Test psicologici per misurare il coping

febbraio 26th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica | Psicologia del Lavoro

Nonostante il rilevante interesse scientifico del costrutto del coping, la ricerca sulla sua valutazione è stata problematica e controversa. Sembra che siano state due le principali motivazioni che hanno portato allo sviluppo di strumenti di misurazione del coping. La prima pare essere stata la necessità di soddisfare la predilezione dei ricercatori a misurare tutto ciò che è quantificabile al fine di descrivere il modo in cui le persone gestiscono le situazioni problematiche, e nasconde il nostro desiderio di capire le circostanze che determinano le ragioni e le modalità dell’azione umana. Il modo in cui le persone mettono in atto il coping e i fattori, situazionali e personali, che influenzano le azioni di coping sono di interesse per un’ampia parte della comunità: tali risultati possono infatti portare allo sviluppo di politiche e di programmi per aiutare gli individui a sviluppare i propri repertori di coping e a modificare le proprie azioni di coping. La seconda motivazione è offrire alla comunità psicologica e clinica strumenti utili alla diagnosi e all’intervento. Questi obiettivi sono spesso associati.

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I ricercatori tendono a valutare gli strumenti secondo i tradizionali criteri di attendibilità, stabilità e validità tuttavia, come Moos e Billings (1982) hanno sottolineato, “procedure psicometriche come la coerenza interna e le tecniche di analisi fattoriale possono essere solo di limitata utilità nella stima dell’adeguatezza delle misure di coping”. Il coping è essenzialmente un fenomeno dinamico, influenzato sia dalle caratteristiche della persona che dalle determinanti situazionali. Così, quando si usa uno strumento e si traggono delle conclusioni da dati acquisiti in modo psicometrico, si deve tenere conto dei fondamenti teorici della scala e delle modalità con le quali tale strumento è stato sviluppato. Allo stesso modo occorre considerare anche la natura dinamica del coping.

Il concetto di coping è caratterizzato da quattro punti centrali:

  1. Il coping è un tentativo di soluzione del problema che non necessariamente porta a tale esito.
  2. Il coping può essere di natura cognitiva o comportamentale.
  3. Il coping è un processo che cambia nel tempo.
  4. La valutazione precede lo sforzo di coping.

In genere, la valutazione del coping è limitata ad un particolare insieme di procedure di coping che rende conto del comportamento di una persona coerente nel tempo. Questo tipo di approccio è generale e non tiene conto dell’abilità dell’individuo di fronteggiare situazioni diverse in modo diverso. Per quanto sia stato complesso dimostrare la generalità del coping, studiosi come Schwarzer e Schwarzer (1996) hanno rilevato che quando gli individui affrontano differenti situazioni di stress le loro risposte possono sì differire lievemente ma ricadono nella stessa categoria: ad esempio si può avere una risposta del tipo ”affrontare la situazione” quando, ad esempio, un amico è in pericolo ed è necessaria un’azione di soccorso decisiva, oppure quando occorre essere assertivi per far fronte ad una richiesta eccessiva del datore di lavoro. Alla base della misurazione del coping c’è l’assunto che sia operante un certo grado di generalizzazione nelle diverse situazioni e che gli individui abbiano un particolare insieme di strategie sulle quali fanno di volta in volta affidamento (Frydenberg e Lewis, 1994).

Infine, le strategie di coping vengono raggruppate sulla base dell’obiettivo principale, del significato o del valore funzionale. Schwarzer e Schwarzer (1996) ne parlano in termini di “dimensionalità”. Le categorie di coping sono state definite in base a molte dimensioni, ad esempio coping assimilativo versus accomodativi, vigilanza versus evitamento cognitivo, coping centrato sul problema versus coping centrato sull’emozione, o coping palliativo versus coping strumentale. La categorizzazione più utilizzata è quella che distingue tra coping centrato sul problema e coping centrato sull’emozione. Questi ampi raggruppamenti sono tuttavia suscettibili di ulteriori ripartizioni subordinate.

Le classificazioni sono talvolta realizzate in base alla somiglianza dell’idea o dell’azione, oppure basate su raggruppamenti derivati empiricamente tramite analisi fattoriale. Nondimeno, qualsiasi categorizzazione è solo uno strumento convenzionale di cui si devono tenere presenti i limiti nella quantificazione dei tentativi di gestire situazioni problematiche: è necessario pertanto conoscerne le origini e, quando si interpreta la condotta umana , considerarne le implicazioni.

I resoconti soggettivi sono stati indubbiamente le forme più popolari di misura delle modalità di coping, di solito attraverso questionari o interviste mentre i metodi osservativi o i dati d’archivio sono stati assai meno utilizzati. Attraverso una prima disamina degli strumenti e della letteratura sul coping ci si accorge che alcuni strumenti sono divenuti assai popolari e ampiamente utilizzati sollevando vivaci dibattiti sulle proprietà psicometriche di ciascuno mentre nella maggior parte dei casi sono stati appositamente creati strumenti ad hoc per la ricerca in questione senza essere replicati o sottoposti ad accurate verifiche di validazione.

I primi strumenti di misura del coping si possono già rinvenire nei test o nei questionari volti ad indagare i meccanismi di difesa dei soggetti. Come hanno osservato Miceli e Castelfranchi (1995), le strategie di coping, in particolare quelle emotion-focused e quelle di evitamento, hanno qualcosa in comune con i meccanismi di difesa, ma nello stesso tempo hanno anche caratteristiche assai diverse: nei meccanismi di difesa l’intervento del soggetto comporta una “manipolazione” delle rappresentazioni mentre nel coping solo una “revisione” delle rappresentazioni. Il criterio conscio-inconscio è quello più condiviso per distinguere i due costrutti, come ha specificato Reber (1985), il quale afferma che i meccanismi di difesa sono meccanismi inconsci rivolti verso l’ansia mentre le strategie di coping sarebbero strategie consce contro le cause dell’ansia stessa. Gli strumenti che misurano i meccanismi di difesa sono per lo più proiettivi e il tipo di compito richiesto al soggetto consiste in una associazione di parole, una costruzione di storie, un completamento di frasi o storie o l’uso di tecniche grafiche. Uno dei più noti è l’Inventario dei meccanismi di difesa di Gleser e Ilevich (1969) costituito da 10 storie, ognuna con un conflitto diverso. Gli strumenti che misurano i meccanismi di difesa non sono qui riportati perché si considerano, come descritto sopra, due costrutti più dissimili che sovrapponibili e soprattutto derivati da paradigmi teorici divergenti.

Nelle ricerche sul coping ritroviamo un’estrema eterogeneità di metodologie di ricerca: vi sono esempi di approcci di ricerca di tipo qualitativo o quantitativo, nomotetico o ideografico, realista o costruzionista. Per quanto riguarda le tecniche di raccolta dei dati, sono state utilizzate le interviste, da quelle più strutturate a quelle libere e in profondità, o più comunemente i classici questionari carta e matita, costituiti da item a risposta dicotomica o a intervallo tipo Likert, anche se recentemente sono state proposte tecniche di misurazione comportamentale. Non sempre le tecniche di raccolta e analisi dei dati corrispondono a un particolare approccio di ricerca. L’intervista può essere in profondità se le finalità della ricerca sono esplorative e induttive, o più strutturata se le finalità sono ipotetiche-deduttive, nel qual caso i dati saranno sottoposti ad analisi tematica o del contenuto con criteri intersoggettivi e categorie teoricamente predefinite. L’intervista impegna molto tempo ma rimane lo strumento privilegiato quando si vogliono indagare le modalità di coping nella loro ricchezza e varietà specialmente in soggetti che vivono condizioni critiche in cui risulterebbe inadeguata la somministrazione di un questionario.

