Le fasi dello sviluppo psicosessuale di Freud: fase orale, anale, fallica, periodo di latenza

settembre 18th, 2016 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

Nel 1905, Freud scrisse una delle sue opere più famose, intitolata Tre saggi sulla teoria sessuale, che da un lato, rese possibile la scoperta clinica della sessualità infantile, e dall’altro, determinò l’abbandono della teoria della seduzione.

Come era tradizione nell’Europa cristiana, la sessualità, veniva considerata una prerogativa della vita adulta, in quanto connessa al solo uso dell’apparato genitale finalizzato alla riproduzione, quindi il bambino veniva visto come una creatura innocente priva di spinta sessuale.

Sigmund Freud, con la sua nuova opera, rivoluzionò tale concezione, designando la sessualità non solo come un impulso diretto al piacere corporeo, ma come l’insieme di tutte le attività che provocano appagamento di bisogni elementari, quindi non aveva sede in un organo specifico; inoltre, non considerava il bambino una creatura innocente priva di spinta sessuale, ma un potenziale perverso polimorfo[1] che già nell’infanzia predisponeva di una propria sessualità; quest’ultima, quindi, è divenuta il fulcro della vita psichica dell’essere umano, poiché, oltre ad essere presente sin dalle prime fasi dello sviluppo infantile, influenza in maniera decisiva lo sviluppo psichico successivo e va a costituire l’organizzazione sessuale della vita adulta.

Nei paragrafi precedenti, abbiamo presentato le nozioni fondamentali della teoria di Freud, proprio perché la concezione freudiana della sessualità, si basa sui concetti di pulsione di vita e di morte che sono presenti nell’Es sin dalla nascita.

Sigmund_Freud_1926

La pulsione di vita, chiamata da Freud “libido”, ha una costituzione innata, quindi, essendo presente sin dalla nascita, non vi è discontinuità tra libido infantile e libido adulta, l’unica cosa che cambia è l’oggetto della libido, non la libido stessa; ma la pulsione di vita, non è l’unica forza che opera in noi, esiste infatti, un’ulteriore forza che agisce proprio nel senso opposto alla libido ed è quella che Freud chiama pulsione di morte che, se rivolta all’interno di noi stessi porta all’autodistruzione, mentre se viene rivolta verso l’esterno, prende la forma dell’odio, dell’aggressione e della distruttività.

Secondo la teoria freudiana, il bambino alla nascita è bisessuale e solo con l’adolescenza raggiungerà la completa formazione della sua identità. Durante l’infanzia, l’organizzazione sessuale del bambino viene identificata come disorganizzata e autoerotica, questo vuol dire che l’eccitazione sorge in particolari zone del corpo, chiamate zone erogene e la funzione, è quella di raggiungere l’appagamento dei bisogni organici fondamentali. Come possiamo vedere nel libro Tre saggi sulla teoria sessuale, Freud afferma che: <<Un’ulteriore ipotesi provvisoria nella teoria delle pulsioni, ed è un’ipotesi di cui non possiamo fare a meno, dice che gli organi del corpo forniscono eccitamenti di due specie, i quali sono fondati su differenze di natura chimica. Una di queste specie di eccitamento noi la chiamiamo specificatamente sessuale, e l’organo relativo lo definiamo “zona erogena” della pulsione sessuale parziale che ne deriva.>> [2]

Attraverso le fasi dello sviluppo psicosessuale, Freud sottolinea l’importanza del passaggio dalla dipendenza all’autonomia, affermando che il corso dello sviluppo infantile, porta ad un sempre crescente distacco dai genitori e che essendo inevitabile, comporta difficoltà intrinseche ad ogni sviluppo fisico. Nell’opera Al di là del principio di piacere, Freud parla del gioco del rocchetto con cui giocava il suo nipotino. In questo gioco, il bambino lanciando e riacchiappando un piccolo rocchetto attaccato ad una cordicella, ricreava, sotto il suo personale controllo, l’esperienza dell’andare e venire della madre, questo porta a considerare il gioco come il grande risultato di civiltà raggiunto dal bambino, con la rinuncia pulsionale. Quest’ultimo, ha in parte rinunciato alle sue esigenze (di deprivazione pulsionale) sulla madre, ostentando un capovolgimento dalla passività all’attività, dove quest’ultima è un meccanismo per affrontare la pressione del suo attaccamento libidico, quindi ora è lui a guidare il processo di separazione.  I concetti di attività e passività, sebbene fossero riferiti alle mete pulsionali, divennero più chiari, in termini di relazioni oggettuali, in una formulazione successiva dove afferma che le prime esperienze sessuali che i bambini, maschi e femmine, vivono con la madre sono di natura passiva; una parte della loro libido rimane legata a questa esperienza e gode dei soddisfacimenti che ad essa sono connessi, mentre l’altra parte tenta di convertirsi in qualcosa di attivo. I bambini quindi, o si accontentano dell’autonomia, cioè di fare essi stessi ciò che prima subivano, o della ripetizione attiva nel gioco delle loro esperienze passive, oppure tramutano la madre nell’oggetto[3] verso il quale essi assumono la parte di soggetti attivi.

