Anosognosia: definizione, trattamento, lesione cerebrale, emiplegia

aprile 14th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Uncategorized

Articolo di Carmen Colasuonno

L’anosognosia, insieme agli altri disturbi della consapevolezza della malattia, è stata al centro degli studi nei campi neurofisiologico, neuropatologico e neuropsicologico dell’ultimo secolo, anche se una ricerca sistematizzata più accurata si è sviluppata solo negli ultimi sessant’anni. Nel 1914, Joseph Babinski, un neurologo francese, fu il primo a introdurre questo neologismo per descrivere alcuni curiosi comportamenti osservati nei pazienti con lesioni cerebrali, quali la mancata consapevolezza dei deficit motori associati alle lesioni e il conseguente diniego degli stessi. In un suo articolo scientifico, egli riporta precisissime descrizioni di due pazienti con ictus cerebrale destro ed emiplegia sinistra i quali erano inconsapevoli della propria paralisi. In questa occasione, oltre a coniare il termine “anosognosia” per descrivere questo tipo di inconsapevolezza, conia anche il termine “anosodiaforia” per denotare un’apparente mancanza di preoccupazione ed interesse nei confronti dell’arto paralizzato in assenza, però, di una completa inconsapevolezza (Langer, et al., 2014).

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Tuttavia, la concezione che l’anosognosia possa essere classificata come disturbo clinico è il prodotto di una convergenza di nomi, concetti e fenomeni clinici che parte dai lavori di vari autori e che culmina con Babinski. Durante gli stadi iniziali di questo avvicinamento di idee, l’inconsapevolezza di una disfunzione neurologica non era ancora considerata come un fenomeno clinico indipendente, infatti il processo di caratterizzazione dell’anosognosia come stato clinico distinto inizia con l’opera di Gabriel Anton (neurologo austriaco) e termina con Babinski che riafferma l’indipendenza dell’“inconsapevolezza” (Marková, et al., 2014).

La storia della costruzione (o dell’invenzione) dell’anosognosia corre parallelamente al dibattito del diciannovesimo secolo sulla natura del concetto di “consapevolezza”. Infatti, il percorso che ha portato all’elaborazione di questo concetto è lungo e tortuoso ed ha origine in Europa a partire dal diciassettesimo secolo. In Cartesio e Locke il termine “consapevolezza” si riferisce a quell’atto per mezzo del quale l’uomo arriva a conoscere il mondo intorno a sé. In questo caso, la parola viene usata in senso epistemologico e non si riferisce ad una facoltà mentale, ad una “cosa” circoscritta considerata come la specifica funzione di una struttura cerebrale. Il concetto di consapevolezza viene completamente reso “psicologico” solo durante il diciannovesimo secolo. Ciò vuol dire che, oltre ad essere una nozione metafisica o epistemologica, comincia ad essere considerata anche come una componente della mente e quindi del cervello. Questo ha reso possibile lo sviluppo di concetti attinenti quali l’autoriflessione e l’introspezione.

Tuttavia, il diciannovesimo secolo si è caratterizzato per aver proposto una versione rivisitata del dilemma aristotelico (Caston, 2002) circa la natura della consapevolezza. Pertanto si è arrivati ad interrogarsi se la consapevolezza fosse una funzione mentale indipendente e quindi necessitasse di essere assegnata ad una specifica regione cerebrale oppure se fosse un aspetto secondario che appare associato ad una
funzione mentale o ad un organo sensoriale. Il fatto che il primo tipo di consapevolezza avrebbe potuto portare ad un regresso infinito, molti hanno optato per il secondo.

Entrambi, comunque, hanno generato diversi modelli di anosognosia. Secondo il normale funzionamento cerebrale, in merito al primo tipo di consapevolezza, la regione cerebrale nella quale è situata la consapevolezza, sarebbe dovuta essere collegata con ogni altra regione sensoriale (questa idea di collegamento è tipica del modello di Wernicke), quindi l’anosognosia si sarebbe dovuta spiegare come una sindrome di disconnessione.