Prima dell’analisi degli inventari costruiti e validati per misurare il coping, la prima distinzione da fare è tra le scale che misurano il coping come disposizione, tratto o stile o come indicatore specifico di una situazione. Le disposizioni di coping si riferiscono alle tendenze dell’individuo a usare un particolare tipo di coping in una varietà di situazioni stressanti; nel coping situazionale le strategie adottate dagli individui possono variare nel tempo e a seconda della situazione da affrontare. Una seconda distinzione è tra misure generali e misure specifiche di una situazione. Alcune scale del coping sono finalizzate a una larga applicabilità mentre altre sono state costruita per misurare il coping in particolari contesti. Le misure specifiche di una situazione fanno riferimento a condizioni o stressor determinati, ad esempio situazioni di malattia o eventi stressanti particolari. Queste misure forniscono un ritratto più ricco del processo di fronteggiamento e sono essenziali per comprendere il coping in situazioni particolarmente stressanti, dove le strategie specifiche di coping possono dipendere da variabili situazionali, ad esempio il tipo di malattia e di trattamento.

Quello che colpisce è comunque l’estrema eterogeneità teorico-metodologica degli strumenti esistenti riflessa anche nelle consegne al compilatore. Alcune scale danno una consegna generica (“pensa ad una situazione difficile”), altre indicano già un evento o un’area fonte di difficoltà o stress (“pensa ad un lutto”); alcune scale collocano questo evento nel passato del soggetto, a volte definendo un criterio temporale (“pensa ad un momento di crisi che hai vissuto negli ultimi tre mesi”), altre scale evocano uno scenario ipotetico o esaminano le intenzioni nel futuro.

Nei paragrafi che seguono sono descritti alcuni fra gli strumenti di misura del coping più conosciuti e usati, riportando per ciascuno alcune osservazioni tratte dalla letteratura riguardanti le modalità di somministrazione e le qualità psicometriche.

 

 

MISURE DISPOSIZIONALI

 

 

– IL MILLER BEHAVIORAL STYLE SCALE (MBSS)

 

Quando un individuo si trova sotto stress, può avere due alternative su come dirigere la sua attenzione: da una parte mettersi in sintonia con l’oggetto o la situazione che evoca minaccia (cercare informazioni, visualizzare scenari di controllo della situazione ecc.) o, al contrario, scegliere una posizione di distonia ed evitamento (distrarsi, evitare ulteriori informazioni o posticipare le azioni). Miller (1987) ha coniato due termini per identificare le differenze individuali negli stili attentivo-comportamentali di fronte a situazioni stressanti, uno di vigilanza detto “monitoraggio” (monitoring) e uno di evitamento chiamato “smussamento” (blunting). A questo proposito, l’autrice ha costruito uno strumento, il Miller Behavioural Style Scale (MBSS), che include quattro situazioni ipotetiche: due si riferiscono a minacce fisiche e due a minacce dell’Io. Un esempio di uno scenario di minaccia fisica è: ”immagini di aver paura di viaggiare in aereo e di dover andare da qualche parte in aereo”. Quindi vengono enunciate otto opzioni di strategie di coping, metà riflettono uno stile attentivo di monitoraggio (ad esempio: ”leggerei attentamente le informazioni sulla sicurezza che ci sono all’interno dell’aereo”) e l’altra metà uno stile di evitamento (“guarderei il film che trasmettono sul volo anche se l’ho già visto”). Lo strumento consiste in otto item ripetuti per i quattro scenari per un totale di 32 item. Al termine delle procedure di scoring si hanno due punteggi relativamente al monitoraggio o all’evitamento.

Originariamente Miller (1987) aveva validato lo strumento attraverso due esperimenti: il primo riguardava una situazione di minaccia fisica (l’annuncio di una possibile scarica elettrica al soggetto), il secondo riguardava una situazione di minaccia all’Io (un esame universitario). Nel primo esperimento, le ipotesi vennero ampiamente confermate visto che i soggetti con alti punteggi nella scala del monitoraggio e bassi punteggi nella scala dell’evitamento erano quelli che effettivamente chiedevano più informazioni sulla scarica elettrica, percepita come imminente, anche se in realtà non veniva mai data; al contrario, i soggetti con alto punteggio di evitamento e basso di monitoraggio tendevano a distrarsi. Nel secondo esperimento in cui i soggetti durante una prova d’esame potevano accedere a delle informazioni riguardo alla loro attuale situazione valutativa, è stato riconfermato che coloro che riportavano punteggi più alti di monitoraggio utilizzavano questa opportunità più frequentemente degli altri.

Secondo Schwarzer e Schwarzer (1996), lo strumento ha dato rilievo alle differenze individuali nei processi di attenzione agli input stressogeni ma ha il limite di riguardare solo situazioni stressanti che elicitano sentimenti di ansia e non altre situazioni ugualmente stressanti, ad esempio di perdita o di conflitto. Uno studio di Ross e Maguire (1995) volto ad esaminare la validità di costrutto del MBSS ha dato risultati modesti sollevando dubbi sulla capacità dello strumento di poter rappresentare adeguatamente le strategie di coping. Muris et al. (1994) hanno proposto una nuova scala, il Monitoring – Blunting Questionnaire, derivata dal MBSS criticato per insufficienti livelli di coerenza interna, elevate correlazioni con le misure di ansia e psicopatologia e per la moderata validità di facciata. Il MBSS non è stato validato in italiano.

 

 

 

– IL PERSONAL FUNCTIONING INVENTORY (PFI)      

 

Kohn e O’Brien (1997), ripercorrendo l’approccio disposizionale più orientato a studiare gli “stili” di coping, hanno introdotto il concetto di “adattività” (adaptiveness), intendendo con esso la capacità individuale di ridurre gli stress o di non aggravarli. La capacità adattiva non coincide con l’utilizzo costante di modalità di coping di risoluzione del problema ma dipende dalla capacità personale di valutare la controllabilità della circostanza; ciò vuol dire che le strategie attive (o focalizzate sul problema) sono più efficaci quando le situazioni sono controllabili, mentre le strategie passive (focalizzate sulle emozioni e sull’evitamento) sono quelle che funzionano maggiormente quando la situazione sfugge al controllo personale. Kohn si ispira alla celebre Serenity Prayer più volte citata nella letteratura sul coping: “bisogna avere la serenità di accettare quello che non può essere cambiato, il coraggio di cambiare quello che va cambiato e la saggezza per distinguere le due cose”. Ipotizza così che lo stile adattivo nell’affrontare i problemi è costituito da tre caratteristiche: il giudizio, che rende capaci di distinguere tra le situazioni controllabili che richiedono un coping più attivo da quelle meno controllabili che invece debbono essere affrontate più passivamente; la determinazione, per affrontare gli ostacoli nelle situazioni giudicate controllabili; l’autocontrollo, per rispondere passivamente e contenere l’emotività nelle situazioni giudicate incontrollabili. Gli autori hanno prima validato un questionario come misura della capacità adattiva, il Situational Response Inventory, con 19 item a scelta multipla chiedendo ai soggettivi scegliere tra quattro risposte alternative a domande su situazioni stressanti ipotetiche ma comuni.

