Strategie Scientifiche per affrontare lo Stress

febbraio 24th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica | Psicologia del Lavoro

STRATEGIE PROATTIVE

 

Per coping proattivo si intende il coping attuato prima di incontrare potenziali eventi stressanti. Aspinwall e Taylor (1997) sostengono che l’attuazione del coping proattivo ha importanti benefici per la persona, in quanto minimizza l’ammontare complessivo di stress che il soggetto potrebbe incontrare; aumenta il numero di opzioni possibili per affrontare una situazione; consente di preservare risorse personali, quali tempo ed energia, agendo preventivamente.

Anche se ci possono essere delle controindicazioni (ad esempio, l’evento stressante potrebbe non accadere), i vantaggi che ricava colui che mette in atto azioni preventive sono indubbiamente elevati. Le due autrici propongono un modello articolato in quattro tappe:

  1. Individuazione (recognition): si riferisce alla capacità di vedere un evento potenzialmente stressante in arrivo. Dipende dalla capacità di passare al vaglio l’ambiente per individuare precocemente il pericolo ed essere sensibili ai segni potenziali di minaccia;
  2. Appraisal iniziale: consiste nel definire in via preliminare il problema insieme con dei tentativi preventivi di gestire l’attivazione emozionale che può accompagnare la consapevolezza graduale che un evento stressante è all’orizzonte. Comprende la valutazione di domande quali “mi devo preoccupare di ciò?” e “è qualcosa su cui devo prendere provvedimenti ora?”;
  3. Sfori iniziali di coping: attività intraprese quando una fonte di stress è anticipata ; a questo stadio il coping proattivo efficace è sempre di tipo attivo, e può esprimersi sia con attività cognitive come la pianificazione, sia comportamentali come assumere un’iniziativa;
  4. Richiedere e usare il feedback: è lo stadio finale del processo e consiste nell’ottenere feedback sullo sviluppo dell’evento stressante (“è venuto avanti, ha cambiato forma o è aumentato?”), sul fatto che l’evento stressante possa cambiare in risposta agli sforzi di coping (“posso fare qualcosa ora o devo aspettare per vedere se è un problema?”) e sugli effetti prodotti dai propri sforzi preliminari sull’evento stressante (“sono riuscito ad allontanarlo?”).

Tra i quattro stadi del coping esiste una rete di interrelazioni e di feedback e le differenze individuali e i fattori ambientali ne influenzano l’andamento. Per rispondere ad un problema l’individuo deve prima di tutto individuarlo e poi valutarlo. La valutazione iniziale degli stressor potenziali dà luogo agli sforzi preliminari di coping. Questi tentativi a loro volta possono elicitare informazioni sulla natura del problema e sull’appropriatezza degli sforzi intrapresi.

Il bisogno di regolare l’arousal (l’attivazione emotiva) relativo allo stressor potenziale può compromettere gli sforzi di coping ad ogni stadio. Infine alcuni aspetti dell’evento stressante potenziale, quali la velocità della sua comparsa, la presenza di molteplici segnali di pericolo, l’ambiguità, la probabilità del verificarsi, la gravità, la possibilità di controllo e l’imminenza, possono influenzare l’abilità delle persone di riconoscere e di affrontare i potenziali stressor nelle fasi inziali.

Il grado in cui il coping proattivo può essere attuato è moderato dall’ambiente immediato e dal carico cognitivo che comporta, dall’esperienza passata e dalle opportunità avute in precedenza di esercitare abilità di coping proattivo.

Un’attenzione particolare viene posta dalle autrici nell’analizzare sia il ruolo delle differenze individuali come l’ottimismo, le credende di controllo sugli eventi ecc., sia quegli aspetti dell’ambiente che rendono più o meno probabile l’apprendimento efficace e la realizzazione dei compiti proattivi. Il quadro di riferimento teorico per tale analisi viene assunto direttamente dalla letteratura sulla social cognition, che studia l’impatto dell’ambiente immediato, in particolare il ruolo del carico cognitivo, sul processo di elaborazione delle informazioni e sui processi inferenziali. Quando il carico cognitivo è elevato, è probabile che siano compromessi nella fase iniziale lo sforzo di individuare i primi segnali pericolosi di un fatto stressante, e nella fase finale la capacità di richiedere il feedback sui risultati dei propri sforzi e di usare le nuove informazioni. L’ambiente inoltre, che comprende la famiglia, gli amici, la scuola e il lavoro, può facilitare o scoraggiare l’acquisizione e l’uso di certe abilità, incrementando o meno la probabilità che le strategie di coping proattivo siano generalizzabili a nuove situazioni.

