Perché il mito della mascolinità può condurti in errore

ottobre 18th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Sociale

In questo capitolo verrà affrontato il tema della costruzione della mascolinità. Partendo da una breve definizione di mascolinità e dalla distinzione tra sesso e genere, verrà analizzato il processo di costruzione dell’identità di genere maschie, tenendo conto dell’impatto di variabili culturali e sociali. Si discuterà infine delle dinamiche di potere che regolano sia i rapporti tra uomini (mascolinità egemone vs mascolinità subordinate) sia i rapporti tra uomini e donne e del costo, descritto in termini di distanza emotiva tra uomini e donne e di soppressione di emozioni e bisogni, richiesto per mantenere status e privilegi ad esso connessi.

La costruzione della mascolinità e la mascolinità egemone

Con il termine mascolinità intendiamo “il complesso delle caratteristiche (aspetto fisico esterno, psicologia, atteggiamento e comportamento, gusti, ecc.) che sono proprie dell’uomo in quanto si differenzia dalla donna, o che a lui tradizionalmente si attribuiscono” (http://www.treccani.it/vocabolario/mascolinita/). Quando bambini e bambine vengono al mondo, il sesso biologico diviene una delle prime determinanti della loro identità, delineando delle caratteristiche caratteriali, considerate del tutto naturali, ascrivibili ai due sessi: dai maschi ci si attende che siano irrequieti, forti e aggressivi; dalle bambine ci si aspetta che siano fragili, pacate ed emotive (Beltramini, 2011).
Molte teorie derivate dall’approccio biologico e più recentemente dalla psicologia evoluzionistica, naturalizzano comportamenti come la violenza, l’aggressività, la competizione e la territorialità, giustificando in questo modo, su base biologica, la dominazione degli uomini sulle donne e l’inevitabilità del patriarcato. È necessario perciò ribadire che il genere “è una pratica sociale attiva, un processo complesso e dinamico che né esprime né ignora i pattern biologici naturali”. Anzi, come proposero, alla fine degli anni ’80, West e Zimmerman (1987), la categoria di genere è un qualcosa che si costruisce e si struttura interamente nelle interazioni sociali, quotidianamente, senza contrapporsi al sesso biologico, e senza strutturarsi a partire da esso.

Infatti, recenti studi (Hyde 2005, 2007) hanno dimostrato che “le differenze tra uomini e donne su specifici tratti psicologici impallidiscono fino a scomparire di fronte alla variabilità delle differenze individuali all’interno di ciascuna categoria di genere”: ciò significa che è più probabile rilevare differenze tra una donna e un’altra donna, piuttosto che tra il gruppo “donne” e il gruppo “uomini” nel suo insieme.
Il nostro sesso biologico (differenze assolute tra maschi e femmine), non prescrive quindi una personalità statica e preimpostata.

Tuttavia, la convinzione che uomini e donne siano sostanzialmente diversi (come a giustificazione della loro naturale complementarietà), è radicata e condivisa; in base a queste supposte diversità, vi è la tendenza a supportare l’idea della difficoltà di comunicazione e comprensione tra i due gruppi (Volpato, 2013).
Invece, la distinzione che esiste tra sesso e genere suggerisce che ci siano delle caratteristiche all’interno del nostro potenziale come femmina o maschio che sono consciamente o inconsciamente espresse, represse e infine canalizzate nel processo di produzione di uomini e donne. Questo è il processo di costruzione della mascolinità e della femminilità (Kaufman, 1999).

Nello specifico, per quanto riguarda la costruzione dell’identità di genere maschile è importante sottolineare che essa è un processo che non si esaurisce nel raggiungimento della maturità biologica, al contrario, è un processo che dura nell’arco di tutta la vita: gli uomini non sono mai tali “una volta per tutte” ma devono continuamente provarlo. Il dimostrare di essere uomo e, di conseguenza, il dimostrare alla società di possedere determinate qualità considerate come indicatori di mascolinità, è un qualcosa che ridefinisce l’uomo, i suoi comportamenti e le sue attitudini (Beltramini, 2011).

Ci sono perciò delle “pratiche”, dei discorsi che si vengono a creare tra adolescenti e giovani uomini, che contribuiscono a creare quello che diverrà il loro futuro comportamento nelle relazioni con il genere femminile, nelle loro interazioni sociali e sessuali (Flood, 2002).

