è nota l’importanza della relazione e della predisposizione alla relazione del bambino con la madre e il potere fondante di tale relazione sulle successive. La relazione tra madre e bambino descritta dalla Klein è parzialmente indipendente da motivazioni legate alle pulsioni, è volta, invece, ad instaurare quel contatto emotivo centrato sullo sguardo, il sorriso, l’espressione delle emozioni; ossia crea forme di intersoggettività primaria centrate sullo scambio emotivo.

Nelle prime fasi di sviluppo, l’amore e la compassione si esprimono nell’amorevole accudimento materno che porta a una identità inconscia basata sul fatto che l’inconscio del bambino e quello della madre siano in stretta relazione tra loro: deriva da qui la sensazione di sentirsi capito che si pone alla base di questa relazione.

Dunque, gli affetti svolgono un ruolo motivazionale fondamentale nel guidare ed incentivare la personalità del soggetto, incrementando gli aspetti positivi e minimizzando quelli negativi. Emde (Emde,1992) considera gli affetti come organizzatori della vita psichica e guida delle esperienze relazionali. Un ruolo di primaria importanza nello sviluppo lo assumono, fin dalle primissime manifestazioni, le emozioni di segno positivo come ad esempio il sorriso endogeno delle prime settimane di vita. Le emozioni positive e la possibilità di condividerle guidano sin dall’inizio il bambino, incoraggiando la sua curiosità e attivando comportamenti esplorativi.

Così, attraverso l’interiorizzazione delle esperienze fatte e della disponibilità o meno dei genitori, il bambino nel primo anno di vita costruisce delle schematizzazioni prototipiche delle prime esperienze relazionali che vanno a definire i primi nuclei di personalità del sé infantile. Il bambino fin dai primi mesi costruisce degli schemi di sé con l’altro grazie all’interazione con le figure genitoriali, con cui egli si riconosce come “altro da”.

Il bambino nell’interazione con i suoi caregiver tende ad attivare due sistemi: il sistema di attaccamento, volto a dare protezione, e il sistema dell’intersoggettività, finalizzato a stabilire un contatto comunicativo, la vicinanza emotiva e l’intimità tra bambino e caregiver. Quest’ultimo sistema è fondamentale per l’uomo in quanto è guidato dal bisogno di condividere emozioni e pensieri con il caregiver che lo conosce e lo riconosce in questo.

 

L’origine del trauma

Freud definisce il trauma come un’intaccatura della corazza che avvolge e protegge l’integrità della persona, e traumatici quegli eccitamenti intensi a tal punto da alterare e lesionare il confine di protezione. La minaccia esterna può essere di tipo materiale se il bambino, sottoposto a cure carenti, sperimenta uno stato di pericolo e di impotenza; mentre si configura come psichica se la minaccia è pulsionale.

La letteratura successiva a Freud ha sostituito il termine trauma con quello di “situazione traumatica”, includendo la condizione di pericolo, la condizione dell’io e il supporto dell’ambiente esterno.[1] Così facendo viene ampliato il raggio di attenzione sul trauma, prendendo in analisi i fattori determinanti e le condizioni soggettive e ambientali che vengono influenzate.

Ferenczi (Ferenczi,1932) parla, invece, di trauma relazionale individuando nella relazione l’origine dei fattori traumatici, a cui il bambino può reagire identificandosi o introiettando l’aggressore minaccioso:

“Con l’identificazione, diciamo meglio con l’introiezione dell’aggressore, quest’ultimo scompare come realtà esterna: l’evento da extrapsichico diventa intrapsichico. La personalità ancora debolmente sviluppata risponde con l’identificazione per paura e l’introiezione di colui che minaccia o aggredisce”.[2]

Ferenczi pone l’accento sui fattori ambientali e traumatici che influenzano lo sviluppo del bambino; attribuisce importanza alle condizioni mentali ed emotive del genitore sulla mente del bambino e sui relativi processi psichici. Centrale per la sopravvivenza e il resistere alle difficoltà della vita è la funzione organizzatrice e vitalizzante svolta dalla madre nelle prime fasi di sviluppo del lattante. L’essere trattato ed educato con dolcezza e delicatezza immunizza contro i danni fisici e psichici, invece, la freddezza e l’assenza di calore, il distacco, il rifiuto da parte della madre impediscono al lattante di superare la fase della non esistenza individuale. I genitori possono essere allo stesso tempo potenziali fonti di trauma per il bambino, ma anche fonte di protezione nelle situazioni di difficoltà che questi si trova ad affrontare[3]