Di fondamentale importanza nell’analisi di Aspinwall e Taylor è l’enfasi sugli aspetti temporali del processo di coping: a parte episodi improvvisi e imprevedibili, la maggior parte degli eventi stressanti si sviluppa nel tempo. Ciò che le persone imparano durante la gestione degli stress e come affrontano l’attivazione emozionale scaturita dalla percezione di un possibile evento negativo influenza le modalità con cui saranno affrontati fatti stressanti successivi.

Le autrici sono delle ferventi sostenitrici del coping attivo poiché, mentre inizialmente quest’ultimo era considerato positivo per gli eventi stressanti soggetti a cambiamento e il coping di evitamento era più utile nel caso di eventi incontrollabili, in realtà l’uso continuato di strategie di evitamento si rivela un fattore di rischio, in quanto non produce nuove informazioni sui problemi e compromette alcune risorse, come il sostegno sociale.

 

man-stress-coping

– STATEGIE COERENTI/STABILI-VARIABILI    

 

Il problema dell’incidenza del tempo nel processo di coping è stato oggetto di attenzione da parte degli studiosi ed è stato ampiamente dimostrato che il coping cambia nel divenire della situazione. In una ricerca condotta su tre momenti di un esame universitario, Folkman e Lazarus (1985) hanno evidenziato come le strategie adottate dagli studenti cambiassero se venivano intervistati prima dell’esame (ad esempio si può reagire con l’ansia), subito dopo (preoccupazione per la propria prestazione) o dopo l’annuncio del risultato (imbarazzo in caso di insuccesso). Il coping quindi varia a seconda della natura del problema da affrontare, in quanto un problema non si presenta mai in modo identico, per cui “ogni pensiero o azione di coping e ogni emozione è una risposta ad un aspetto di un avvenimento complesso e/o ad uno stesso aspetto di stadi temporali diversi”. (Lazarus, Folkman, 1987). La ricerca sul coping si presta dunque sia ad un approccio microanalitico che ad uno macroanalitico al fine di predire gli esiti a lungo termine in base ai quali può essere identificato un insieme di tratti generalizzati.

La prospettiva orientata al processo riconosce che ci sono aspetti del coping che comprendono sia stabilità che cambiamento. Nel passare in rassegna la ricerca sul coping, Hauser e Bowlds (1990) mettono in evidenza questi due aspetti sostenendo che i processi di coping possono essere distinti tra quelli che sono costanti nelle diverse situazioni e quelli che emergono in risposta a specifiche richieste situazionali. Secondo alcuni ricercatori le persone tendono a preferire particolari strategie rispetto ad altre, indipendentemente dal problema specifico  che si trovano ad affrontare, anche se ci sono situazioni che richiederebbero l’uso di determinate strategie piuttosto che di altre. In genere è stato rilevato che le persone sono più variabili che coerenti nell’uso dei pattern di coping (Folkman e Lazarus, 1980; Stern e Zevon, 1990). Lo studio di Folkman e Lazarus (1980) ha rilevato che si evidenziava un maggior uso di coping centrato sul problema (tentativi di far fronte al fattore stressante in modo diretto) in relazione agli stress connessi al lavoro, e che invece, per affrontare problemi connessi alla salute, si ricorreva in misura maggiore al coping centrato sull’emozione (tentativi di regolare gli stati emotivi dovuti allo stressor): questo risultato conferma quanto dagli stessi autori precedentemente affermato a proposito del fatto che, quando i problemi vengono percepiti come suscettibili di cambiamento, si assiste ad un maggior uso delle strategie centrate sul problema, mentre, laddove l’individuo sente di avere meno controllo sugli esiti, si ha un maggiore uso delle strategie centrate sull’emozione.

L’approccio di tipo stato-tratto focalizza l’attenzione sulla natura transitoria, o variabile, del comportamento di coping (stato) e sulle relativamente stabili differenze individuali nel comportamento di coping (tratto). La teoria dei tratti implica che, se i tentativi iniziali di coping falliscono nel risolvere il problema o nel ridurre la tensione, è molto probabile che un individuo faccia ricorso ad un suo tipico stile di coping. È stata rilevata una moderata stabilità cross-situazionale e temporale discreta sia tra gli adolescenti (Compas, Forsythe et al., 1998; Frydenberg e Lewis, 1994; Wills, 1986) che tra gli adulti (Folkman, Lazarus, Gruen et al., 1986).

Frydenberg (1997) ritiene che le concezioni stato-tratto e quella transazionale di Lazarus non si escludono l’un l’altra, dato che sia l’individuo che la situazione contribuiscono al comportamento di coping. Secondo l’autrice occorre utilizzare un duplice approccio al coping, che tenga conto sia della coerenza individuale attraverso le diverse situazioni, sia della variabilità che è specifica di ogni problema considerato.