Più recentemente Kohn et al. (1999) hanno costruito uno strumento analogo che ha però più coerenza interna, punto debole del Situational Response Inventory, e che identifica più chiaramente il coping adattivo e maladattivo. Dall’analisi fattoriale dei 30 item selezionati sono emersi due fattori: il primo, l’orientamento al controllo, riguarda il controllo che la persona mantiene sulle emozioni, sui processi cognitivi e sulle circostanze; il secondo, l’assenza di ruminazione, riguarda la capacità di non focalizzarsi sugli inconvenienti o esiti negativi. Le persone adulte con buona capacità adattiva sono quindi quelle che cercano di tenere sotto controllo la loro vita ma che nello stesso tempo non si crucciano eccessivamente dei problemi quando questi appaiono essere o si dimostrano irrisolvibili. Il PFI ha mostrato buoni livelli di coerenza interna (alfa = 0.86) e buona validità di costrutto, evidenziando una elevata correlazione positiva con una scala del problem solving e una negativa con una scala di stress percepito.

 

Questo questionario riguarda gli stili individuali per fronteggiare i problemi personali. Ogni item sottostante riguarda alcuni aspetti del tuo approccio personale a tali problemi:

 

Orientamento al controllo

1. Cerco di essere calmo e giusto quando affronto i problemi interpersonali

  1. Raramente permetto agli altri di manipolare la mia rabbia ai loro fini
  2. Sotto pressione, tendo a prendere decisioni affrettate

 

Assenza di ruminazione

  1. Tendo a preoccuparmi molto dei miei problemi, anche di quelli che si risolvono da sé
  2. Sono conosciuto per ingigantire i miei problemi personali oltre il loro reale livello di serietà
  3. Ho imparato a non buttarmi giù per i piccoli errori che faccio

 

Fonte: item esempio da Kohn et al., 1999

 

– CONSTRUCTIVE THINKING INVENTORY

 

Epstein e Meier (1989), escludendo l’aspetto comportamentale del coping e ispirandosi agli enunciati della terapia cognitiva, hanno ideato questo test sul pensiero costruttivo, per stabilire in che misura le persone di fronte a situazioni potenzialmente stressanti (relazioni interpersonali, fallimenti, preoccupazione del giudizio altrui) hanno pensieri costruttivi e funzionali oppure modalità cognitive disfunzionali, come la tendenza a polemizzare a catastrofizzare, a generalizzare. Le dimensioni emerse dalle analisi fattoriali riflettono infatti i vari pattern cognitivi: pensiero categorico, pensiero superstizioso, ottimismo naife, pensiero negativo oltre che coping emotivo e coping comportamentale.

 

 

 

– PROACTIVE COPING INVENTORY  

 

Analogamente Greenglass e Schwarzer (1999) hanno formulato una prima versione lunga di un inventario sul coping proattivo, che indaga la propensione individuale a credere nelle forti potenzialità di cambiamento che possono essere utilizzate per migliorare se stessi e il proprio ambiente. La scala è costituita da 18 sottoscale raggruppate in cinque insiemi: la valutazione proattiva dello stress, il coping proattivo riflessivo, la gestione proattiva delle risorse, il coping proattivo emozionale l’azione di coping proattivo diretta a un obiettivo.

 

 

MISURE SITUAZIONALI

 

 

– WAYS OF COPING QUESTIONNAIRE (WCQ) 

 

Secondo Folkman e Lazarus (1985), il coping ha principalmente due funzioni: la regolazione del malessere emotivo (emotion focused) e la realizzazione di azioni per cambiare il problema che causa il malessere (problem focused). Entrambi i tipi di coping possono costituire modalità di reazione sia cognitive che comportamentali. Il lavoro pionieristico di Lazarus e Folkman (1984) ha dato luce a due scale del coping largamente usate: il Ways of Coping Checklist (WCC), rivisto successivamente nel Ways of Coping Questionnaire (WCQ).

Il WCQ è composto da 66 item, in cui viene chiesto di pensare a uno specifico evento stressante verificatosi nell’ultimo mese. La prima analisi fattoriale ha estratto otto fattori per un totale di 50 item: coping di confronto, distanziamento, autocontrollo, ricerca di sostegno sociale, accettazione della responsabilità, fuga-evitamento, risoluzione programmata del problema, rivalutazione positiva. Nonostante il prezioso contributo teorico dei due autori e il largo utilizzo dello strumento, il WCQ ha palesato alcune debolezze psicometriche, come la bassa coerenza interna e la mancanza dei dati sul test-retest (Parker, Endler, 1992), ma uno dei limiti più evidenti rimane la mancanza di una stabile struttura fattoriale visto che i ricercatori hanno frequentemente trovato diverse configurazioni fattoriali, come conseguenza del fattore studiato. Folkman e Lazarus (1988) hanno raccomandato ai ricercatori che usano il WCQ di calcolare l’analisi fattoriale nel proprio campione e usarne i risultati per determinare le sottoscale; molti ricercatori hanno così aggiunto, scartato o cambiato item del WCQ, sulla base dell’ipotesi di ricerca o della popolazione studiata, rendendo in tal modo i risultati poco confrontabili tra loro. Un ulteriore problema che emerge nel WCQ e in generale nelle scale con molti fattori è la plausibilità teorica dell’interconnessione tra fattori. Secondo Schwarzer e Schwarzer (1996), i fattori estratti dal WCQ non appaiono collegati dal medesimo livello di astrazione teorica: alcune sottoscale sembrano prossime a fattori di second’ordine, altre sembrano invece periferiche e non è chiaro in che modo gli otto fattori emersi si possano riportare alle due macro-dimensioni del coping.

Il WCQ non è stato validato in italiano anche se è stato utilizzato in numerose ricerche.

 

Indica con quale frequenza hai usato le seguenti strategie durante l’evento più stressante accaduto nell’ultima settimana:

 

Problem solving programmato

  1. Mi sono concentrato su quello che dovevo fare
  2. Ho trovato un paio di soluzioni alternative al problema

 

Ricerca di sostegno sociale

  1. Ho chiesto consiglio a un familiare o a un amico che rispetto
  2. Ho accettato la simpatia e la comprensione di qualcuno

 

Fuga-evitamento

  1. Ho sperato in un miracolo
  2. Mi sono rifiutato di credere che fosse accaduto

 

Accettazione di responsabilità

  1. Ho capito che avevo creato un problema
  2. Mi sono ripromesso che le cose sarebbero andate diversamente la volta seguente

 

Distanziamento

  1. Ho cercato di dimenticare tutta la faccenda
  2. Sono andato avanti come se nulla fosse successo

 

Rivalutazione positiva

  1. Ho trovato qualcosa in cui credere
  2. Sono cambiato e sono cresciuto come persona in modo positivo

 

Coping di confronto

1. Ho espresso la mia rabbia alla/e persona/e che hanno causato il problema

2. Sono rimasto al mio posto e ho combattuto per quello che volevo

Autocontrollo

1. Ho cercato di non agire troppo istintivamente

2. Ho cercato di non perdere le staffe ma di lasciare in qualche modo le cose aperte

Fonte: item esempio da Folkman et al., 1986

 

 

– COPING STRATEGY INDICATOR (CSI) 

 

Ideato da Amirkhan nel 1990, si rifà sia a un approccio deduttivo che a un approccio induttivo. L’autore ha induttivamente lasciato emergere dai dati dei clusters di risposte e deduttivamente ha isolato quei clusters comuni al più esteso spettro di persone ed eventi. Per mezzo di successive analisi fattoriali, ha cercato di trovare strategie generali che sottostanno ai modi di reagire allo stress. Secondo l’autore emergono tre strategie fondamentali: problem solving, ricerca di sostegno sociale ed evitamento. Il questionario finale ha 33 item (11 per ogni sottoscala) e include item tratti dal Ways of Coping Checklist. Lo strumento ha mostrato buone proprietà psicometriche: le sottoscale sono tra loro indipendenti, quasi ortogonali; il punteggio finale non è influenzato da fattori sociodemografici come il genere, l’età, l’educazione o il reddito; la coerenza interna per ogni sottoscala è molto alta; l’attendibilità test-retest è buona e si attesta sui valori di 0.82; la validità discriminante è convincente poiché il CSI non correla con le scale di desiderabilità sociale; la scala è correlata alla depressione e ad altre sintomatologie psichiatriche.