Vediamo ora, in modo più approfondito, come il bambino, passando attraverso vari stadi, dove gli impulsi libidici sono concentrati su una particolare zona erogena del corpo, arrivi ad una congiunta evoluzione della sessualità e della sfera emotivo-affettiva.

Il primo stadio, che corrisponde alla fase orale, è relativo al primo anno di vita; è una fase di autoerotismo, il che vuol dire che non conosce oggetti e la zona erogena è la bocca, quindi è lì che si concentrano gli impulsi libidici e le prime manifestazioni affettivo-sessuali del bambino. Inizialmente, attraverso la suzione alimentare e quindi l’allattamento, il bambino non viene solo nutrito, ma sperimenta le prime esperienze di piacere; è solo in una fase successiva, che la bocca non viene più utilizzata solo per la gratificazione alimentare, ma diviene un organo di conoscenza della realtà, quindi il piacere non è più legato al bisogno di essere nutrito, ma viene provocato dalla suzione di oggetti diversi dal seno, in particolare, da parti del proprio corpo, come il pollice.

Come possiamo vedere nel libro sopracitato, Freud afferma che: <<La suzione o il ciucciare, che si presenta già nel poppante e viene proseguita fin negli anni della maturità o può mantenersi per tutta la vita, consiste in un contatto di succhiamento ritmicamente ripetuto con la bocca (le labbra), la lingua, un qualsiasi altro raggiungibile punto della pelle- persino l’alluce- vengono presi per oggetto sul quale si eseguisce il succhiamento.>>[4]

All’inizio del paragrafo, abbiamo detto che la sessualità si basa sui concetti di pulsione di vita e di morte, un esempio lo possiamo trovare proprio in questa fase, che Freud e Abraham hanno diviso in orale-passiva e orale-aggressiva. All’inizio, il bambino sperimenta la gratificazione attraverso la suzione alimentare dove l’afflusso di latte caldo causa la sensazione di piacere, ma verso il secondo anno di vita, inizia a svilupparsi la dentizione, quindi il bambino rinuncia all’alimentazione interamente liquida e sperimenta la gratificazione attraverso gli atti aggressivi orali, che servono per compensare l’esperienza di frustrazione dovuta al fatto che il seno non è sempre disponibile, quindi la fase orale-aggressiva è caratterizzata dal piacere del mordere, mentre quella orale-passiva è caratterizzata dalla gratificazione della suzione. Parlando dello sviluppo della dentizione, Freud afferma che: <<Da principio, il soddisfacimento della zona erogena era associato al soddisfacimento del bisogno di nutrizione(…) Chi vede un bambino abbandonare il petto della madre, ne veda le guance arrossate e come egli piombi nel sonno con un sorriso beato, dovrà dire che questa immagine rimane esemplare per l’espressione del soddisfacimento sessuale nel seguito della vita. Ora, il bisogno di ripetere il soddisfacimento sessuale viene diviso dal bisogno dell’assunzione di cibo; questa scissione è inevitabile quando spuntano i denti e il nutrimento non viene più esclusivamente succhiato ma masticato.>>[5]

La fase sadico-anale, concerne il secondo anno di vita, dove il bambino acquisisce un’indipendenza motoria; in questa fase, gli impulsi libidici si spostano dalla bocca alla nuova zona erogena, quella anale, grazie all’acquisizione del controllo degli sfinteri. Il bambino sperimenta un rapporto positivo con le sue feci, perché le vive come parti del proprio corpo, quindi ora la gratificazione è legata all’atto del trattenere e lasciar andare le feci, poiché è attraverso la valorizzazione dei prodotti della defecazione che il bambino esprime le opposte tendenze che dominano in lui e che possono essere: autoerotiche, quindi il bambino può trattenerle come gratificazione personale, possono essere un segno di amore, quindi il piccolo può offrire le sue feci alla madre come un regalo e infine possono esprimere aggressività e dominio, quindi l’infante può ad esempio lasciarle andare per sporcare ed esprimere la sua ostilità. Infatti come afferma Freud nell’opera Tre saggi sulla teoria sessuale: <<il contenuto intestinale, che fungendo da massa stimolante su una superficie mucosa sessualmente sensibile si comporta come il predecessore di un altro organo che entrerà in azione solo dopo la fase dell’infanzia, ha d’altro canto per il lattante altri importanti significati. Evidentemente è trattato come una parte del proprio corpo, rappresenta il primo “regalo”, con il cui rifiuto può essere espressa la sfida del piccolo essere verso il suo ambiente. Come “regalo” assume poi il significato di “bambino”, che, secondo una delle teorie sessuali infantili, viene acquisito mangiando e partorito attraverso l’intestino.>>[6]

