Non curare le emozioni fa male alla salute

agosto 6th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Neuroscienze | Psicologia Clinica

Articolo di Giovanna Paoletti

Il ruolo e i meccanismi di funzionamento delle emozioni, hanno rappresentato, da sempre, un campo di indagine da parte di filosofi e scienziati, senza giungere, di fatto, ad una definizione e ad una comprensione unanimamente condivisa. Come affermato da Fehr e Russel:

“ognuno sa cos’è un’emozione finchè gli si chiede di definirla” (1984).

Una voce particolarmente importante che si distaccò dalla corrente più accreditata in merito alla ricerca sullo stress e che, come spesso succede, fu boicottato dall’establishement accademico, fu Henri Laborit, un biologo francese che negli anni settanta scoprì che i disordini somatici causati da aggressioni psicosociali sono provocati da uno stato particolare che lui denominò di “inibizione dell’azione”. In seguito scoprì anche che l’inibizione dell’azione persistente provocava disturbi a carico della memoria.

La novità, la scoperta di Laborit è che, “quando non potete farvi piacere, nè fuggire, nè lottare, vi inibite”. Il significato biologico dell’inibizione è: meglio non agire, per non essere distrutti dall’aggressione.

Ciò va bene se serve a salvare al momento la vostra pelle, la vostra struttura, ma se non siete in grado di sottrarvi molto rapidamente, da questo stato di inibizione, di attesa in tensione, allora in quel momento comincia tutta la patologia”. (Laborit, 1990).

Secondo Laborit questa inibizione d’azione si accompagna alla liberazione di ormoni, come i glucocorticoidi, e, neuro-ormoni come la noradrenalina che tendono ad indebolire fino a distruggere il sistema immunitario. Ciò genera vulnerabilità alle infezioni e ai tumori.

“Non si fa un cancro per caso”, sostiene Laborit e la lista delle malattie dell’adattamento è lunga.

La sindrome dell’inibizione dell’azione, che si istaura allorchè l’aggressione psicosociale si protrae nel tempo e non è risolvibile con la lotta, nè con la fuga, ha un aspetto chimico, un aspetto neurofisiologico ed un aspetto comportamentale.

Per Laborit, la salute non è soltanto il mantenimento dell’omeostasi ristretta dell’equilibrio interno, ma significa mantenere il proprio equilibrio in relazione all’ambiente esterno, con il quale dobbiamo negoziare in continuazione le condizioni per il nostro equilibrio. Quando ciò non è possibile, la risposta naturale è la lotta o la fuga per eliminare ciò che ci impedisce di essere in equilibrio. Ma se le condizioni ambientali non ci consentono di gratificarci, nè di lottare, nè tanto meno di fuggire, l’ambiente ci modifica al di la delle possibilità di difesa. In questo caso, si dice che “subiamo l’ambiente”, in altre parole ne riceviamo un aggressione, e allora il rapporto con l’ambiente ci disorganizza. Per Laborit, quindi, è nell’aggressione, intesa in questi termini, che tutte le dis-regolazioni e le patologie hanno inizio.

Ma se la Medicina Psicosomatica, che si pone come la disciplina che, per eccellenza, tenta di superare il dualismo mente-corpo, al di là delle presunte apparenze, è scivolata nuovamente nel riduzionismo meccanicistico dei secoli antichi, un’altra recente disciplina, la psico-oncologia, che presume anch’essa un’attitudine olistica nei confronti del paziente, è scivolata ancora più in basso. In uno dei testi più accreditati della letteratura italiana, il “ Manuale pratico di psico-oncologia”, addirittura l’ex Ministro della salute, Prof. Girolamo Sirchia, afferma nelle prime righe di presentazione: “La psico-oncologia costituisce, in ambito sanitario, un riferimento per tutti coloro – oncologi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti – che, nel trattamento della malattia neoplastica, hanno una visione olistica del malato, tesa a tutelare e a favorire una migliore qualità di vita del paziente considerandolo nella sua complessità, vista la inscindibilità della componente biologica da quella emozionale degli esseri umani” (Grassi, Biondi; Costantini, 2003, pag.IX). Peccato che, nelle fitte pagine del testo non c’è una riga in cui si accenni alla possibilità anche remota, che le EMOZIONI abbiano una qualche determinante nella genesi del cancro! In tutto il manuale pratico di psico-oncologia le emozioni sono considerate solo in quanto “vissuto di malattia”, cioè la reazione emotiva del paziente alla malattia tumorale!

Se per la medicina Psicosomatica l’emozione altera i fattori che predispongono e favoriscono l’impianto della malattia, con la Psico-oncologia arrivano addirittura a considerare l’emozione solamente in termini di reazione e adattamento alla malattia: non soltanto si ritorna al riduzionismo meccanicistico, ma non si considera neanche lontanamente l’idea che le emozioni possano avere una qualche valenza in termini etiologici. Implicitamente siamo tornati alla completa negazione che il VISSUTO e le EMOZIONI abbiano una ruolo significativo nella genesi delle malattie.

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