I risultati delle analisi fattoriali confermative appaiono tuttavia poco convincenti poiché tutte le soluzioni fattoriali erano caratterizzate da bassi indici di bontà di adattamento ai dati. Inoltre la proporzione di varianza spiegata nelle tre fasi di costruzione del questionario appare anch’essa abbastanza modesta. Un altro dato dubbioso è l’alta correlazione tra la scala di ricerca del sostegno sociale del WCQ e la scala del CSI della risoluzione dei problemi (r = 0.55) piuttosto che con la corrispondente scala della ricerca di sostegno sociale (r = 0.46).

Una versione modificata della scala è stata utilizzata in italiano da Nigro (1996).

 

Indica in che misura hai usato le seguenti strategie per far fronte a un problema accaduto negli ultimi sei mesi. Pensa a un problema che ritenevi importante e che ti ha preoccupato.

 

Problem solving

  1. Ho cercato di pianificare attentamente un’azione piuttosto che agire impulsivamente
  2. Mi sono immaginato tutte le possibili soluzioni prima di decidere cosa fare
  3. Ho stabilito alcuni obiettivi per gestire la situazione

 

Cercare sostegno

  1. Ho confidato le mie paure e le mie preoccupazioni a un amico o parente
  2. Sono andato da un amico o da un professionista
  3. Ho accettato l’aiuto di un amico o parente

 

Evitamento

1. Ho evitato in generale di stare con la gente

  1. Mi sono identificato con alcuni personaggi dei romanzi o dei film
  2. Ho nascosto ad altri che la situazione era difficile

 

 

Fonte: item esempio da Amirkhan, 1990.

 

 

 

– LIFE SITUATION INVENTORY (LSI)  

 

Ispirandosi ai principali strumenti di coping esistenti, Feifel e Strack (1989) hanno costruito il Life Situation Inventory (LSI) per valutare tre forme di coping (il problem solving, l’evitamento e la rinuncia). Gli autori sono arrivati alla versione finale del questionario attraverso diversi passaggi: prima hanno raccolto più di 70 comportamenti di coping trovati in altri strumenti, poi hanno eliminati quelli che sembravano ridondanti o quelli che non rientravano nelle tre forme di coping teoricamente prestabilite. La scala finale è costituita da 28 item. La situazione stressante richiamata è individualmente scelta dal soggetto e non prestabilita anche se al soggetto viene chiesto di pensare a cinque situazioni appartenenti a cinque aree di conflitto distinte come fonti di problemi personali: una situazione di scelte decisionali, una sconfitta in una competizione, una situazione di frustrazione, una situazione di difficoltà con una figura autoritaria e una situazione di disaccordo con un coetaneo. Il soggetto deve quindi rispondere ai 28 item per cinque volte, ogni volta per un’area conflittuale. Le intercorrelazioni tra le sottoscale indicano una correlazione negativa modesta tra problem solving e rassegnazione e una correlazione positiva elevata tra evitamento e rassegnazione (r = 0.51).

Gli autori postulano che vi siano essenzialmente tre modi per rispondere a situazioni conflittuali: l’azione diretta rivolta a risolvere il problema che opera attraverso la ridefinizione cognitiva o la ricerca di informazioni; l’evitamento che rappresenta una forma di razionalizzazione, un tentativo attivo di distanziarsi dal problema minimizzando, trovando delle scuse o ignorando il problema stesso; infine, l’accettazione rassegnata del problema in cui la persona capisce, si rassegna al suo stato e non cerca di modificare la situazione.

Il valore di questa scala è duplice: è in grado di misurare le strategie di gestione di eventi conflittuali quotidiani e non solo quelli critici e traumatici ed è stata costruita attraverso procedure ben giustificate da un punto di vista teorico.

Lo strumento non è mai stato utilizzato in italiano.

 

Prenditi qualche minuto per pensare a una situazione in cui hai avuto delle difficoltà a prendere delle decisioni. Ad esempio, dovevi prendere una decisione e non eri sicuro su cosa fare. Può essere una decisione che riguardava solo te o il tuo lavoro, la famiglia o gli amici.

 

Problem solving

Ogni quanto…

  1. hai cercato di sistemare le cose prima possibile?
  2. hai cercato di fare qualcosa subito piuttosto che aspettare e vedere cosa sarebbe accaduto?

 

Evitamento 

Ogni quanto…

  1. hai voluto solamente dimenticare l’intera faccenda?
  2. hai cercato di trascorrere del tempo a pensare a cose più piacevoli?

 

Rassegnazione 

Ogni quanto…

  1. hai capito che non c’era niente che potevi fare rispetto alla situazione?
  2. hai sentito che la decisione finale non era sotto il tuo controllo?

 

 

Fonte: item esempio da Feifel, Strack, 1989.

 

 

 

MISURE SIA DI TRATTO CHE DI PROCESSO

 

 

– COPING INVENTORY FOR STRESSFUL SITUATIONS (CISS) 

 

Questo strumento è stato ideato da Endler e Parker (1990) ed è una revisione del MCI (Multidimensional Coping Inventory) del 1986. Il CISS è uno dei pochi a essere stato costruito attraverso procedure empiriche rigorose e guidate da assunti teorici di base.

Un gruppo di psicologi e di studenti di psicologia ha inizialmente formulato, ispirandosi a varie fonti, una lista estesa di item, considerati rappresentativi di molteplici e possibili comportamenti di coping. In base a successive analisi fattoriali sono stati scelti 44 item che davano origine a tre fattori: coping orientato al compito (task), che descrive gli sforzi della persona volti a risolvere il problema ristrutturandolo cognitivamente o tentando di alterare la situazione; coping orientato alle emozioni (emotion), che descrive le reazioni emotive dirette verso la persona per ridurre lo stress; coping orientato all’evitamento (avoidance), che descrive attività e cambiamenti cognitivi volti a evitare la situazione stressante. Poiché il questionario costituito da 44 item manifestava un certo squilibrio nella distribuzione di questi all’interno dei fattori, sono stati predisposti altri 40 item aggiuntivi. Le analisi successive hanno portato alla scelta di 48 item, 16 per ogni sottoscala, inclusi nella versione definitiva del questionario.

Il CISS ha manifestato buone capacità psicometriche: i coefficienti di coerenza interna risultano piuttosto elevati, con valori di alpha di Cronbach, riferiti alle tre scale, varianti tra 0.81 e 0.90; l’attendibilità test-retest, verificata con la somministrazione del questionario a distanza di sei settimane, appare soddisfacente e i coefficienti variano tra 0.55 e 0.73. La validità di costrutto è documentata dalle correlazioni emerse con il Ways of Coping Questionnaire o con altri tratti di personalità.

Nella versione inglese esiste una forma per adolescenti e una per adulti. In italiano esistono due adattamenti della versione per adulti curata da Sirigatti et al. (1996) e da Pedrabissi e Santinello (1995) che riconfermano le proprietà psicometriche e la struttura fattoriale del questionario.

 

Indica con quale frequenza metti in atto le seguenti attività quando incontri una situazione stressante o difficile:

 

Strategie orientate al compito

  1. Definisco le mie priorità
  2. Mi adopero per capire la situazione
  3. Faccio quello che penso sia la cosa migliore

 

Strategie orientate alle emozioni

  1. Incolpo me stesso perché rimando le cose
  2. Divento molto turbato, teso
  3. Me la prendo con gli altri

 

Strategie orientate all’evitamento

  1. Mi ripeto che è solo un sogno
  2. Mi prendo una pausa e mi allontano dalla situazione
  3. Mi preparo uno dei miei piatti preferiti

 

 

Fonte: item esempio da Pedrabissi, Santinello (1995).

