Coping: affrontare lo stress dal punto di vista della Ricerca Scientifica

febbraio 18th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica | Psicologia del Lavoro

La letteratura psicologica è ricca di spunti sullo studio di come le persone affrontano (cope with) le situazioni di stress, siano esse relative alla vita quotidiana o a eventi specifici gravi (quali lutti o catastrofi). Il coping è stato indagato da diversi orientamenti teorici.

La prospettiva psicoanalitica focalizza l’attenzione sugli impulsi e l’esame di realtà per comprendere come vengono risolti i conflitti.

Freud (1926), aveva parlato di “difesa psicologica” per indicare la lotta che l’Io conduce per proteggersi da idee e pensieri sgraditi o inaccettabili, sostenendo che in tali situazioni l’individuo ricorre a modalità quali la repressione, l’isolamento, l’inazione.

Anna Freud ne  L’Io e i meccanismi di difesa non solo aveva analizzato più in dettaglio i diversi meccanismi di difesa utilizzati dalle persone in situazioni stressanti, già individuati dal padre, ma ne introdusse dei nuovi (l’identificazione con l’aggressore, l’intellettualizzazione, la negazione fantastica).

Scoprì inoltre che l’individuo di fronte a situazioni traumatiche, nonostante la varietà di meccanismi a disposizione, tende ad usarne solo un repertorio ristretto, fa cioè ricorso ad un numero limitato di strategie abituali nelle diverse situazioni.

Nei lavori di Anna Freud è presente l’idea che ogni forma di psicopatologia è associata ad un particolare stile difensivo e che alcuni meccanismi di difesa devono essere considerati “potenzialmente” più patologici di altri: ad esempio, la repressione viene definita non solo il meccanismo più efficace, ma anche il più pericoloso.

Basandosi su queste premesse alcuni teorici postfreudiani cominciarono ad indagare il carattere adattivo o disadattivo di alcune risposte difensive.

Negli anni Sessanta una nuova linea di ricerca, collegata inizialmente ai lavori sui meccanismi di difesa, cominciò ad utilizzare il termine “coping”, attribuendogli un significato tecnico: inizialmente venne utilizzata l’espressione “attività di coping” per riferirsi in particolare ai meccanismi di difesa adattivi (Haan, 1965); in seguito si sviluppò un interesse indipendente nello studio di strategie consce usate dai soggetti come reazione a situazioni stressanti.

Le “risposte di coping” (come venivano chiamate) divenne così un’area di ricerca autonoma, distinta dalla vecchia letteratura sui meccanismi di difesa.

La prima generazione di ricercatori sul coping, come sottolineano nella loro ricostruzione storica Parker e Endler (1996), concentrò gli sforzi e gli interessi a identificare e studiare solo alcune risposte di coping di base, anche se effettivamente ogni soggetto ha a disposizione un numero illimitato di strategie.

Lazarus e Folkman (1984) identificarono due dimensioni: strategie centrate sul problema (problem-focused) e strategie centrate sulla emozioni (emotion-focused). Varie misure di coping sviluppate nei decenni successivi includono sempre scale che misurano queste due dimensioni, segno inequivocabile della loro importanza.

In seguito, sempre dalla prima generazione di ricercatori, venne individuata una terza dimensione: strategia orientata all’evitamento (avoidance-oriented; Suls, Flechter, 1985).

A seconda delle posizioni teoriche, questa dimensione è stata considerata come comprendente risposte orientate alla persona e/o orientate al compito: un soggetto può cioè reagire a situazioni stressanti rivolgendosi ad altre persone (social diversion) oppure impegnandosi in attività sostitutive (distraction). Vennero così sviluppate scale per misurare anche questo tipo di risposta (Endler, Parker, 1990; Amirkhan, 1990).

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Poiché nelle prime indagini l’attenzione dei ricercatori si concentrò quasi esclusivamente sullo studio delle reazioni a eventi traumatici o minacciosi per la vita, agli inizi degli anni Settanta, alcuni teorici cominciarono a definire l’area del coping come lo studio delle reazioni a situazioni estreme; ciò ebbe l’effetto imprevisto di promuovere lo studio delle variabili situazionali rispetto a quelle di personalità (o disposizionali), che erano state considerate di primaria importanza nelle ricerche sui meccanismi di difesa, basate sulle teorie psicoanalitiche classiche.

I ricercatori si convinsero sempre di più della minor rilevanza dei fattori di personalità poiché, di fronte a possibili eventi catastrofici il ruolo delle variabili di personalità si rivelava piuttosto secondario avendo un basso potere predittivo nel definire le risposte di coping.

Lazarus (1993) fu sostenitore di un approccio che considerava il coping come un processo: esso cambia nel tempo e in accordo ai contesti situazionali in cui si verifica.

Convinti dell’importanza dei fattori situazionali nel determinare le risposte specifiche di coping, molti ricercatori cominciarono a porre attenzione a variabili quali la valutazione cognitiva (cognitive appraisal) delle situazioni stressanti (Lazarus, Folkman, 1984) e le risorse di coping

(Antonovsky, 1980). In seguito venne specificato che queste risorse potevano essere sia personali, come l’autostima o l’autoefficacia, sia ambientali, come la rete di sostegno sociale, le risorse economiche o educative.

Contrariamente durante gli anni Ottanta e agli inizi degli anni Novanta alcuni ricercatori hanno riscoperto l’importanza delle variabili di personalità. Nella storia delle ricerche sul coping, come del resto in quella di altri settori della psicologia nello stesso periodo si alternano e si confrontano due approcci: quello che pone in rilevanza i fattori disposizionali (i tratti) e quello che enfatizza il ruolo dei fattori situazionali.

La distinzione tra il considerare il coping come basato su tratti o come processo è stata spesso riportata in letteratura come distinzione tra un approccio interindividuale, che cerca di identificare gli stili di base, cioè le strategie abituali utilizzate dagli individui nelle diverse situazioni stressanti,  e un approccio intraindividuale al coping, basato sull’idea che esistano comportamenti o strategie di base usate dagli individui in particolari tipi di situazioni stressanti; nonostante il numero potenzialmente illimitato di strategie possibili si assume che tali attività possano essere raggruppate in poche dimensioni fondamentali. (Endler, Parker, 1990; Lazarus, 1993).

La misurazione del coping ha seguito nel tempo le stesse vicissitudini della concettualizzazione del termine, per cui sono state elaborate sia misure intraindividuali che interindividuali, le prime relative a situazioni stressanti specifiche (dolore, perdita del lavoro, malattie).

Lo strumento più famoso e ampiamente usato è il Ways of Coping Questionnaire (WCQ) di Folkman e Lazarus  (1998). Tra il secondo tipo di misure invece, il più famoso è il Coping Inventory for Stressfull Situations (CISS) di Endler e Parker (1990).

Il panorama odierno è composito ed eterogeneo: Zeidner ed Endler (1996) hanno presentato i loro contributi a predominante orientamento individualistico e cognitivistico nell’Handbook of Coping,

mentre Skinner ed Edge (1998) nel n.22 dell’ ”International Journal of Behavioural Development” sostengono il modello interazionista, secondo cui il comportamento è funzione di un processo continuo multidirezionale di interazioni persona-situazione: i fattori cognitivi, emotivi e motivazionali hanno un peso determinante sul comportamento; e la percezione o il significato che la situazione ha per la persona è un fattore essenziale di influenza sul comportamento.

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