Modelli Operativi Interni: definizione e riassunto

agosto 4th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Psicologia della Famiglia | Psicologia dello Sviluppo

Il costrutto di Modelli Operativi Interni (Internal Working Models) permette di comprendere i processi attraverso cui gli schemi relazionali di attaccamento vengono interiorizzati e mentalizzati dal bambino.

Il termine modello fa riferimento alla regolarità nella rappresentazione dell’esperienza a partire da regole che determinano le inferenze possibili nella decodifica e interpretazione degli eventi; il termine operativo sottolinea il legame tra conoscenza e azione; il termine interno si riferisce all’aspetto d’interiorizzazione dei modelli fondati sulle prime esperienze di attaccamento, che influenzano la costruzione del sé e le successive relazioni di attaccamento.

Dal punto di vista clinico-teorico, il costrutto di modelli operativi interni formulato da Bowlby nel 1969, rappresenta un’importante rielaborazione del concetto freudiano di “coazione a ripetere” (Freud, 1920), in cui Freud afferma che gli adulti ripresentano nei loro rapporti interpersonali, le esperienze di relazione della prima infanzia.

Ciò implica l’esistenza negli individui, della capacità di interiorizzare modelli di relazione.

La spiegazione offerta da Bowlby è la seguente: la ripetizione delle relazioni si verifica perché l’esperienza interna ed il comportamento nelle relazioni sono strutturati secondo modelli operativi interni o modelli rappresentazionali del Sé, della figura di attaccamento e, per estensione, degli altri.

In particolare l’autore ipotizza che gli esseri umani possiedano, all’interno della loro mente, due diversi tipi di modelli del mondo circostante che consentono loro predizioni corrette e manipolazioni adeguate sull’ambiente:

  • un modello “ambientale”, che informa sulle cose e sugli aspetti del mondo circostante;
  • un modello “organismico”, che riguarda l’individuo nei suoi rapporti con gli altri e con l’

 

In entrambi i casi, quello che l’individuo sviluppa ed interiorizza è una mappa di come vede e percepisce sé stesso, gli altri e le sue relazioni.

Secondo Bowlby, “Ogni individuo costruisce modelli operativi del mondo e di se stesso in esso, con l’aiuto dei quali percepisce gli avvenimenti, prevede il futuro e costruisce i suoi programmi. Nel modello operativo del mondo che ognuno si costruisce, una caratteristica chiave è la nozione che abbiamo di chi siano le figure di attaccamento, di dove possano essere trovate e di come ci si può aspettare che rispondano. Similmente, nel modello operativo di se stessi che ognuno di noi si costruisce, una caratteristica chiave è la nostra nozione di quanto accettabili o inaccettabili noi siamo agli occhi delle nostre figure di attaccamento” (Bowlby, 1973).

Fin dai primi mesi di vita, il bambino impara a riconoscere delle invarianti all’interno delle sue interazioni con le persone che si prendono cura di lui, in modo tale da apprendere fin da subito, un certo numero di strategie riguardanti la relazione, comprendendo quei patterns di azione che vanno a costituire il suo modello operativo interno, con lo scopo iniziale di rimanere in prossimità delle rispettive figure d’accudimento.

I MOI dell’individuo sono caratterizzati da una forte dimensione temporale, in quanto utilizzano la conoscenza e considerazione del passato per interpretare le circostanze presenti e fare previsioni sul futuro. In effetti, permettono un’efficace selezione dei molteplici input provenienti dagli organi di senso, influenzando il processo di percezione, ed attribuiscono significati coerenti con il sistema di significati presenti in memoria.

A proposito degli stili di attaccamento e la loro interiorizzazione, gli individui con attaccamento sicuro si aspettano che la figura d’attaccamento sia sensibile e disponibile alle loro richieste di aiuto; questo permetterà di sviluppare un’immagine di sé come “degno d’amore”, di acquisire una buona sicurezza personale e quindi anche di tollerare quelle che possono essere separazioni temporanee, affrontando ogni difficoltà. Al contrario, gli individui evitanti si formeranno un modello mentale della persona che li accudisce e degli altri come assenti, rifiutanti e ostili.

Di conseguenza svilupperanno un’immagine di sé come “persone non degne di essere amate”, le quali probabilmente attiveranno meccanismi difensivi di negazione del loro bisogno di cura e di affetto. Le persone con uno stile di attaccamento di tipo ambivalente invece, si formeranno un modello mentale della figura di attaccamento e dunque anche della realtà esterna, come imprevedibile, inaffidabile e perfino pericolosa, sentendosi costantemente vulnerabili e bisognosi di aiuto. Gli individui disorganizzati infine, svilupperanno modelli del sé e degli altri multipli e incoerenti, tenderanno a rappresentarsi la realtà esterna come catastrofica e a vedere se stessi come persone continuamente minacciate e allo stesso tempo, impotenti.

Che non si tratti solo di schemi cognitivi dunque, lo dimostra il fatto che in essi sono continuamente attivi gli affetti, le fantasie e le difese, consce ed inconsce che siano.

Possiamo dunque affermare che i modelli operativi interni di ogni individuo sono responsabili dell’effettiva formazione della propria personalità, in quanto fanno in modo che l’individuo passi da una gestione diadica delle emozioni e delle strategie comportamentali ad un’autonoma ed autosufficiente.

Articolo di Sharon Invigorito

 

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