 

 

 

 

COPING ORIENTATION TO PROBLEMS EXPERIENCED (COPE)   

 

Carver et al. (1989), insoddisfatti della distinzione tra strategie centrate sul problema e strategie centrate sull’emozione considerata eccessivamente semplicistica, hanno identificato una pluralità di modi e di strategie teoricamente fondate e considerate indipendenti l’una dall’altra.

A degli studenti universitari è stato chiesto di pensare a cosa facevano generalmente quando si trovavano sotto stress mediante un questionario di 52 item. L’analisi fattoriale ha prodotto circa la stessa struttura evidenziata dall’assegnazione su base teorica degli item. Ne è derivata una scala di coping chiamata COPE, che consiste di 13 scale e 72 item (quattro item per scala). Cinque scale sul coping problem-focused (coping attivo, pianificazione, ricerca di sostegno per ragioni strumentali, accettazione, reinterpretazione positiva e crescita), cinque scale sul coping emotion-focused (soppressione delle attività alternative, coping di restrizione, ricerca di sostegno sociale per ragioni emotive, religione, diniego) e tre scale che valutano rispettivamente l’espressione di emozioni, il disimpegno comportamentale e l’autodistrazione. Successive analisi condotte su ciascuna delle scale hanno rivelato una buona coerenza interna delle scale stesse e una discreta stabilità mostrate con il metodo test-retest a due mesi.

La scala COPE ha due formati: disposizionale e situazionale. La versione situazionale è stata ridefinita specificando di pensare all’esperienza di vita vissuta più stressante degli ultimi due mesi. Come previsto, correlazioni basse o moderate sono state riscontrate tra le due versioni e ciò sottolinea il ruolo della variabilità situazionale.

Dal punto di vista teorico, cinque fattori sono sottodimensioni del problem solving e cinque del coping emotivo ma le analisi fattoriali di second’ordine eseguite non hanno replicato la struttura ipotizzata (Carver et al., 1989; Zeidner, Hammer, 1992). Un ulteriore punto debole del COPE riguarda la validità di scale con solo quattro item che non riescono a discriminare tra tipi di strategie distinte dal punto di vista teorico.

Il COPE è stato tradotto e validato in italiano da Sica et al. (1997) che hanno somministrato il questionario a degli studenti universitari e hanno sottoposto i risultati a una serie di analisi statistiche. L’analisi fattoriale ricalca approssimativamente i risultati di Carver (1992) anche se i primi due fattori definiti “ricerca di sostegno sociale” e “strategie orientate al problema” racchiudono in sé due delle scale originarie. I valori di attendibilità sono buoni nella maggior parte delle scale e la stabilità nel tempo del questionario attraverso il test-retest a trenta giorni di distanza è soddisfacente.

 

 

 

ALTRE MISURE DEL COPING

 

 

– STRESS AND COPING PROCESS QUESTIONNAIRE (SCPQ) 

 

Poichè le persone non fronteggiano le fasi di svolgimento di una situazione difficile nella stessa maniera, Reicherts e Perrez (1994) hanno conferito un fondamento logico all’assessment dello stress e del coping con lo scopo di misurare il coping all’interno del decorso temporale di varie interazioni ipotetiche di natura stressante esplorando le risposte cognitive, emotive e attributive del soggetto. Lo strumento consiste nella descrizione di 18 episodi appartenenti a due classi di stress: situazioni ambigue o eversive e situazioni di perdita o fallimento. Ogni episodio è diviso in tre stadi dinamici che spiegano lo svolgersi dell’evento. Nelle pagine che seguono alla consegna di ogni stadio si trova un elenco di risposte riguardo alle emozioni, ai giudizi e alle azioni del soggetto di fronte alla situazione suddetta. Un esempio di una situazione di fallimento è il seguente:

  • allo stadio 1 la consegna è: “cerca di immaginare chiaramente la seguente situazione: le relazioni con il tuo datore di lavoro sono sempre state un pò complicate. Adesso il tuo datore di lavoro ti affida un compito per i prossimi due giorni. Il lavoro è decisamente inopportuno poiché al momento hai già un sacco di lavoro ordinario da svolgere”;
  • allo stadio 2 la consegna è: “immagina che la situazione proceda nel modo seguente: il tuo datore di lavoro ti dice che anche il lavoro ordinario va svolto. Appena inizi il nuovo lavoro ti accorgi che è difficile e richiede tempo. Sembra che tu lo possa finire solo se lasci perdere il lavoro ordinario e comunque anche il nuovo impegno ti richiederà del tempo straordinario”;
  • allo stadio 3 l’istruzione è: “immagina che la situazione alla fine proceda come segue: tu non hai terminato il lavoro nel tempo assegnato. Inoltre, molto del lavoro ordinario è rimasto incompiuto”.

Un aspetto fondamentale di questo strumento è la distinzione tra intenzioni di coping e strategie di coping. Le prime derivano da una visione del comportamento del soggetto come motivato dal raggiungimento e dalla realizzazione di obiettivi e secondo i medesimi autori sono quattro: due mettono a fuoco i meccanismi di adattamento dell’individuo all’ambiente circostante, l’orientamento alla padronanza (assimilazione) che riguarda la volontà da parte del soggetto di mantenere un equilibrio emotivo ed infine l’orientamento al significato (accomodazione), che riguarda la volontà di garantire l’autostima. Queste quattro intenzioni sono state operazionalizzate, chiedendo al soggetto di indicare su una scala Likert a quattro punti in che misura di fronte alle varie fasi della situazione stressante si confronta attivamente con gli altri e chiarisce la situazione (assimilazione), mantiene un’atmosfera amichevole ed evita di entrare in discussione con gli altri (accomodazione), rimane calmo e composto (equilibrio emotivo) o mantiene l’autostima (autostima).

Per quanto riguarda le strategie di coping, vengono indicati due tipi di strategie: quelle “dirette a se stessi” che comprendono la ricerca di informazioni, la soppressione di informazione, la rivalutazione, l’attenuazione, la colpa attribuita a sé o ad altri e quelle “dirette all’ambiente” che comprendono, invece, le azioni strumentali, l’evitamento, l’esitazione, la prevenzione e la riorientazione.

Gli studi di validazione condotti con piccoli campioni hanno riportato buone proprietà psicometriche anche se lo strumento presenta alcuni limiti. Le tecniche di scoring  sono alquanto complicate e rendono ostica per il ricercatore la procedura di analisi e interpretazione dei dati. Secondo Schwarzer e Schwarzer (1996), lo SCPQ è uno strumento che spicca per la sua diversità rispetto agli altri questionari poiché mette a fuoco l’aspetto intenzionale del coping e l’aspetto dinamico all’interno delle varie fasi che si snodano durante la transazione con l’evento stressante, anche se rimane uno strumento che evoca uno scenario ipotetico che muta nel tempo in modo arbitrario e non verifica il coping in situazioni reali.