 

 

 

– STRATEGIE FUNZIONALI-DISFUNZIONALI

 

Alcuni ricercatori hanno sostituto la storica distinzione dicotomica elaborata da Lazarus e Folkman (1984) del centraggio sul problema o sull’emozione con la separazione delle risposte di coping utilizzate a carattere funzionale da quelle a carattere disfunzionale (Seiffge-Krenke, 1990).

Si dice funzionale la strategia volta a definire un problema, ad individuare soluzioni alternative e ad attuare delle azioni; disfunzionale si riferisce alla gestione e all’espressione di sentimenti, specialmente quando si ha  a che fare con eventi che sfuggono al controllo personale o quando l’azione diretta è impedita da ostacoli esterni. Il fatto che tali strategie siano considerate produttive o non produttive dipende da fattori contestuali.

Alcuni autori (Compas, 1987) fanno una distinzione tra stili, strategie e risorse di coping. Con il termine stile ci si riferisce alla tendenza di una persona ad agire in modo coerente in date situazioni;  le strategie sono le azioni cognitive o comportamentali che gli individui mettono in atto; le risorse sono sia aspetti del sé come l’autostima sia le risorse disponibili nell’ambiente. Questo consente di raggruppare le molteplici strategie in stili.

Seiffge-Krenke (1993) ha identificato tre modalità di coping, definite coping attivo, interno e di ritiro, intendendo con quest’ultimo termine difese quali la negazione o la repressione che conducono ad atteggiamenti fatalistici. Anche se il ritiro può essere una reazione finalizzata ad uno scopo, in genere indica che il problema non è stato risolto in quel determinato momento.

 

 

 

– STRATEGIE EFFICACI-NON EFFICACI 

 

Sarebbe utile avere una formula che definisse l’efficacia o l’inefficacia del coping. In realtà ciò che vale in una circostanza può non funzionare in un’altra. Gli adulti mettono in atto il coping in modo differente dai giovani ma, data la varietà di circostanze con cui le persone hanno a che fare e le numerose variabili chiamate in causa è difficile dire quale tipo di coping sia più efficace.

A causa delle intrinseche difficoltà nel determinare l’efficacia dell’esito, sono stati pochi i tentativi di studiare gli effetti del coping a breve e a lungo termine. A breve termine si possono considerare gli effetti psicologici, i cambiamenti dell’umore, le emozioni o gli stati affettivi per cogliere i mutamenti persona-ambiente. La maggior parte dei ricercatori si è concentrata sugli stati affettivi e sui cambiamenti psicologici. I tentativi di misurare la transazione persona-ambiente sono stati per lo più basati su misure relative alla gravità del problema (Folkman, Lazarus, Gruen et al., 1986), su autovalutazioni dell’efficacia del coping e sui cambiamenti negativi e duraturi comparsi nella vita di una persona in risposta a fattori stressanti di una certa gravità (Aldwin e Revenson, 1987).

In ricerche sulle differenze individuali nell’adattamento psicologico in un campione di adulti malati cronici si è rilevato che le strategie cognitive, come cercare informazioni, erano collegate a sentimenti positivi, mentre le strategie emozionali, come quelle implicanti vergogna, evitamento, colpa ed espressione delle emozioni, erano correlate a emozioni negative, bassa autostima e scarso adattamento alla malattia.

Alcuni studi su ampia scala hanno tentato di determinare l’efficacia del coping. Ad esempio, una ricerca di Peck et al. (1979) condotta in otto nazioni ha cercato di misurare le azioni di coping, i sentimenti, gli atteggiamenti e la motivazione, identificando alcune dimensioni universali di coping. In genere, però, è molto complicato individuare le determinanti del coping efficace, in quanto la numerosità e la molteplicità dei fattori in gioco è assai ampia. Quando si considera la misura in cui gli esiti sono adattivi o efficaci, è importante tenere conto sia delle variabili costituzionali e genetiche, sia di quelle psicosociali.

Nel considerare l’efficacia del coping, Folkman e Lazarus hanno proposto che il coping “funzionale” e quello “disfunzionale” possono dipendere dalla positiva corrispondenza, in primo luogo, tra la valutazione personale di ciò che sta accadendo e quello che sta veramente succedendo e, in secondo luogo, tra la valutazione personale delle opzioni di coping e le attività di coping (Folkman et al., 1979; Lazarus e Folkman, 1987).

