Metodi verbali e non verbali di riconoscimento della menzogna

luglio 22nd, 2017 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo

Strano (2003) nel suo libro illustra l’evoluzione degli strumenti di interrogatorio nella storia. In Cina, fino ad un paio di secoli fa, alle persone interrogate veniva fornita una piccola quantità di riso con l’ordine di sistemarlo sotto la lingua. Dopo l’interrogatorio l’imputato doveva sputare  sulla mano: se il riso risultava inumidito dalla saliva, le persone potevano ritenersi fortunate in quanto potevano conservare la testa sopra il proprio collo; se il riso, viceversa, risultava asciutto, il soggetto veniva decapitato.

Alla base di tale tecnica vi era la teoria per cui la bocca rimane asciutta in presenza di fattori stressanti e quindi di presunta colpa.

Durante la Santa Inquisizione venivano utilizzati metodi “forti” come strumenti bollenti, ruote della tortura, immersioni e quant’altro per poter capire informazioni. «Tali metodi erano così violenti e inumani che la maggior parte delle volte i soggetti confessavano appena erano stati informati di essere sotto inquisizione» (Strano 2003, p. 161).

Nei primi anni del secolo scorso si pensava che l’utilizzo di alcuni composti chimici potesse indurre il paziente a delle confessioni durante lo stato di semi-incoscienza provocato da tali sostanze.

Un grande passo in avanti si fece alla fine del XIX sec. Quando il padre della criminologia Cesare Lombroso iniziò gli esperimenti, attraverso l’idrosmigmografo, che rivelava i cambiamenti della pressione del polso e del sangue per verificare la verità delle risposte dei sospetti criminali (a una pressione più accelerata corrispondeva un indizio di colpa).

Metodi della comunicazione non verbale
Facial action coding system (FACS)

Paul Ekman e collaboratori crearono una “macchina della verità” basata sulle contrazioni dei muscoli facciali. «Il FACS (Facial Action Coding System), infatti, analizza i muscoli facciali implicati nell’espressione delle emozioni da affrontare con un archivio di contrazioni muscolari facciali creato dagli stessi autori» (Strano 2003, p. 163).

Gli autori hanno registrato tramite una videocamera più di 5000 diversi abbinamenti di azioni muscolari, evidenziando anche come fosse possibile diversificare i movimenti. Ogni movimento di un muscolo in combinazione con altri è stato identificato in Unità di Azione (Ibidem).

L’” autentico” sorriso, ad esempio, prevede la contrazione dei muscoli gran zigomatici, che fanno sollevare gli angoli della bocca, e dei muscoli orbicolari che fanno restringere le orbite oculari. Se il sorriso non è autentico, invece, si avrebbe una differente contrazione dei muscoli e, quindi, una asimmetria tra la parte sinistra e destra del volto.

Va da sé che  anche il FACS può essere ingannato da un soggetto che si “immedesima” perfettamente nella parte che sta recitando o da fattori culturali, sociali ed emozionali ancora oggi impossibili da valutare automaticamente. (Cannavicci, 2006). Nonostante ciò, Paul Ekman promette che l’applicazione di nuovi microprocessori e software porteranno l’affidabilità del FACS al 99 per cento tra appena cinque anni (Ibidem).

Metodi della comunicazione verbale
Statement validity analysis (SVA)

Ad oggi lo Statement Validity Assessment (SVA) è probabilmente il più popolare strumento utilizzato per valutare la veridicità della testimonianza soprattutto nei casi di reati sessuali (Vrij, 2000).

Valutazioni effettuate tramite SVA sono accettate come prova in qualche tribunale americano e in tribunali di diversi Paesi europei, come la Svezia, la Germania e i Paesi Bassi. Le opinioni sulla scientificità e sull’uso di tale strumento sono contrastanti: Honts (1994) ha sostenuto che la validità è stata definitivamente dimostrata e che dovrebbe essere utilizzata più ampiamente; altri invece sono più scettici (Brigham, 1999; Davies, 2001; Agnello, Sternberg, Esplin, Hershkowitz, Orbach, e Hovav, 1997; Rassin, 1999; Ruby & Brigham, 1997; Wells & Loftus, 1991).

Lo SVA è nato nel 1963 in come metodo per valutare la credibilità delle testimonianze fornite dai bambini in casi di presunti abusi sessuali.

Esso viene eseguito in quattro fasi: un’analisi dei file di caso, condurre un’intervista semi-strutturata, l’analisi dei contenuti basata su criteri (CBCA) dove le dichiarazioni sono controllate su 19 criteri, e la valutazione dell’esito CBCA, dove viene utilizzato un elenco di controllo a 11 punti (Vrij, 2008)

Criteria-based content analysis (CBCA)

La Criteria-based Content Analysis è parte dello Statement Validity Analysis (SVA) ed è una valutazione sistematica della credibilità delle
dichiarazioni scritte (Vrij et al., 2002). Steller e Kohnken (1989) hanno compilato un elenco di 19 criteri utilizzati nella valutazione. La CBCA si basa sull’ipotesi, originariamente affermata da Undeutsch (1967), che una  dichiarazione derivata dalla memoria di un’esperienza reale differisce dal contenuto e dalla qualità da una dichiarazione basata sull’invenzione o la fantasia. Questa è conosciuta come l’ipotesi Undeutsch (Steller, 1989).

