Analisi Psicologica del Mostro di Foligno: pedofilo e killer di due bambini

settembre 29th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Criminologia

Luigi Chiatti – Il Mostro di Foligno

Articolo di Arianna Leone

Luigi Chiatti, chiamato anche il mostro di Foligno rappresenta il tipico esempio di pedofilo, killer di due bambini.

Egli trascorre i primi anni di vita in un orfanotrofio e mantiene una conflittualità di fondo con i genitori di adozione. Si tratta di un bambino molto instabile, introverso, che quando entra in difficoltà tende a nascondersi , a fare rumore con i piedi e ad urlare. Soffre di enuresi notturna anche all’età di 10 anni, età in cui i genitori di adozione decidono di cercare una soluzione di questo problema.

Luigi Chiatti è caratterizzato da una grande solitudine e da una scarsissima competenza sociale e sceglie di interagire con dei bambini perché una conversazione con un adulto sarebbe troppo complessa per lui. Dichiara:

“è da molto tempo ce non ho amici stabili e vivo prevalentemente in solitudine, non esco la sera, non ho ragazze, non vado a ballare, mi limito a guardare film in tv e talvolta a uscire da Foligno in automobile […] si era radicata in me la difficoltà di entrare in contatto con gli altri e trovare amici. Vivevo ormai da un pezzo da solo e questa solitudine aveva fatto crescere dentro, oltre alla necessità di una compagnia, anche il bisogno di un contatto fisico che a quella si unisse. Era qualcosa che mi montava dentro come una fame man mano che perdurava la mia solitudine. In questa fase avevo pensato ad un qualche modo inconsueto, poco ortodosso, di trovare compagnia e mi ero dato alla ricerca di bambini con i quali potere stare. Con loro avevo un ottimo rapporto, riuscivo a riscuotere la loro fiducia e ad essere coinvolto nei loro giochi”.

Nel descrivere le sue azioni omicidiarie, Chiatti usa un comportamento giustificatorio, affermando di non volere ammazzare, ma di essere stato portato a farlo. Questo tipo di processo entra spesso in gioco nei pedofili, i quali pensano di essere sullo stesso fronte del bambino. Operano tutta una serie di meccanismi di difesa come la scissione, la proiezione e la razionalizzazione. In questo modo riescono a spostare la il loro carico sulla società. È importante notare come il periodo che Chiatti vive prima del primo omicidio è tipico di molti modelli di spiegazione del comportamento del serial killer (ad es., il modello ciclico di Joel Norris). Chiatti vive un vero e proprio periodo di raffreddamento di isolamento sociale, di distacco.

Nel seguente passo si può studiare quale sia la freddezza e la lucidità dell’offender, allo stesso tempo sono presenti notevoli aspetti di razionalizzazione: “Ad un certo punto mi è venuta voglia di rinnovare la ricerca dei bambini. Ho sistemato casa, mi sono riordinato e sono uscito con la mia Y 10 amaranto […] ho notato un bambino, scalzo, che se ne stava sotto un albero di noci al quale era appoggiata una piccola bicicletta […]. Ho spento il motore, sono sceso e mi sono fermato accanto all’automobile a guardarlo, scrutando introno se qualcuno potesse vedere. [..] Non mi sono avvicinato al bambino, l imitandomi a chiedergli se la strada proseguisse dove portasse. Lui mi ha risposto e allora gli ho chiesto, con calma e senza insistere troppo, di avvicinarsi. Dopo aver esitato un po’, mi è venuto vicino e allora l’ho invitato a sedersi al posto di guida. [… il bambino ha aderito ai miei inviti spontaneamente. Mi ha chiesto dove lo stessi portando e io gli ho risposto che saremmo andati lì vicino […] l’ho accompagnato in camera mia, tenendolo per mano. Arrivati nella stanza, che si trova al primo piano ho chiuso la parta, ma non a chiave. A questo punto Simone ha cominciato a dirmi di portarlo a casa […] io ero incerto sul da farsi. Volevo solo essergli amico […]. Io l’ho invitato a togliersi i vestiti. Senza opporre resistenza, Simone si è tolto la maglietta e i pantaloni restando con le mutandine. L’ho fatto sedere sulla sponde del letto […] e l’ho invitato a togliersi anche quelle. L’ho aiutato senza usare alcun tipo di violenza. Io ero vestito. A quel punto quella fame di contatto fisico di cui ho parlato prima è cresciuta in me, tanto da non poterla dominare.”

Ciò che segna in questo racconto è la forte lucidità mentale di Chiatti, si tratta di un meccanismo di seduzione in quanto si nota quanto spesso faccia riferimento al nessuno uso della violenza. È evidente il contrasto tra la lucidità del racconto e la totale perdita del controllo nel finale. È possibile dunque notare un grande meccanismo di scissione, tanto è vero che dichiara che il “bambino lo abbia seguito spontaneamente”, che lui voleva solo essergli “amico”, ma la storia finisce con un omicidio. Inoltre, fa nuovamente riferimento al periodo di raffreddamento, centrale nella spiegazione dell’omicida seriale.

Coi bambini avevo un ottimo rapporto, riuscivo ad avere la loro fiducia e ad essere coinvolto nei loro giochi. Mi ero dato allora alla ricerca fisica dei bambini… Percorrevo in macchina le vie nei dintorni di Foligno, poiché in tutta la città è difficile trovare bambini soli”.