Perrez e Reicherts (1992) hanno sostenuto che, per stabilire l’efficacia e l’appropriatezza di concreti sforzi di coping, è necessario conoscere in che modo l’individuo percepisce il fattore stressante e le sue conseguenze, ma che occorre anche conoscere l’intento delle azioni di coping. La tesi avanzata da questi autori è che tra le caratteristiche oggettive di una situazione, la valutazione soggettiva da parte dell’individuo e le risorse disponibili vi è una corrispondenza in base alla quale si può determinare l’adeguatezza degli sforzi di coping. Il coping disadattivo può essere il risultato di deficit percettivi o di una non-disponibilità di risorse. Le regole sono le seguenti:

Regola 1 – La percezione di alta controllabilità e bassa mutabilità e l’alta valenza sono predittive di un coping attivo.

Regola 2 – La percezione di mutabilità maggiore di quella di controllabilità rende probabile la reazione di passività.

Regola 3 – La percezione di alta valenza, bassa controllabilità e bassa mutabilità rende probabile la fuga o l’evitamento.

Regola 4 – La percezione di alta ambiguità dell’agente stressante porta ad una ricerca attiva di informazione, che è tanto maggiore quanto più è elevata la controllabilità percepita.

Regola 5 – La percezione di bassa ambiguità dell’agente stressante e bassa controllabilità rende più probabile la soppressione dell’informazione.

Regola 6 – La percezione di bassa controllabilità degli agenti di stress a breve termine e di bassa valenza rende probabile la messa in atto di una rivalutazione della situazione.

Le regole si riferiscono al significato soggettivo attribuito alla situazione, alla modificabilità, controllabilità e ambiguità/incertezza della circostanza. In generale si realizzano tentativi diretti di far fronte al problema quando si crede che la situazione non cambierà se non facendo qualcosa per raggiungere l’obiettivo. Tuttavia, quando si ritiene che la situazione sia incontrollabile, si sceglie una strategia di fuga o di evitamento; ovvero se, indipendentemente dal grado di sforzo, non si è fiduciosi di poter raggiungere l’obiettivo, è improbabile che si scelga di impegnarsi fino in fondo.

Il fatto che vi sia corrispondenza tra caratteristiche situazionali, valutazione soggettiva e risorse disponibili fa ben sperare riguardo allo sviluppo di interventi volti a tentare di cambiare le percezioni e le cognizioni e ad aiutare l’individuo ad ampliare lo spettro delle strategie di coping fruibili per far fronte agli eventi della vita.

Il tema dell’efficacia delle strategie utilizzate dai soggetti in situazioni altamente stressanti è stato oggetto di grande attenzione da parte degli studiosi interessati al fenomeno della resilience, ossia la capacità dei soggetti di resistere a eventi stressogeni anche molto forti e di avere esiti evolutivi positivi. Strettamente legati a questo fenomeno in quanto lo influenzano sono le disposizioni individuali, quali il temperamento, l’alta autostima, il locus of control interno e l’autonomia, le circostanze familiari, ossia la presenza di un ambiente familiare supportivo caratterizzato da calore, intimità, ordine e organizzazione ed infine il sostegno dell’ambiente offerto da una persona, o da un gruppo, che presenta modelli di identificazione positivi (Compas, 1987).

La ricerca generale sul coping contribuisce a identificare  chi è capace di recuperare dopo eventi stressanti e chi è efficace nel coping. In generale si concorda sul fatto che la flessibilità sia un’importante qualità associata alla resilience e al coping efficace, che gli individui che possiedono uno stile di coping efficace e si adoperano per dominare il proprio ambiente non attribuiscono ad altri la colpa dei propri fallimenti, che gli individui che si ritengono incapaci di reagire spesso attribuiscono ad altri la colpa dei propri fallimenti nella vita.

Non esiste nessuno stile di coping che sia adattivo in tutte le situazioni, tuttavia vi sono evidenze empiriche che mostrano alcune strategie sono più produttive di altre. Emerge chiaramente dal comportamento delle persone che una stessa situazione può essere percepita come minacciosa per un soggetto e una sfida per un altro. Dalle ricerche sulla vulnerabilità (fattori di rischio) e sulle qualità di miglioramento (fattori protettivi) emerge che ciò che determina la differenza nella valutazione è soprattutto l’azione congiunta dei tre fattori sopra citati: disposizioni di personalità, sostegno familiare e sistemi di sostegno esterni (Rutter et al., 1970).

L’espressione “stili di coping” è giunta a significare quelle strategie che vengono impiegate con maggiore coerenza, piuttosto che con variabilità, nel corso dell’interazione persona-ambiente e, in questo senso, viene spesso associata alla concettualizzazione del coping in termini di tratto.

Gli stili sono stati considerati anche in rapporto a due dimensioni: coerenza di stili rispetto a differenti problemi e coerenza di stili rispetto a circostanze simili che variano a seconda delle valutazioni cognitive dell’ambiente (Compas, Forsythe et al., 1988).

 

Comments

Comments

You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 Responses are currently closed, but you can trackback.