La fase fallica, si svolge durante il terzo e il quarto anno di vita ed è caratterizzata dalla concentrazione delle pulsioni libidiche sugli organi genitali, che quindi vanno a rappresentare la successiva zona erogena. Per quanto riguarda il bambino quindi, la zona erogena è costituita dal pene, chiamato anche fallo, che nel piccolo porta all’angoscia di castrazione, come affronteremo nel complesso di Edipo; mentre, per quanto riguarda le bambine, la zona erogena è costituita dall’organo genitale femminile, in particolare dal clitoride, quindi l’assenza del pene porta a quello che Freud ha identificato come “invidia del pene”.

L’angoscia di castrazione[7], è strettamente connessa alla situazione edipica, poiché i bambini, in questa particolare fase, desiderano e amano il genitore di sesso opposto e provano un misto di amore-odio-rivalità per il genitore dello stesso sesso. In altre parole, il bambino a questa età, provando amore e desiderio nei confronti della madre, vive la relazione con il padre con un forte senso di rivalità, proprio perché prova gelosia nei confronti del suo oggetto d’amore. Per la bambina, la situazione è naturalmente inversa e viene identificata con il mito di Elettra.

A tre quattro anni, il piccolo inizia a rendersi conto delle differenze anatomiche tra l’uomo e la donna, ma il fatto che la donna è priva del pene, non è concepito come una diversità anatomica costituzionale, bensì come una castrazione punitiva da parte di un genitore. La paura del bambino quindi, è che a causa delle sue fantasie sessuali e dei suoi desideri incestuosi nei confronti della madre, il padre lo punisca per mezzo della castrazione; è il concetto di padre eviratore che suscita nel bambino angoscia e senso di colpa nei confronti di quest’ultimo, e questo conduce il piccolo a rinunciare al suo oggetto d’amore per identificarsi con il genitore del suo stesso sesso, introiettando i suoi valori e i suoi atteggiamenti; è così che il complesso di Edipo si risolve e questo meccanismo porta alla completa strutturazione del Super-Io che funge appunto, da coscienza morale.

Il periodo di latenza, corrisponde all’intervallo dai cinque agli undici anni circa, questa fase è caratterizzata dalla rimozione del complesso edipico e dal fatto che la libido è dormiente, quindi le pulsioni sessuali vengono sublimate verso scopi socialmente accettabili e attività adattive; è proprio in questa fase che il bambino inizia a socializzare e a sviluppare i primi rapporti amichevoli con i ragazzini del suo stesso sesso e a focalizzarsi sulle attività che caratterizzeranno il suo sviluppo, come lo sport e la scuola.

Lo fase della pubertà, è caratterizzata dall’integrazione delle pulsioni parziali sotto il primato genitale, quindi lo stato di auto-erotismo lascia il posto a quello di amore oggettuale; se nella fase precedente la libido era latente, durante la fase della pubertà le pulsioni sessuali sono nuovamente investite di libido e l’oggetto d’amore incestuoso si ripresenta. Solo a seguito del ritorno edipico, l’individuo sarà capace di spostare il suo interesse verso altri oggetti esterni al nucleo familiare, maturando così la rinuncia ai genitori come oggetti sessuali infantili.

Durante questa fase di sperimentazione, il bambino mette alla prova la propria identità, al riparo dal sesso opposto, quindi non è da considerare infrequente una fase omosessuale nella prima adolescenza, poiché è proprio alla fine di questo periodo, che la vita sessuale polimorfa e mutevole del bambino, acquista un’organizzazione stabile e un’identità sessuale definitivamente formata.

Il compimento dello sviluppo psicosessuale e i concetti di fissazione e regressione sono in stretto contatto, poiché, secondo Freud, la predisposizione alla futura nevrosi dipende dalle difficoltà incontrate, durante lo sviluppo, nel progredire da un livello di organizzazione pulsionale ad un altro. La fissazione, è intesa come un arresto nello sviluppo, che può portare alla maturazione delle aberrazioni e delle perversioni sessuali; questo arresto, non permette alle diverse fasi dello sviluppo psicosessuale di integrarsi in un modello globale sotto il primato genitale, poiché una grande quantità di libido sessuale viene mantenuta a fasi precedenti dello sviluppo.