Nel caso del secondo tipo di consapevolezza suddetto, l’anosognosia ha richiesto una spiegazione differente e subito si sono presentati i concetti di lesione parziale, disturbo sensoriale, disturbo di memoria; e dopo l’avvento di Freud, hanno avuto spazio anche i concetti di
diniego e repressione (Marková, et al., 2014). Le descrizioni di pazienti che hanno mostrato segni di inconsapevolezza di una disfunzione neurologica risalgono ad un tempo precedente la creazione, ad opera di Babinski, del termine “anosognosia” in relazione all’emiplegia. Infatti tra gli altri autori, l’inconsapevolezza era stata riportata in relazione alla cecità (Anton, 1899; Dejerine, et al., 1893; von Monakow, 1885; Redlich, et al., 1911), alla sordità (Anton, 1899) e all’alessia (Bonhoeffer, 1903). Von Monakow ha descritto quattro casi di pazienti affetti da cecità corticale che mostravano inconsapevolezza della stessa, tuttavia questa inconsapevolezza non era vista come un fenomeno indipendente per il quale era stata ricercata la localizzazione cerebrale ma l’attenzione era concentrata sulla localizzazione della lesione che causava la cecità corticale nel suo insieme. È stato Gabriel Anton a concettualizzare il fenomeno clinico in studio come una mancanza di autoconsapevolezza. In un articolo scientifico del 1899 egli ha riportato due descrizioni di pazienti con sordità corticale e due di pazienti con
cecità corticale, ed ha cercato di mettere in relazione questi stati clinici descritti con dettagliate scoperte post-mortem con l’obiettivo di determinare la relazione tra l’inconsapevolezza di una disfunzione neurologica e le aree cerebrali danneggiate (Marková, et al., 2014).

In contrasto con i casi descritti da von Monakow, Anton ha definito l’“inconsapevolezza della disfunzione” come un sintomo o uno stato indipendente e lo ha concettualizzato come un fenomeno a sé. Così, è arrivato a comprendere clinicamente e psicologicamente le descrizioni e i comportamenti dei pazienti cercando di collegare questi ultimi ai cambiamenti neuro-anatomici. Egli, inoltre, ha messo in evidenza il fatto che i soggetti fossero inconsapevoli della loro perdita della vista o dell’udito ed erano, però, soprattutto preoccupati per problemi relativamente minori come, ad esempio, la difficoltà nel trovare le parole.

Nel caso di perdita dell’udito, sembrava che i pazienti avessero perso il ricordo di essere stati capaci di parlare prima d’allora e quindi non si
rendevano effettivamente conto del loro deficit (Marková, et al., 2014).

È probabile che la creazione del concetto di “inconsapevolezza della disfunzione”, ad opera di Anton, come fenomeno indipendente possa essere stata influenzata dalle idee di Arnold Pick riguardo la consapevolezza e l’insight all’interno del disturbo mentale (Pick, 1882). Nel 1882 Anton lavorava a Praga come assistente di Pick prima di spostarsi a Vienna nel 1887, per cui l’uso del termine “sentimento di malattia”, utilizzato nella descrizione di un caso di un suo paziente, può essere derivato direttamente da Pick.

Questi si è esplicitamente concentrato sulla consapevolezza della malattia, in relazione alla malattia mentale, come concetto costituito da: un sentimento di malattia e un insight nella malattia. Il sentimento di malattia era visto da Pick come un’alterazione della sensazione di benessere, mentre l’insight nella malattia era il prodotto di riflessione e ragione (Pick, 1882).

Se Anton ha delineato l’”inconsapevolezza della disfunzione” come un fenomeno clinico a sé, l’anosognosia di Babinski si è implicitamente divisa in “inconsapevolezza” e “disfunzione”, e ciò ha permesso alle ricerche successive di concentrarsi sull’”inconsapevolezza” come “oggetto di indagine”, non solo come qualcosa in associazione a lesioni neurologiche ma come un fenomeno a sé stante da esplorare (Marková, et al., 2014).

 

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