Quando l’abuso infantile diventa traumatico

settembre 26th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Criminologia | Psicologia dello Sviluppo

Articolo di Arianna Leone

L’abuso infantile non è un fenomeno che si venuto a sviluppare recentemente, ma, nonostante ciò, solo negli ultimi anni è divenuto un tema scottante di attualità e la sua definizione risulta molto variabile tra l’opinione pubblica; questo anche se, oggigiorno, il mondo adulto occidentale sia notevolmente progredito e non tratti più il bambino come una proprietà su cui poter praticare poteri di vita o di morte.

Spesso però, in realtà, l’esistenza di questo grave problema non viene ammessa o esso viene attribuito solo alle classi sociali svantaggiate o alle persone affette da patologie gravi.

Si è naturalmente portati a pensare che la violenza infantile non ci riguardi o che, comunque, il progresso culturale raggiunto ci protegga da essa. Ma, in sostanza, anche dietro delle parvenze di normalità, questi atti ripugnanti continuano ad essere consumati.

Il pediatra americano Henry Kempe, fu uno dei primi studiosi a trattare la tematica degli abusi e dei maltrattamenti psicologici infantili. Nel 1962, egli, Silvermann ed i suoi collaboratori presentarono l’articolo <<Il bambino battuto>>, in cui, per la prima volta nella storia, si cercavano di delineare gli elementi utili per un’accurata diagnosi del bambino abusato.[1]

In seguito, lo stesso Kempe, durante il V Congresso Internazionale sull’Infanzia maltrattata e abbandonata, tenutosi a Montreal nel 1984, definì in maniera più completa l’abuso come: <<ogni atto omissivo o  autoritario che metta in pericolo o danneggia la salute o lo sviluppo emotivo di un bambino, comprendendovi anche la violenza fisica e le punizioni corporali irragionevolmente severe, gli atti sessuali, lo sfruttamento in ambito lavorativo e la mancanza di rispetto dell’emotività del fanciullo>>.[2]

Oltre quella del pediatra, ci sono una miriade di diverse definizioni riguardanti il maltrattamento infantile: l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ad esempio, nel 1999 ha definito l’abuso come un fenomeno caratterizzato e comprendente tutte le forme di maltrattamento fisico ed emotivo, di abuso sessuale e di trattamento negligente e commerciale, che raffigurano un potenziale o attuale danno per la salute del bambino, per la sua sopravvivenza, per il suo sviluppo e per la sua dignità; lo psichiatra Montecchi, invece, predilige le indicazioni del Consiglio d’Europa e definisce l’abuso: <<gli atti e le carenze che turbano gravemente il bambino, attentano alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono la trascuratezza e/o le lesioni di ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un familiare o di altri che hanno cura del bambino>>.[3]

Al giorno d’oggi, negli studi dedicati al maltrattamento e all’abuso infantile, si utilizza un termine coniato da Felitti, <<Esperienze sfavorevoli infantili>>, che includono sia l’abuso subito in forma diretta, che in forma indiretta come l’abuso di alcool o di sostanze da parte dei genitori, le malattie psichiatriche e la violenza assistita, ovvero il coinvolgimento e la partecipazione del bambino in azioni violente compiute sulle figure di riferimento affettivamente significative.[4]

Montecchi, accanto alle ben purtroppo note violenze fisiche e sessuali, va a considerare le <<violenze invisibili>>, cioè i maltrattamenti psicologici e la patologia delle cure, che risultano meno manifeste e difficilmente riconoscibili, ma hanno effetti altrettanto distruttivi sia sul piano affettivo che emotivo[5].

Egli poi, sottolinea che, in caso di abuso, il bambino debba sopportare forti livelli di:

  • Angoscia: dovuta alla ripetizione dei maltrattamenti;
  • Depressione: dovuta all’assenza dell’affetto di cui ha bisogno;
  • Senso di colpa primario: perché non viene trattato in maniera giusta e, non comprendendo i motivi per cui viene maltrattato, dà la colpa a sé stesso, considerandosi cattivo;
  • Senso di colpa secondario: perché prova sentimenti di rabbia e di odio, ma non potrà manifestarli ai genitori;
  • Vergogna: per la sensazione di non avere dei genitori adeguati.[6]

Dato che il bambino non può manifestare le emozioni che ha provato subendo l’abuso, né agli adulti né a sé stesso, dovrà usare dei meccanismi di difesa per proteggersi da questi sentimenti e per preservare il rapporto con i genitori; questi meccanismi sono:

  • la negazione;
  • la rimozione;
  • l’idealizzazione;
  • la scissione;
  • l’identificazione proiettiva.

Uno dei meccanismi più utilizzati dai bambini che hanno sperimentato abusi è l’identificazione con l’aggressore. Per liberarsi dall’angoscia dovuta al comportamento del genitore, il bambino assorbe l’immagine di quest’ultimo, diventando come lui. Ma, il minore, prima di diventare un potenziale abusante, ridestando le condotte che suo malgrado ha dovuto imparare, riproporrà durante l’età evolutiva, ed anche in seguito, le modalità di rapporto maltrattanti nelle sue relazioni orizzontali.[7]

[1] C. H. Kempe, F. N. Silverman, B. F. Steel, W. Droegemueller, H. K. Silver, The battered-child syndrome, Journal of the American medical Association, 1962

[2] C.H. Kempe, V Congresso Internazionale sull’Infanzia maltrattata e abbandonata, Montreal, 1984

[3] F.Montecchi, Gli abusi all’infanzia, NIS, Roma, 1994

[4] V: J. Felitti, R.F. Anda, D. Nordenberg, D.F. Williamson, A,M, Spitz, V. Edwards, M.P. Koss, J. S. Marks, Relationship of childhood abuse and household dysfunction to many of the leading causes of death in adults, in K. Franey, R. Geffner, R. Falconer, The cost of child maltreatment: who pays? We all do, San Diego, 2001

[5] F. Montecchi, Prevenzione, rilevamento e trattamento dell’abuso dell’infanzia, Borla, Roma, 1991:

[6] F. Montecchi, Gli abusi all’infanzia, NIS, Roma, 1994

[7] www.onap-profiling.org

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