Perché piacciono i cattivi ragazzi

luglio 25th, 2016 | Posted by Igor Vitale in Relazioni Interpersonali

 

In questo paragrafo saranno descritte le possibili spiegazioni alla frase “perché piacciono i cattivi ragazzi“, basandosi sul concetto di comportamento di rischio in adolescenza. Tali ricerche nascono sull’osservazione di un dato statistico, vi è un aumento di comportamenti a rischio in fase adolescenziale e questo aumento è maggiore nel maschio rispetto alla femmina (Spear, 2000; Harris, Jenkins & Glaser, 2006).

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Spiegare il senso evoluzionistico dei comportamenti a rischio nel mondo reale è più facile nel caso in cui si analizzino proprio i comportamenti maschili rispetto a quelli femminili. Questa disparità, nel passato e nelle società dei nostri antenati erano notevoli, attualmente, invece, si osserva una riduzione delle differenze nella considerazione del rischio tra maschi e femmine (Byrnes, Miller & Schafer, 2005). Questo tipo di variazione è dovuta a fattori sociali, come riferito da Galvan et al., (2007), le differenze di genere nel comportamento a rischio è maggiormente mediate dal contesto che dalla biologia.

Secondo Steinberg & Belsky (1996) tale diversità può essere spiegata in termini evoluzionistici. I nostri antenati, di fatto, erano esposti a rischi molto maggiori di quelli odierni in fase adolescenziale. La tendenza al rischio che queste persone hanno avuto in passato ha di fatto avvantaggiato in modo differenziale i nostri antenati più forti. Dal punto di vista dell’evoluzione, gli antenati che sopravvivono e si riproducono sono proprio coloro i quali, esposti ad una certa quantità di rischio, ne risultavano indenni.

Questo dato però non spiega il motivo per cui oggi osserviamo diverse predisposizioni al rischio, e una differenza nel risk-taking, nell’esposizione maggiore o minore che ognuno di noi mostra nei confronti dei comportamenti rischiosi. Questo tipo di spiegazione necessita di informazioni sul tessuto delle antiche società.

Sopravvivere in situazioni effettivamente rischiose, prendersi un rischio e uscirne vincente, può avere un ruolo anche nell’esposizione sociale di una persona in termini di dominanza. Dominanza che gioca un un ruolo fondamentale nella “selezione sessuale”. I comportamenti a rischio, secondo gli autori, rappresentano una strategia per raggiungere e mantenere la dominanza nelle gerarchie sociali.

L’adozione di comportamenti a rischio quindi non ha contribuito all’evoluzione solamente in diversi modi:

  1. Ha favorito una selezione naturale per cui i più resistenti, e coloro che uscivano indenni da una situazione rischiosa sarebbero stati poi coloro i quali avevano maggiore probabilità di riproduzione
  2. maggiore probabilità di ottenimento di beni per sé e per gli altri: in molti casi, nelle società primordiale, l’ottenimento di risorse come cibo, abbigliamento ed altro, prefiguravano all’uomo un’esposizione notevole al rischio, premiando solo chi appunto avesse tale predisposizione e una buona capacità di gestione della stessa
  3. Posizionamento e mantenimento di una posizione sociale di dominanza all’interno della gerarchia
  4. Maggiore probabilità di riproduzione
  5. Il maggiore ottenimento di risorse per sé e per gli altri contribuisce anche alla norma di reciprocità (Gouldner, 1960), norma universale, per cui una persona che riceve un dono (risorse, cibo, abbigliamento) percepisce di dover contraccambiare con beni della stessa natura (reciprocità omomorfica) o di diversa natura (reciprocità eteromorfica). Il maggiore possesso di beni, permette di fatto di intraprendere maggiori comportamenti di reciprocità, che rafforzano la rete sociale, e, dal punto di vista di Gouldner rappresentano uno dei meccanismi fondamentali della costruzione delle società e dell’evoluzione dell’uomo.

Il fatto che l’adozione di comportamenti rischiosi aumenti in adolescenza ha un preciso ruolo evoluzionistico. Questo aumento avviene non prima e non dopo l’adolescenza perché è proprio in quella fase che

  1. Si costruisce il senso di identità sociale della persona
  2. Si rende possibile la riproduzione

Dal punto di vista della selezione sessuale, mostrare comportamenti relati al sensation seeking da parte dei maschi, può aver contribuito all’aumento della desiderabilità di un partner sessuale in termini di accoppiamento. Anche nell’ambito della assunzione dell’ identità sessuale e dell’accettazione del proprio corpo si vanno strutturando nuove disfunzioni e disturbi, non facilmente inquadrabili tra le forme psicopatologiche classiche, che spesso si incontrano nella storia che ha preceduto e accompagnato l’impiego delle sostanze e la dipendenza. Il vuoto lasciato dalla scomparsa dei modelli di sessualità connessa con i ruoli sociali non e’ stato colmato da una nuova e stabile concezione riguardo alla virilità e alla femminilità; in un ambito sempre più esteso la sessualità e la genitalità sono percepite ed agite senza connessione con aspetti affettivo-emotivi e progettuali. Ci troviamo, dunque, di fronte ad adolescenti soli, perduti in un deserto emozionale, e spesso privi della percezione di un futuro possibile, costruito in modo unitario, seguendo riferimenti valoriali e coordinate impegnative. E questo in modo paradossale mentre gli stessi standard sociali impongono l’esigenza di essere “smart”, intelligente, brillante, profondo, sensibile, socievole e comunicativo: una realta’ molto lontana e che, non e’ difficile cogliere la connessione, si puo’ immaginare di avvicinare attraverso “scorciatoie farmacologiche” oggi sempre piu’ specifiche e variegate (Zuckerman e Kulhman, 2000). Questo tipo di dato non è vero solamente per le società ancestrali, ma anche attualmente. Oggi è possibile osservare nella cultura letteraria e cinematica, nella quale è ricorrente il tema per cui le adolescenti preferiscano i “bad boy” e li considerino sessualmente stimolanti. Allo stesso modo, il dato sarebbe confermato da alcuni dati di letteratura scientifica, uno studio di Pellegrini e Long (2003) ha mostrato che le ragazze adolescenti trovino come più attrattivi i ragazzi dominanti e che espongono alcuni comportamenti aggressivi.

di Tsvetelina Nikolova Tsenova

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