 

 

– L’ASSESSMENT ECOLOGICO   

 

Nel 1984, Stone e Neale tentarono di costruire uno strumento che valutasse il coping giornaliero da utilizzare negli studi longitudinali. Ai soggetti è stato chiesto di rispondere a una lista di 87 item concernenti varie strategie di coping rispetto a un recente problema che avevano vissuto in prima persona. Dall’analisi dei dati emergeva una costellazione di 8 categorie di coping, ma dato che le proprietà psicometriche dello strumento erano scadenti, gli autori cambiarono radicalmente l’approccio di raccolta dati e optarono per domande aperte da analizzare secondo la griglia precedentemente costituita dalle 8 strategie di coping: la distrazione, la ridefinizione della situazione, l’azione diretta, la catarsi, l’accettazione, il sostegno sociale, il rilassamento, la religione. Nella successiva ricerca, 120 soggetti sposati dovevano compilare per 21 giorni consecutivi un diario giornaliero in cui descrivevano i loro comportamenti di coping. Questo approccio più qualitativo e più situazionale metteva in luce in misura maggiore i mutevoli processi di coping nel tempo.

L’intenzione di misurare il coping giornaliero era partita dalle critiche riportate in letteratura agli strumenti del coping di tipo retrospettivo. Secondo tale prospettiva, le persone non possono fornire informazioni accurate sui comportamenti o i pensieri messi in atto in una situazione critica del passato. Gli studi sulla memoria autobiografica indicano che le persone utilizzano ad esempio stratagemmi euristici che distorcono il resoconto del coping utilizzato (Thompson et al., 1996). Stone et al. hanno riscontrato che quando si chiede alla persone di pensare alle strategie utilizzate in una situazione stressante passata, i soggetti si dimenticano molto più facilmente le strategie cognitive piuttosto che le strategie comportamentali, essendo quest’ultime meno concrete e quindi più difficili da richiamare alla memoria.

Per far fronte agli ostacoli sopra citati si è sviluppato in letteratura un nuovo approccio chiamato “valutazione ecologica momentanea” (Ecological Momentary Assessment) che prevede una valutazione ripetuta delle strategie di coping in tempo reale e nell’ambiente naturale del partecipante (Stone, Shiffman, 1994).

 

 

 

ASPETTI PROBLEMATICI NELLA MISURA DEL COPING  

 

 

– COSTRUZIONE DELLA SCALA INDUTTIVA O DEDUTTIVA?  

 

La costruzione e validazione delle scale di coping devono derivare dai dati o dalla teoria?

Secondo l’approccio empirico, è meglio indagare in un vasto campione gli aspetti dell’argomento che interessa e lasciare che gli strumenti statistici come l’analisi fattoriale rivelino le dimensioni sottostanti più importanti.

Secondo l’approccio teorico o “razionale”, è meglio partire con la teoria e lasciare che questa guidi la costruzione del contenuto della scala.

La contrapposizione è tra due tipi di approcci, uno più deduttivo, che si fonda sui modelli e assunti teorici esistenti in letteratura, e uno più induttivo, che astrae partendo dagli elementi osservati ed esplorati a largo raggio. Essendo giustificate entrambe le prospettive, la via da perseguire auspicata rimane quella dell’equilibrio e della reciprocità tra le tecniche di costruzione delle scale in modo che si perfezionino a vicenda attraverso un processo a spirale.

Pearlin e Schooler (1978) hanno formulato gli item intervistando un largo campione rappresentativo di soggetti attraverso domande aperte sulle possibili risposte di coping in varie aree di vita fonti di difficoltà. La maggior parte degli autori come gli stessi Folkman e Lazarus (1985) hanno selezionato gli item traendoli da questionari preesistenti alla luce di generali sistematizzazioni teoriche, ne hanno aggiunto alcuni e hanno svolto l’analisi fattoriale; per contro alcuni autori hanno messo insieme liste di item in maniera poco sistematica, talvolta con spettri di inclusione eccessivamente larghi o troppo ristretti. Al di là della formulazione degli item, sia essa guidata da un approccio razionale o empirico, Stone e Kennedy-Moore (1992) hanno fatto notare che la scarsa presenza in letteratura di studi ad ampio raggio di tipo esplorativo e l’eccessivo riferimento a scale precedenti nella costruzione di nuovi strumenti potrebbero avere portato a una esagerata enfasi di alcune dimensioni del coping o a una dimenticanza di altre potenziali strategie poco studiate o operazionalizzate.

 

 

 

– MISURE DISPOSIZIONALI O SITUAZIONALI? 

 

La diatriba tra misure disposizionali o episodiche sul coping ha animato il dibattito in questi ultimi vent’anni suscitando un susseguirsi di domande del tipo: “le persone fanno un uso flessibile o rigido delle strategie abituali di coping nelle varie situazioni?”, “è possibile che il coping sia così fortemente dipendente dalla situazione?”. Secondo Schwarzer e Schwarzer (1996), la domanda dovrebbe essere riformulata nella seguente maniera: “si preferisce studiare le differenze intra o interindividuali?”, in modo tale da ricondurre il dibattito alla più generale dicotomia tra metodi nomotetici (la parola nomotetico deriva dal greco nomos, che significa legge), che mirano ad individuare le strutture e le leggi universali valide per tutti gli individui per dare un quadro completo della persona, e metodi ideografici che prendono in esame la struttura di personalità di ogni singolo individuo, prestando perciò attenzione agli elementi peculiari di ogni individualità. Nell’approccio originale di Lazarus e Folkman (1984), il coping è definito come un processo dinamico, una reazione allo stress collocata in un contesto specifico; lo scopo della ricerca è documentare i comportamenti e le cognizioni dello stesso gruppo di persone in situazioni diverse e studiare come i comportamenti di coping variano come conseguenza dei tipi diversi di stressor. Nonostante il fatto che il valore teorico di questo approccio sia condiviso da molti ricercatori, pochi in realtà l’hanno utilizzato, più spesso limitando il loro interesse agli stili di coping e presupponendo che le persone abbiano modalità di coping preferite, moderatamente stabili e utilizzate in molte occasioni. Spesso i ricercatori pur essendosi mostrati interessati a misurare la specificità del contesto, i processi di reciprocità tra soggetto e ambiente e le dinamiche che si articolano nell’interazione con la situazione stressante, hanno alla fine costruito degli strumenti che valutavano il coping come tratto di personalità pressoché stabile nell’individuo.

Gli studi empirici sulla variabilità situazionale del coping e sullo studio del coping come processo sono scarsi ma i dati disponibili contraddicono l’approccio disposizionale: le persone hanno risposte di coping tra le più differenziate e questo dipende in larga misura dal tipo di situazione stressante con cui si confrontano. Ma un dato da non trascurare è che alcune strategie sono più connesse di altre alla specificità situazionale (Alparone, Prezza, 1998). Sono le caratteristiche oggettive della situazione a causare una variabilità nelle risposte di coping; ad esempio, la ricerca di sostegno sociale è una risposta che dipende più dalla situazione, mentre la reinterpretazione positiva sembra essere un’espressione di una preferenza individuale. Le preferenze disposizionali di coping non predicono adeguatamente il comportamento di coping effettivo in una certa situazione, da ciò si deduce che il comportamento di coping realmente praticato è influenzato sia dalla preferenza individuale di coping sia dalle determinanti situazionali.

Il costrutto di coping come risposta variabile e specifica al contesto sta progressivamente assumendo una posizione di rilievo nelle ricerche sul coping. Chiaramente, solo un disegno di ricerca a misure ripetute con situazioni diverse permette di avere informazioni empiriche sulla covarianza tra risposte di coping e caratteristiche situazionali. Secondo De Ridder (1997) è quindi opportuno utilizzare un approccio episodico-situazionale al posto dell’approccio disposizionale o è perlomeno necessario integrare i due approcci. Alcuni autori, infatti, hanno creato due versioni dei loro strumenti, una per il coping come tratto e l’altra per il coping come processo, cercando di identificare sia gli aspetti stabili che quelli variabili del coping, ma confrontando misure situazionali con misure disposizionali la correlazione è in genere assai modesta.

