Psicologia di Hitler: il profilo psicologico di un criminale

luglio 5th, 2016 | Posted by Igor Vitale in Criminologia | Psicologia Clinica

adolf-hitler

Alice Miller, nella sua opera “La persecuzione del bambino”, controbatte in modo sostanziale, la visione comune del rapporto di Adolf coi genitori. Alois e Klara in diverse biografie vengono descritti come persone semplici, amorevoli e attenti ai bisogni dei figli. Ma dalle informazioni reperite dalla Miller si scopre che ciò che invece era a dominare il quadro familiare di Adolf, era una forma estremamente crudele di educazione, ossia quello che l’autrice descrive come “pedagogia nera”.

Il meccanismo centrale della pedagogia nera è la scissione e la proiezione delle parti del Sè.
L’educazione a una durezza insensata costringe a soffocare senza pietà nel Sè ogni sorta di debolezza.
Ai cittadini del Terzo Reich venne offerto un oggetto da considerare carico di tutte le qualità aborrite: il popolo ebraico. Un cosiddetto “ariano” poteva sentirsi puro, libero dagli impulsi emotivi “cattivi” perchè deboli e incontrollati, a patto che tutte le intime paure che lo tormentavano sin dai tempi dell’infanzia dovessero e potessero essere ascritte agli ebrei.

Qualsiasi ideologia offre ai suoi aderenti di scaricare in modo collettivo gli affetti accumulati e al tempo stesso consente di restare fedeli all’ oggetto primario idealizzato, che viene trasferito su nuove figure come il leader o sul gruppo quali sostituti della ormai perduta simbiosi materna. L’idealizzazione del gruppo che diviene oggetto di investimento narcisistico garantisce la grandiosità collettiva e offre al tempo stesso il capro espiatorio al di fuori del gruppo di appartenenza, così è possibile continuare a spregiare e combattere il debole bambino, da sempre disprezzato e scisso dal proprio Sè ma a cui non è mai stato dato il diritto di esistere. Allo stesso modo in cui la conoscenza analitica ci permette di comprendere il fenomeno dell’olocausto, la storia del Terzo Reich ci aiuta a scorgere le conseguenze della “pedagogia nera”.

L’ esempio dell’infanzia di Adolf Hitler consente di studiare la genesi di un odio delle cui conseguenze dovettero soffrire milioni di essere umani. Per comprendere questa genesi, bisogna abbandonare il terreno fidato della teoria delle pulsioni e domandarsi quali processi si siano potuti verificare in un bambino che, da un lato viene umiliato e mortificato dai propri genitori e che, dall’altro, riceve il comando di rispettare e amare la persona che lo tratta in quella maniera.

La struttura della sua famiglia si può descrivere come il prototipo di un regime totalitario. Il suo unico e incontrastato signore è il padre. La moglie e i figli sono completamente sottomessi al suo volere, l’obbedienza è la loro principale regola di vita. L’esperienza che Hitler, da bambino, deve aver avuto di suo padre l’ha rivelata assumendone poi inconsciamente il comportamento e mettendolo in atto nella storia mondiale. L’energico e un po’ ridicolo dittatore in uniforme, che Chaplin ci ha presentato nel suo film, non era altro che Alois, visto attraverso gli occhi critici del figlio. Il grande Dittatore del popolo tedesco, oggetto d’amore e ammirazione, era l’altro Alois: il marito ammirato e amato dalla madre Klara, a lui sottomessa, della quale il piccolo Adolf condivideva ancora l’ammirazione.

Anche al padre di Adolf, nonostante tutti i suoi sforzi, i successi e l’avanzamento professionale da ciabattino a ufficiale doganale, risultò impossibile cancellare la “macchia” del proprio passato, così come più tardi agli ebrei venne proibito di togliersi la stella gialla di Davide. Le leggi razziali significavano al tempo stesso il ripetersi del dramma dell’infanzia di Hitler. Come gli ebrei ormai non avevano più alcuna possibilità di scampo, così un tempo anche il piccolo Adolf non aveva potuto sottrarsi alle percosse del padre. Scrive Rauschning: “tuttavia Hitler soffre di condizioni psicologiche che rasentano la mania di persecuzione e lo sdoppiamento della personalità. La sua insonnia è più che il semplice risultato di un eccessivo sforzo nervoso. Spesso si sveglia nel cuore della notte e cammina irrequieto avanti e indietro. In quei momenti vuole che si accendano tutte le luci.

Negli ultimi tempi, quando ciò avveniva, mandava a chiamare dei giovani i quali dovevano tenergli compagnia durante quelle ore di evidente angoscia. Tavolta queste crisi diventavano terribili. Un tale che aveva con lui dimestichezza di rapporti giornalieri, mi disse che Hitler si sveglia la notte gridando convulsamente. Urla chiedendo aiuto. Siede sull’orlo del letto come se non riuscisse a muoversi. Trema di paura tanto da far vibrare il letto. Grida confusamente frasi del tutto incomprensibili. Respira affannosamente come se fosse sul punto di soffocare. Il mio informatore mi descrisse in tutti i particolari una scena che non avrei ritenuta credibile se la rivelazione non mi fosse venuta da una simile fonte. Hitler era in piedi nella sua camera, barcollante e si guardava intorno con sguardo folle. ‘Lui, lui! E’ stato qui’, diceva ansando. Aveva le labbra livide e il sudore gli colava sul viso. Improvvisamente cominciò a dire delle cifre senza senso, strane parole e frasi spezzate. Era orribile…” Sebbene la maggior parte di coloro che circondavano Hitler avessero subito percosse in età infantile, nessuno ha compreso il nesso esistente tra la sua angoscia panica e le “cifre incomprensibili” che pronunciava. Con molta probabilità, i sentimenti di angoscia, repressi nell’infanzia, gli si erano ripresentati sotto forma di incubi nella solitudine della notte, rivivendo gli episodi delle percosse ricevute dal padre, talmente vividi da contarne ancora i colpi. Aver avuto il mondo intero come vittima non era stato sufficiente a tener lontano dalla camera da letto di Adolf Hitler il padre interiorizzato, perchè l’inconscio personale non si annienta con l’ annientamento del mondo.