Per quanto riguarda la regressione, è un meccanismo di difesa che l’individuo mette in atto per proteggere l’Io da eventi ritenuti pericolosi per la sua integrità; essa rappresenta un altro grande pericolo, poiché, se l’individuo non sviluppa delle tecniche di appagamento più evolute, potrebbe regredire a fasi precedenti dello sviluppo per ritornare alle antiche tecniche che procuravano soddisfazione.

La tendenza dell’individuo a schivare le difficoltà esterne regredendo alle fissazioni, è direttamente proporzionale all’intensità delle fissazioni lungo il cammino evolutivo. La duplice nozione di fissazione-regressione diviene centrale per Freud per spiegare l’etiologia delle nevrosi[8].

 

[1] Questa definizione che Freud dà del bambino, è per sottolineare che racchiude in sé tutte le possibili perversioni, che poi potranno svilupparsi o meno a seconda dei fattori ambientali. Le perversioni, secondo Freud, hanno una costituzione innata in tutti gli uomini, quindi essendo qualcosa di disposizionale, l’intensità può subire oscillazioni che possono essere accentuate dagli influssi della vita. In altre parole, le radici della pulsione sessuale, essendo innate e costituzionali, si sviluppano fino a diventare i reali veicoli dell’attività sessuale, altre volte invece, possono subire un’insufficiente repressione e così attraggono a sé, attraverso i sintomi, una parte considerevole di energia sessuale. Infine solo se sono sottoposte a efficaci limitazioni e rielaborazioni, possono dar vita alla vita sessuale normale che quindi si pone nel mezzo di questi due estremi. In conclusione la presunta costituzione delle perversioni è dimostrabile solo nel bambino, anche se tutte le pulsioni si presentano solo con una modesta intensità.

[2] Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale e altri scritti, p. 480.

[3] Il termine “oggetto” ha, nella psicoanalisi freudiana, almeno due diversi significati. Il primo è quello correlato alla pulsione: l’oggetto è ciò in cui e con cui la pulsione tende a raggiungere la soddisfazione, quindi, esiste come mezzo di tensione pulsionale. Il secondo significato del termine “oggetto” indica un qualcosa che prescinde dalla pulsione, ammesso che questa possa essere considerata in maniera indipendente rispetto agli oggetti, e designa ciò che per il soggetto è oggetto di attrazione e di amore. Ma questa seconda concezione, in Freud, è particolarmente sfumata, ed interessa fasi più tardive dello sviluppo; solo alla pubertà, infatti, interviene per Freud la scelta oggettuale. Nel bambino le pulsioni vengono considerate parziali e questo spinge l’infante a distinguere un oggetto propriamente pulsionale, capace di procurare il soddisfacimento della pulsione in causa, da un oggetto d’amore vero e proprio che soggiace alla dualità degli istinti e delle pulsioni di vita e di morte.

[4] Ivi, p. 490.

[5] Ivi, p. 492.

[6] Ivi, p. 495.

[7] La Klein, attraverso lo studio di alcune bambine dell’età di due anni, ha postulato l’esistenza di situazioni d’angoscia nelle femmine che sono equivalenti all’angoscia dii castrazione nei maschi. Freud afferma che l’angoscia di castrazione del maschio corrisponda nelle femmine alla paura di perdere l’affetto della madre. Questa particolare angoscia nasce dalle pulsioni aggressive verso la madre e dal desiderio di ucciderla per prendere il suo posto. Tali pulsioni non suscitano nella bambina solo la paura di essere assalita dalla madre, ma anche il timore che quest’ultima muoia a causa sua ed qui che si genera il senso di colpa che può portare alla psicopatologia.

[8] Partendo dall’assunto che, come per i sogni, anche per i sintomi nevrotici è possibile scoprire un senso recondito prevalentemente inconscio che si collega sempre alle esperienze soggettive, Freud ha distinto le psiconevrosi (isteria di conversione, nevrosi fobica e la nevrosi ossessiva), basate su conflitti che hanno origine nell’infanzia con conseguenti fissazioni a fasi precoci di sviluppo che ostacolano la piena maturazione psicologica dell’individuo, dalle nevrosi attuali (la nevrastenia, la nevrosi d’angoscia e ipocondria), dove i conflitti del presente, sono legati all’assenza o all’inadeguatezza del soddisfacimento sessuale.

di Marta di Massimo

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