La presenza di ogni criterio rafforza l’ipotesi che il conto sia basato su una vera esperienza personale. Kohnken (1989, 1996, 1999) ha presentato un supporto teorico per l’ipotesi Undeustch e ha proposto che entrambi i fattori cognitivi e motivazionali influenzando i punteggi CBCA.

Reality monitoring

Il reality monitoring è uno strumento che non viene utilizzato da chi per professione si occupa di valutare la veridicità delle testimonianze, mentre ha per ora un impiego in ricerche scientifiche. Questo strumento si basa sulla teoria e le ricerche relative alla memoria. L’aspetto centrale del RM sostiene che il ricordo di esperienze realmente vissute differisce qualitativamente da quello di eventi immaginati (Johnson e Raye, 1981).

La memoria di esperienze realmente vissute proviene da processi percettivi ed è probabilmente caratterizzata, tra i vari aspetti,
da informazioni percettive, dettagli relativi a suoni, odori, sapori, tatto o dettagli visivi e da informazioni contestuali: dettagli spaziali (aspetti relativi a dove è accaduto l’evento, e dettagli riguardo a come le persone e gli oggetti relativi all’evento erano posizionati tra loro, per esempio «Lui si trovava in piedi dietro alle mie spalle»), e dettagli temporali (riguardanti l’orario rispetto agli eventi, per esempio, «Come prima cosa ha acceso il videoregistratore e poi la televisione», e dettagli relativi alla durata dell’evento).

Questa tipologia di ricordo di solito è vivida, netta e chiara. Racconti di eventi immaginati scaturiscono da fonti interne e contengono
probabilmente più operazioni cognitive, come pensieri e ragionamenti («Devo aver indossato il mio cappotto, perché quella notte faceva freddo»).

Di solito vaghezza e minore concretezza sono le caratteristiche di questi racconti (Caso e Vrij, 2009).

Tutto ciò potrebbe avere aspetti interessanti per la valutazione della menzogna. Si potrebbe argomentare dicendo che «l’avere vissuto un
evento» rispecchia il dire la verità e che «l’aver immaginato un evento» rifletta il dire una bugia. Ovviamente, non è sempre questo il caso.

Una persona che fornisce come alibi qualcosa che ha realmente vissuto anche se in un momento diverso rispetto all’azione che si sta valutando, ha comunque detto la verità, anche se mente (Gnisci, Caso e Vrij, 2010).

Studiando la differenza qualitativa dei ricordi è anche emerso come i soggetti nel ricordare eventi o immagini che derivano da suggerimenti postevento, dovuti per esempio a domande suggestive, rispetto alle memorie reali, utilizzino un minor numero di parole e meno espressioni di tipo dubbio non menzionando processi cognitivi (Schooler, Garhard e Loftus, 1986).

Scientific content analysis (SCAN)

Lo SCAN (Scientific Content Analysis) è una tecnica di analisi scientifica sviluppata dallo psicologo israeliano Avinoam Sapir. Tale tecnica richiede solo una dichiarazione scritta di ciò che è accaduto. Ogni parola viene esaminata e comparata con apposite griglie interpretative che contengono degli indicatori delle costruzioni linguistiche più frequentemente utilizzate da chi mente (Strano, 2003). Per quanto riguarda i pronomi, ad esempio, è stato verificato che solitamente il pronome “io” è utilizzato da persone che dicono la verità.

Ogni scostamento da questa norma potrebbe indicare che la persona non è implicata totalmente con i fatti descritti nella
dichiarazione e quindi non sta dicendo la verità. Anche il pronome “noi” è molto importante poiché indica la relazione tra persone. Ad esempio, se in casi di violenza, nella dichiarazione scritta la vittima afferma “lui mi ha costretta ad entrare nella sua casa”, secondo lo SCAN tale affermazione risulterebbe veritiera, ma se afferma “siamo entrati in casa sua” ciò si discosta dalla norma e dovrebbe indurre sospetti.

Secondo tale metodo, in una dichiarazione veritiera, il tempo è il passato prossimo poiché la vittima correla gli eventi. Altre indicazioni di menzogna, secondo lo SCAN, possono essere l’utilizzo di informazioni estranee non rilevanti e la mancanza di convinzione; inoltre,
la dichiarazione dovrebbe essere bilanciata: la prima parte dovrebbe descrivere ciò che accade prima dell’evento, la seconda, l’evento in sé e la terza ciò che è accaduto dopo (Ibidem).

Articolo di Rossella Cataleta

Corso in Tecniche di Riconoscimento della Menzogna

 

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