Cosa sono (veramente) le emozioni

maggio 30th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo | Psicologia Sociale

Lo psicologo statunitense Paul Ekman nel 1972, intraprese un viaggio-ricerca in Papua Nuova Guinea, dove condusse esperimenti con una comunità di indigeni mai venuta in contatto con il mondo occidentale, i Fore, e grazie al quale identificò sei emozioni riconoscibili da tutti gli esseri umani, che perciò definì “emozioni di base”: la rabbia, il disgusto, la gioia, la sorpresa, la paura e la tristezza.
L’uomo, grazie anche allo sviluppo del linguaggio, è in grado di essere consapevole dei cambiamenti psicofisici e riconosce, in genere, quale nome dare alle emozioni che prova. Il grado di consapevolezza e la capacità di nominare l’emozione varia da persona a persona, ma a parte poche eccezioni (considerate patologiche), è presente in tutti noi, a prescindere dal Paese e dalla cultura di appartenenza. Grazie al linguaggio e allo sviluppo della neocorteccia siamo riusciti ad essere consapevoli delle nostre emozioni e ad organizzarle in stati strutturati, più complessi e meno legati al contesto rispetto alle emozioni: i sentimenti.

I sentimenti si possono considerare stati cognitivo-emotivi, il cui valore evolutivo è legato ad un numero imprecisato di funzioni socio-relazionali di vitale importanza, sia per la vita della specie sia per quella del singolo individuo, e costituiscono il risultato dell’organizzazione interna delle esperienze personali e dei modi in cui l’individuo ha imparato a gestire le proprie emozioni.7
Le emozioni possono avere un significato positivo anche quando a prima vista non sembra. Ad esempio, un’esplosione di rabbia, che può apparire un’emozione del tutto negativa, o uno spreco di energie, può essere più sana della sua repressione e, in certi casi, perfino costruttiva: negli animali è strettamente legata alla sopravvivenza, mentre negli uomini gli eccessi di rabbia sono spesso la via per liberarsi di un senso di frustrazione e possono talvolta costituire il punto di partenza per la ricomposizione di un conflitto. Ancora: il disgusto è utile perché ci aiuta a selezionare il cibo, allontanandoci da veleni e sostanze tossiche; e, la paura induce prudenza; e, la tristezza ha una funzione importante nel percorso della cosiddetta elaborazione del lutto; e, l’imbarazzo si collega al giudizio che il prossimo formula su di noi e quindi, se non è eccessivo, può essere una bussola nel nostro modo di rapportarci agli altri, orientandoci verso comportamenti socialmente accettati. In generale possiamo affermare che le emozioni sono impulsi ad agire, cioè piani d’azione di cui la natura ci ha dotato per gestire in tempo reale le emergenze della vita. Quasi tutte le emozioni hanno pertanto un valore adattivo.
Sotto questo punto di vista, la neurofisiologia ha dischiuso nuove e importanti prospettive: oggi sappiamo, infatti, che esiste un vero e proprio cervello emotivo collocato in una sorta di circuito che unisce il talamo all’amigdala e che conduce da uno stimolo proveniente dall’ambiente a una risposta emotiva e comportamentale. Al di là dei tecnicismi, è importante comprendere che ogni nostra decisione e ogni nostro comportamento derivano da uno stimolo sensoriale che, una volta decodificato a livello cerebrale, provoca una reazione emotiva, quindi un’elaborazione cognitiva e, infine, una risposta comportamentale.8

di Emilio Davì

Corso Comunicazione Non Verbale

 

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