LA MADRE E IL RUOLO NELLA VITA DI ADOLF

Tutti i biografi concordano nell’affermare che Klara Hitler “amò profondamente suo figlio”, tanto da viziarlo. Occorre precisare se si intende per amore il fatto che la madre sia aperta e attenta a percepire i veri bisogni del figlio. Proprio quando manca questa disponibilità, il bambino viene viziato, vale a dire colmato di concessioni e sommerso di oggetti di cui non ha affatto bisogno, solo come surrogato per ciò che non gli si può dare a causa dei propri problemi personali. Se Adolf Hitler fosse stato davvero amato, avrebbe acquisito anch’egli la capacità di amare. Le sue relazioni con le donne, le perversioni dimostrano che non aveva ricevuto affetto da nessuno dei due genitori.
Prima che Adolf venisse al mondo, Klara aveva avuto altri tre figli che morirono tutti di difterite, nel giro di un mese. I primi due figli si ammalarono ancor prima della nascita del terzo, che parimenti morì al terzo giorno di vita. Tredici mesi più tardi nacque Adolf. Non occorre che una donna sia particolarmente sensibile per rimanere completamente scombussolata da un simile shock, specialmente se, come Klara, aveva accanto un marito dispotico ed esigente. Lei forse, da cattolica praticante, visse questa triplice morte come una punizione divina per i rapporti avuti con Alois fuori del matrimonio. E’ probabile che l’inquietudine della madre, i ricordi recenti dei tre bambini morti, riattivati dalla nascita di Adolf , la paura conscia o inconscia che anche questo figlio potesse morire si siano riversati direttamente sul figlio. Adolf Hitler non poté comunicare a nessuno i propri sentimenti e la profonda inquietudine che gli derivava dalla prima relazione disturbata con la madre, ma fu costretto a reprimerli per non attrarre l’attenzione del padre e non provocare nuove percosse. Gli rimaneva soltanto la possibilità di identificarsi con l’aggressore.

Sulla scena della politica mondiale egli recitò senza rendersene conto il vero dramma della sua infanzia… Adesso era lui, come una volta suo padre, l’unico dittatore. Era lui stesso che ispirava paura, ma che disponeva dell’amore del suo popolo, prostrato ai suoi piedi, come un tempo, la devota Klara lo era stata ai piedi del marito.
E’ risaputo che Hitler esercitava un fascino particolare sulle donne. Per loro egli incarnava il padre, che sapeva con precisione ciò che era giusto o sbagliato e poteva offrire loro una valvola di sfogo per l’odio che esse avevano accumulato sin dall’infanzia. Questa combinazione consentì a Hitler di avere un folto stuolo di seguaci sia tra gli uomini che tra le donne. Giacchè tutti questi individui un tempo erano stati abituati ad essere obbedienti, erano cresciuti nel senso del dovere e nelle virtù cristiane, avevano dovuto imparare molto presto a reprimere il loro odio e i loro bisogni.

La persecuzione degli ebrei rese possibile a Hitler di correggere il proprio passato sul piano della fantasia. Essa gli consentì di vendicarsi del padre, che divenne sospetto di essere mezzo ebreo, di liberare la madre (la Gemania) dal suo persecutore; di ottenere l’ amore della madre con minori sanzioni morali ed esprimendo più apertamente il suo vero Sè; Hitler venne amato dal popolo tedesco in qualità di acerrimo nemico degli ebrei e non come il bravo bambino cattolico quale egli doveva essere per sua madre; di rovesciare i ruoli: lui stesso è ora diventato il dittatore. Come nella vendetta inconscia presa sui persecutori della sua prima infanzia , Hitler si trovò in sintonia con un gran numero di tedeschi che erano cresciuti nella sua stessa identica situazione.

Nella seguente descrizione della massa che troviamo in Mein Kampf si può cogliere quale modello di femminilità abbia ricevuto Hitler:

“La psiche delle grande masse non risulta per nulla sensibile ai mezzi toni. Allo stesso modo la donna, la cui psicologia è condizionata, più che da considerazioni razionali astratte, da una indefinibile, istintiva aspirazione a una forza che le completi, e che quindi si piega al forte più volentieri di quanto non domini il debole, anche la massa ama più il dominatore che non chi le rivolge implorazioni e in segreto si sente più soddisfatta da una dottrina la quale non ne tolleri alcun’ altra accanto a sè, che non dalla concessione di un’ampia zona di libertà: di questa perlopiù non sa che farsene, e anzi le capita facilmente di sentirsi deleritta. Dal carattere sfacciato del terrorismo psicologico cui è sottoposta ha altrettanto scarsa coscienza che del rivoltante oltraggio cui viene fatta segno la sua umana libertà, nè si rende minimamente conto dell’ intima assurdità dell’ intera dottrina. Per tale ragione, essa ha occhi e orecchie soltanto per l implacabile forza e brutalità delle manifestazioni di questa, intesa a un preciso obiettivo, alle quali finisce sempre per piegarsi.”

In questa descrizione della massa Hitler compie una descrizione precisa su sua madre e della sua sottomissione. I suoi orientamenti politici si basano su esperienze acquisite molto precocemente: la brutalità vince sempre.

di Claudia Carnevali

Corso Gratuito in Leadership

Comments

Comments

You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 Responses are currently closed, but you can trackback.