Nel caso di Chiatti troviamo anche un notevole passaggio relativo all’ideazione e allo sviluppo dell’omicidio:

“Già prima dell’omicidio di Simone avevo maturato l’idea di scappare di casa e di rapire due bambini molto piccoli, un anno o

poco  più. Li avrei tenuti con me per la durata di sette anni. A questo scopo, alla fine dell’estate del ’92, forse anche un po’ prima, avevo cominciato a fare provviste di abiti per bambini dai

tre ai sette anni (i vestiti della taglia da tre anni vanno bene anche ai bambini di due anni, e per quelli di un anno avrei provveduto poco prima di passare all’azione).

Ogni tanto compravo capi di vestiario preferibilmente non a Foligno, e preferibilmente ai grandi magazzini dove i commessi non potevano notarmi e ricordarsi in seguito di me. Avevo anche compilato un elenco di vestiti che mi sarebbero serviti e l’avevo inserito in un dischetto, quello con la scritta Segreti in rosso sulla faccia di plastica… Avevo analizzato anche i problemi del nascondiglio e dell’alimentazione. Per il posto cercavo sulla carta geografica quelli piú lontani dalle grandi strade e dalle ferrovie. E avevo pensato che avrei comprato una congrua quantità di scatolame, approvvigionandomi una volta all’anno scendendo in città. Non avevo intenzione di isolarmi completamente, e anzi volevo di tanto in tanto portare i bambini che avrei rapito a fare qualche gita, insegnare loro qualcosa e comunque in qualche modo civilizzarli”.

“A quel punto, la fame di contatto fisico è tornata in me. L’ultima cosa che avrei voluto era di farlo piangere o soffrire, invece Simone piangeva e invocava la mamma. Mi preoccupavo che i vicini sentissero e così ho avuto l’impulso di fermarlo e non so perché l’ho fatto mettendogli una mano sulla gola, comprimendola in modo da farlo respirare ancora, ma da impedirgli di piangere. Ho cominciato a riflettere… avevo fatto del male ad un bambino, l’avevo sequestrato e questo era un reato grave, ho pensato allora di tenerlo lì, magari legandolo, ma non era possibile perché avrebbe urlato e avrebbe continuato a soffrire, cosa che assolutamente non volevo. E poi di lì a poco sarebbero tornati i miei genitori… Mi è parso che l’unica strada fosse ucciderlo e ritenevo seriamente che quella fosse la miglior soluzione anche per lui”.

Mi sono voltato, ruotando verso la mia destra e afferrando sul mobile una specie di forchettone infilato in un fodero di legno. Mi sono rivoltato mentre lui mi dava ancora le spalle, gli ho messo la mano sinistra sulla bocca e, con la destra, l’ho colpito da dietro, sul collo.

Ho sentito che al primo colpo uno dei due denti del forchettone si

è piegato proprio a 90 gradi, sicché l’altro dente non è riuscito a penetrare in modo proporzionale alle mie aspettative e alla forza che avevo impiegato. Lorenzo ha cacciato un urlo lungo e acuto, si è buttato a terra e ha cominciato a lottare, mentre io continuavo a tenergli la mano sinistra sulla bocca… cercavo di colpirlo ancora, in quel momento il mio bersaglio era il collo perché mi sembrava il punto píú vitale. Non mi era facile perché Lorenzo si dibatteva e si difendeva, parando le braccia. Malgrado questo, sono riuscito a colpirlo. Dopo questo secondo colpo, in un momento in cui non aveva la mia mano sulla bocca, calmo e senza urlare, mi ha detto: Luigi, perché mi vuoi ammazzare?

Quella frase ha avuto il potere di fermarmi per un momento, poi è

prevalsa la considerazione che non potevo tornare indietro. Sono

andato in cucina e ho preso un coltello per gli affettati. Mi sono abbassato ancora su Lorenzo e l’ho colpito proprio al centro del collo.

Diverso è invece il resoconto del secondo omicidio, dove emerge un sentimento di odio rivolto verso tutti, uno scarico tensionale delle umiliazioni e le frustrazioni subite negli anni.

“Dopo un paio di mani di briscola, tutte e due vinte da lui che era più bravo di me, ho proposto di fare un altro gioco consistente nell’indovinare tra due arte la posizione di una carta nota. […] abbiamo giocato al pria e lui non ha indovinato la posizione della carta. Abbiamo giocato la seconda e lui ha indovinato per poi voltarmi nuovamente le spalle e consentirmi di riprendere il gioco. In quel momento mi è scattato come un sentimento d’invidia che altre volte avevo provato, perché sentivo Lorenzo in qualche modo simile a me, ma al tempo stesso migliore e più fortunato. Era un po’ timido, ma lui gli amici li aveva a comunque mi pareva che se la cavasse meglio. Ma non è stata solo l’invidia per Lorenzo a passarmi per la testa: c’era anche un odio generico, noni indirizzato verso di lui, ma verso di tutti, dai quali subivo senza mai reagire. Non ho mai trovato aiuto da nessuno, spesso mi prendevano in giro e non ho mai reagito, nemmeno con una parolaccia; tutti, o quasi, s’approfittavano del fatto che ero un tipo tranquillo e che sicuramente non avrei mai replicato. Io non ho mai risposto alle piccole angherie degli amici, non ho lottato con nessuno. Quella mattina poteva esserci chiunque di fronte a me, e sarebbe successo lo stesso. Sotto l’effetto di quel sentimento, in tempo assolutamente millesimale, ho maturato la decisione di colpirlo” [1].

[1] V. Sinapi, (a cura di), Io, il mostro di Foligno, Perugia, I libri del settimanale dell’Umbria, 1993

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