Winnicott osserva che considerata l’estrema condizione di fragilità del neonato, il trauma è reso possibile se intervengono condizioni ambientali carenti di cure. Quindi il primo periodo della vita è minacciato da angosce di annientamento che vengono contenute e sostenute dal legame tra il bambino e il genitore; spetta dunque alla madre “sufficientemente buona” proteggerlo dall’intensità eccessiva di affetti che potrebbero sommergerlo innescando il trauma.

Fausta Ferraro (Ferraro, 1992) illustra la condizione interna sperimentata dal neonato:

“La separazione dalla madre, nei primissimi tempi della vita, provoca non solo una grave alterazione dei bisogni legati alla sopravvivenza quanto anche la mobilitazione di quelle angosce impensabili, le agonie primitive, relative al venir meno della funzione materna di contenimento e al precario equilibrio dei processi integrativi in via di svolgimento: la perdita dell’oggetto che non è ancora distinto da sé si traduce in perdita di sé. (…) Il valore specifico della continuità di presenza così come della sua discontinuità risiede nel consentire di sperimentare l’angoscia di perdita, ma al contempo di modificarla riattivando la fiducia e l’attesa di un recupero della madre e mobilitando quel potenziale riparativo, che sosterrà l’audacia della vita istintuale”.[4]

Per la loro natura e per l’impatto sulla persona, le esperienze traumatiche possono modificare le aspettative che l’individuo ha sul mondo, la sicurezza e la stabilità delle relazioni interpersonali e l’integrità del bambino. Questi fattori originano un concetto di sé e degli altri che può avere un peso rilevante sul comportamento nelle fasi successive della vita.[5]

Una situazione traumatica per il bambino è determinata dal lutto, dalla perdita di una o di entrambe le figure genitoriali o di altre persone significative, dalla perdita della funzione di una figura di attaccamento e/o dal lutto anticipatorio (quando la morte di una persona viene anticipata in modo realistico o meno). Il lutto viene considerato una sottocategoria del trauma, ossia un tipo di evento che minaccia la costruzione del sé. [6]

Nei lutti ciò che spesso innesca il trauma è l’inatteso, l’evento che accade improvvisamente e in circostanze drammatiche, che rende maggiormente dolorosa l’elaborazione del dolore per chi resta. Data la perdita improvvisa della persona, talvolta risulta difficile ricostruire la dinamica degli eventi che ne hanno determinato la scomparsa.

La perdita della madre nei primi anni di vita del bambino comporta l’attivazione dei processi di elaborazione del lutto che avvengono all’interno del bambino, talvolta aiutato dalle persone significative rimaste. Spesso il bambino può sentirsi responsabile della morte della madre, soprattutto se quest’ultima è venuta a mancare improvvisamente: la perdita dell’oggetto d’amore, il fallimento della relazione primaria e l’inadeguatezza delle cure determina una destabilizzazione del bambino che con questa mancanza perde parti vitali di sé.

[1] Luccarello S., Portato da una cometa, Il viaggio dell’adozione, Guida, Napoli 2008

[2] Ferenczi S., Fondamenti di psicoanalisi, Vol. 3, Ulteriori contributi (1908-1933): psicoanalisi delle abitudini sessuali e altri saggi, Guaraldi, Rimini 1974, p. 421

[3] Riva Crugnola C., Il bambino e le sue relazioni, attaccamento e individualità tra teoria e osservazione, Raffaello Cortina editore, Milano 2007

[4] Ferraro F. – Cesaro N., La doppia famiglia: discontinuità affettive e rotture traumatiche, Franco Angeli, Milano 1992, p. 70

[5] Van der Kolk B.A. – Mc Farlane A.C. – Weisaeth L., Stress traumatico: gli effetti sulla mente, sul corpo e sulla società delle esperienze intollerabili, Edizione Magi, Roma 2004, p. 328

[6] Crittenden P.M., Attaccamento in età adulta, L’approccio dinamico maturativo all’Adult Attachment Interview, Raffaello Cortina Editore, Milano 1999, p. 74

di Federica Visconti

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