In futuro, sarebbe interessante studiare che cosa nel contesto situazionale influenza l’uso di un comportamento di coping, come la mole dello stress, le possibilità di controllo o la probabilità che la situazione cambi da sola.

 

 

 

– QUANTE SONO LE DIMENSIONI DEL COPING?  

 

Categorizzare le possibili risposte di coping è sicuramente uno degli obiettivi che tutti gli autori si sono posti approcciandosi allo studio di questo costrutto. Folkman e Lazarus (1980) hanno proposto la distinzione tra emotion-focused e problem-focused, che è rimasta una delle categorizzazioni più largamente usate. Un’altra importante distinzione è quella tra coping di evitamento e coping proattivo (Suls, Fletcher, 1985), anche se qualcuno ha argomentato che decidere di evitare una situazione è un modo attivo per affrontare il problema. Altri ancora hanno proposto una combinazione di queste due dimensioni, ad esempio Endler e Parker (1990), che hanno proposto tre dimensioni: orientata al compito, alle emozioni ed evitamento. Altri autori invece hanno proposto misure di coping con un numero considerevolmente maggiore di dimensioni, come il COPE (Carver et al., 1989), con 13 strategie di coping, il SACS (Hobfoll et al., 1994) con 9 e la scala di McCrae (1984), che identifica non meno di 28 dimensioni del coping. Non c’è quindi accordo tra gli autori sul numero adeguato di dimensioni per descrivere il comportamento di coping. Folkman (1992) ha sostenuto che il numero critico delle dimensioni di coping deve essere compreso tra 2 e 8: con meno di 2 si rischia di nascondere la varietà delle strategie esistenti, con più di 8 si rischia un’eccessiva ridondanza. Dalla rassegna qui svolta emerge inoltre che il numero delle dimensioni di coping varia a seconda del tipo di strumento, dato che gli strumenti disposizionali tendono ad includere meno dimensioni mentre le misure situazionali tendono ad avere un numero maggiore di dimensioni.

Al di là del numero, anche il contenuto e il carattere delle dimensioni del coping sembrano oggetto di controversia. La strategia della ricerca di sostegno sociale è risultata poco stabile e replicabile ed è stata ampiamente contestata poiché si collega ad un concetto, quello appunto di sostegno sociale, già multidimensionale in sé. Può costituire una strategia distinta ma anche servire come mezzo per ottenere informazioni, calmarsi o distrarsi. Carver et al. (1989) distinguono tra la ricerca di sostegno per ragioni “strumentali” e la ricerca di sostegno per ragioni “emotive”. Alcuni autori come Parker e Endler (1992), non considerano strategia di coping la ricerca di sostegno sociale, in quanto connessa invariabilmente con la disponibilità del sostegno sociale, e quindi concettualizzano quest’ultima come una “risorsa” e non una strategia del coping. Al contrario, per altri autori (Hobfoll et al., 1994) il comportamento prosociale o antisociale costituisce una dimensione essenziale nella categorizzazione del comportamento di coping.

Un altro asse di distinzione tra le dimensioni del coping è quello tra pensieri e azioni, tra cognizioni e comportamenti nella risposta di coping, che ripropone un binomio classico nella psicologia in generale. Le discordanze anche qui non sono venute a mancare poiché alcuni autori, come Hobfoll et al. (1994) sostengono che sia preferibile studiare solo i comportamenti, mentre per altri come Epstein e Meier (1989) lo studio del coping dovrebbe limitarsi agli aspetti cognitivi.

Quello che complica il dibattito sul numero e sulle caratteristiche delle dimensioni del coping è che pochi autori hanno differenziato tra diversi livelli di concettualizzazione e di astrazione nella misura del coping, cercando di distinguere tra strategie vere e proprie, come il distanziamento o l’autocontrollo, e quelle che possono essere considerate “metastrategie”, come il coping di approccio o di evitamento, che raggruppano sotto di sé molte altre strategie. Krohne (1993), Tobin et al. (1989) e Leventhal et al. (1993) hanno avanzato la proposta di verificare l’esistenza di una struttura gerarchica tra le dimensioni del coping, ma spesso le analisi fattoriali di second’ordine hanno dato risultati controversi tra vari campioni. Ad esempio, per il COPE, Carver et al. (1989) hanno estratto 4 fattori di second’ordine, mentre nella versione italiana di Sica et al. (1997) ne sono emersi 5 e nella versione ridotta di Zeidner e Hammer (1992) ne sono stati estratti solo 2.

Queste discordanze nella ricerca di livelli gerarchici sono più che altro attribuibili alla tecnica fattoriale di tipo esplorativo usata in questo tipo di studi. Per tali motivi, sono necessari ulteriori tentativi nell’ambito della ricerca per confrontare e valutare sistematicamente le dimensioni misurate nelle varie scale del coping, il livello di astrazione e la struttura gerarchica delle singole dimensioni.

 

 

 

– SCENARI IPOTETICI O EVENTI DI VITA REALMENTE ACCADUTI?  

 

Se le strategie di coping sono influenzate dalla natura dell’evento stressante o dalla valutazione (appraisal) che si fa dell’evento stressante, le istruzioni o indicazioni durante la compilazione di uno strumento di self-report diventano basilari. Se si chiede ai partecipanti di una ricerca di immaginare la medesima situazione fittizia, si ha il vantaggio di una migliore validità interna, mentre se si chiede ai soggetti di ricordare un evento di vita particolarmente difficile realmente accaduto nel loro passato, il confronto intersituazionale diventa più complesso perché ciascuno avrà in mente episodi di vita molto personali. Il lavoro di McCrae (1984) ha cercato proprio di differenziare tra i vari tipi di appraisal cognitivo dell’evento stressante e distinguere le strategie di coping nel caso di un evento percepito come perdita e di un altro percepito come minaccia o sfida. Se ne evince che è più opportuno chiedere di immaginare scenari ipotetici come situazioni stressanti prototipiche quando l’obiettivo del ricercatore è identificare il coping disposizionale, mentre quando l’obiettivo è descrivere il coping attuale e specifico è auspicabile definire attentamente i parametri che specificano la situazione. Schwarzer e Schwarzer (1996) a questo proposito propongono tre elementi per distinguere i vari scenari situazionali: un “episodio” stressante con un inizio e una fine (ad esempio, un esame universitario), un’”area di riferimento” che può essere fonte di problemi (il lavoro, la salute, le relazioni interpersonali) o una “fase” dell’interazione con un evento stressante (fase preparatoria, di azione, successiva).

 

 

 

– PROBLEMI DI VALIDITA’  

 

La valutazione della qualità di uno strumento psicometrico richiede una riflessione sul significato e sulla rilevanza del costrutto psicologico che esso si propone di misurare e successivamente sul significato dei punteggi come misura del costrutto. L’esplicazione del costrutto o operazionalizzazione è un processo per dare un significato al questionario stesso, è una procedura che si gioca nell’interazione tra teoria, analisi dei dati e disegno di ricerca (Pedrabissi, Santinello, 1997). Benson e Hagtvet (1996) hanno sostenuto che i ricercatori nell’ambito del coping hanno investito molti sforzi focalizzandosi sulla relazione ipotizzata tra misure dei vari costrutti, individuando gli antecedenti e i conseguenti del coping, mentre scarsa attenzione è stata posta a definire e chiarificare il dominio delle variabili osservabili che esplicano il costrutto del coping e a studiare le relazioni tra gli indicatori stessi del coping.

Nella prima fase di esplicazione del costrutto, i ricercatori descrivono il costrutto teorico e astratto del coping e il corrispondente dominio empirico di variabili osservate. L’aspetto qui più problematico è proprio la scarsa univocità sul costrutto del coping. Sebbene vi sia un discreto accordo tra ricercatori sulla definizione generale di coping, i tentativi di spiegarne l’esatta natura e il numero delle dimensioni sono stati molto eterogenei. Un comportamento di coping può assolvere più funzioni: l’item “andare a fare shopping”, ad esempio, potrebbe essere interpretato come una strategia di distrazione ma anche di risoluzione del problema. Nella rassegna di Vingerhoets et al. (1998) è stato messo in evidenza come l’atto del piangere possa essere considerato un comportamento indicativo di una strategia emotion-focused (riduce la tensione), di una strategia problem-focused (quando è utilizzato più o meno consapevolmente come mezzo per influenzare o manipolare la situazione esterna), o in ultima istanza di una strategia di rassegnazione o rinuncia, come dimostrazione di resa o di impotenza.

Nella seconda fase, i ricercatori testano empiricamente i confini del dominio del coping per fornire dati che servano per elaborare inferenze sul piano teorico. Spesso i ricercatori valutano la qualità degli item delle scale del coping attraverso tecniche come l’analisi degli item o l’analisi fattoriale esplorativa. L’aspetto qui più problematico è la scarsa stabilità della struttura fattoriale delle dimensioni di coping. Poiché l’analisi fattoriale esplorativa e le altre classiche analisi psicometriche sono state progettate per valutare costrutti teorici stabili, come i tratti di personalità o gli atteggiamenti, risultano poco efficaci per misurare il coping, essendo questo un fenomeno intrinsecamente variabile. Una procedura più guidata dagli assunti teorici come l’analisi fattoriale confermativa sarebbe auspicabile e si dimostrerebbe utile nel definire quali item rappresentino meglio il dominio empirico e teorico del coping.

Nella terza fase, i ricercatori si chiedono in che modo il coping come costrutto si adatta all’interno di una rete di relazioni attese con altri costrutti. Se una teoria sostiene che diverse strategie di coping sono utilizzate in due diversi gruppi, lo strumento dovrà essere in grado di mostrare empiricamente queste differenze. La procedura più frequentemente usata quando si vogliono fornire prove della validità di costrutto è correlare la misura del coping con altre variabili o costrutti di personalità. Secondo Benson e Hagtvet (1996), i modelli di equazioni strutturali rappresentano una strategia di analisi dei dati che consente di valutare le relazioni tra un insieme di costrutti e “catturare” la relazione multivariata che esiste all’interno del “sistema nomologico” (insieme di relazioni tra costrutti) complesso come quello del coping.

 

 

 

– PROBLEMI DI ATTENDIBILITA’   

 

I problemi concettuali e metodologici discussi in precedenza possono compromettere non solo la validità delle misure di coping ma anche la loro attendibilità. Ad esempio, quando ci si chiede in che misura il coping si riferisce a un concetto variabile o stabile o se le tecniche fattoriali sono adeguate, ci si interroga anche sull’attendibilità della misura. La stessa poca chiarezza intorno al concetto di coping può sfociare in problemi di attendibilità.

Come hanno affermato Pedrabissi e Santinello (1997), ci sono fondamentalmente tre approcci per stimare l’attendibilità di uno strumento: la procedura test-retest, l’uso di forme parallele e la coerenza interna o tra item. Se si presume che la caratteristica psicologica in questione possa variare per motivi situazionali in momenti diversi dell’assessment, allora la stabilità test-retest diventa inappropriata. L’uso delle forme parallele è altrettanto inadeguato perché gli item che descrivono una particolare modalità di coping non sono tra loro equivalenti. Il calcolo della coerenza interna è il metodo più appropriato anche se sono necessarie considerazioni aggiuntive: una persona che raggiunge il suo obiettivo attraverso una particolare strategia di coping non si adopera attraverso altre strategie, e quindi non è possibile supporre una covarianza tra gli item come nella misura degli atteggiamenti e non ci si può aspettare i medesimi livelli di coerenza interna.

L’attendibilità di uno strumento è inoltre influenzata dagli errori di misura. Stone e Kennedy-Moore (1992) hanno sollevato due questioni che riguardano implicitamente l’attendibilità delle misure situazionali del coping: la scarsa applicabilità o trasferibilità di alcuni item e la possibile ambiguità nell’interpretazione del formato di risposta. Per quanto riguarda la prima questione, utilizzando strumenti generali situazionali sul coping di fronte a situazioni di difficoltà decise dal soggetto o dal ricercatore, alcuni item si dimostrano inadeguati o inutili. Le strategie interpersonali (ad esempio item quali “ho fatto in modo di fargli/le cambiare idea”) sono più rilevanti quando ci si riferisce a situazioni difficili di tipo relazionale, assistenza ad altri o problemi di coppia; le strategie spirituali (come rivolgersi a Dio o pregare) sono più rilevanti nel caso di eventi gravi come un lutto, un fatto traumatico o una malattia, mentre le strategie di problem solving sono adatte quando la situazione è comunque parzialmente sotto il controllo del soggetto (Stone et al., 1991). Il secondo problema si riferisce alla consegna e al formato di risposta. In genere negli strumenti esaminati viene chiesto di indicare su una scala Likert in che misura i soggetti abbiano utilizzato una particolare strategia di coping con formati di risposta che possono essere intesi in termini di durata, frequenza, intensità o utilità nell’uso della strategia in questione. Ad esempio, il grado di accordo con l’item “evito di stare con la gente” può essere interpretato nei seguenti modi: evito per lunghi periodi, evito spesso, evito intensamente, evito perché funziona.

Un ultimo problema presente anche nella misurazione tramite self-report  di altri costrutti psicologici si riallaccia alle distorsioni derivate dal procedimento retrospettivo indotto da tali tipi di strumenti. Dalla letteratura si evince che le persone tendono a richiamare comportamenti che sembrano loro “tipici”, basati sulla generale percezione che hanno di se stessi e non di quello che è realmente accaduto; i resoconti retrospettivi sono influenzati dalle euristiche di recupero delle informazioni, da fattori di personalità o dalla conoscenza della risoluzione dell’episodio stressante. In primo luogo, la durata o il periodo dell’evento influenzano il tipo di strategie di coping riportato: se ai soggetti è chiesto di richiamare alla mente un evento stressante dell’ultimo mese, quelli che prendono in considerazione un evento continuativo o lontano nel tempo riporteranno più strategie di coping di quelli che prendono in considerazione un evento breve o iniziato da poco.

In secondo luogo, le persone tendono ad essere più consapevoli delle strategie di coping più problematiche e a dimenticarsi delle strategie che risolvono il problema, tendono a essere meno consapevoli delle strategie particolari che usano (come la ricerca di sostegno sociale) se le strategie collimano con la routine quotidiana (ad esempio una telefonata quotidiana agli amici).

Infine, la stessa definizione della strategia di coping è influenzata dalle conseguenze e dai risultati successivi: se la strategia “ho pensato al problema” è stata poi seguita da una risoluzione positiva del problema stesso, il soggetto potrebbe interpretarla come una strategia attiva, di “pianificazione”; se invece il problema si è complicato o è peggiorato, la strategia del pensare al problema potrebbe essere reinterpretata come una inutile meditazione o “ruminazione cognitiva” (Stone, Kennedy-Moore, 1992). Per ovviare a questi inconvenienti, gli stessi Folkman et al. (1986) hanno suggerito di prendere in considerazione stressor avvenuti di recente, nell’ultima settimana o nell’ultimo mese, per ridurre il più possibile l’incidenza di bias mnemonici, ma gli approcci più recenti, per ovviare a questi potenziali limiti, si focalizzano più su dati raccolti “in tempo reale”.

 

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