Tra queste pratiche, si rileva in primis la necessità di mettere alla prova sé stessi e i propri limiti: la competitività diviene un elemento centrale all’interno del processo di costruzione della mascolinità e un mezzo, grazie al quale è possibile guadagnarsi una sorta di prestigio all’interno del proprio ingroup.

Un altro pilastro fondante di questo processo, è sicuramente il rifiuto dell’omosessualità. Come vedremo successivamente, una delle condizioni principali che garantiscono all’uomo di non rimanere escluso dal gruppo della mascolinità egemone, è il rifiuto dell’omosessualità; di conseguenza, il dimostrare attraverso i propri comportamenti la propria eterosessualità, diviene una costante che influenza l’intera esperienza di crescita dei ragazzi. Passando dalla sfera individuale a quella di relazione, è importante che il ragazzo dimostri una totale adesione a quello che potremmo definire il “modello virile”, che prevede necessariamente di avere rapporti sessuali il prima possibile e con più donne possibili, rapporti dei quali ci si possa in seguito vantare, raccontando l’episodio tralasciando (ovviamente) emozioni, sentimenti ed eventuali difficoltà (Flood, 2002).

Come era già possibile intuire precedentemente, il processo di costruzione della mascolinità, non implica solamente l’apprendimento dell’esercizio del potere da parte degli uomini nei confronti delle donne, ma anche la manifestazione di tale potere su differenti gruppi di uomini, su “differenti mascolinità”: esso non è una qualità innata dell’individuo ma il frutto di una serie di meccanismi di controllo e dominazione interni al gruppo maschile.
Con il termine mascolinità egemone intendiamo il “modo dominante” di essere uomo, la modalità più auspicabile in riferimento ai canoni imposti da una data società e cultura (Connel, 1996).

Come accennato in precedenza, nella società occidentale, la mascolinità egemone viene definita attraverso una dichiarata (e dimostrata) eterosessualità, l’avversione per tutto ciò che è ricollegabile al sesso femminile e alla femminilità e un rifiuto deciso nei confronti dell’omosessualità e del “finto maschio”.
Nonostante non tutti gli uomini rispondano a questi canoni, essi comunque contribuiscono a determinare un sistema normativo condiviso e imposto a tutto il genere maschile: di conseguenza, in base a questo, si costruiscono delle gerarchie per cui i possessori delle qualità egemoniche dominano su chi non possiede tali “marcatori” (Beltramini, 2011).

Tutti coloro che non rientrano nella categoria “mascolinità egemone” possono solo aspirare a sviluppare in futuro tali caratteristiche oppure prendere coscienza della propria e definitiva esclusione dal gruppo della mascolinità dominante (Connel, 1996).

L’equazione del potere con la dominazione e il controllo è una modalità emersa nel corso della storia nelle società, dove varie gerarchie sono centrali nel modo in cui abbiamo organizzato le nostre vite – una classe sociale ha il controllo economico e politico su un’altra, gli adulti hanno il controllo sui bambini, gli uomini hanno il controllo sulle donne e così via- (Kaufman, 1999). L’uomo impara ad esercitare potere in questo modo, perché questo gli conferisce privilegi e vantaggi e perché è un modo per sentirsi capace e forte. “La sorgente di questo potere è nella società, ma gli uomini imparano ad esercitarlo per conto loro” (Kaufman, 1999, pag. 63).

 

La precarietà della mascolinità: lo scotto da pagare

La mascolinità viene descritta, in molti lavori, come precaria, ossia come un qualcosa di non risolto, non come un inevitabile stato d’essere ma piuttosto come una performance, qualcosa che va costruito e mantenuto nel tempo, o una maschera che gli uomini spesso indossano per proteggere la propria vulnerabilità.
La mascolinità precaria rappresenta un modello deficitario a cui gli uomini non hanno ancora imparato a far fronte in quanto veicola con sé il concetto di debolezza, concetto che la società moderna chiede agli uomini di nascondere (Heesacker e Snowden, 2013).

Come già detto in precedenza, molto di ciò che associamo al concetto di mascolinità (intesa quella egemone) è legato alla capacità degli uomini di esercitare potere, sia sulle donne sia sulle mascolinità subordinate. Tuttavia non possiamo ignorare il fatto che il potere degli uomini sul mondo ha un prezzo, uno scotto da pagare. Nonostante il processo di acquisizione della mascolinità egemone porti con sé evidenti vantaggi e privilegi, esso implica necessariamente la soppressione di emozioni, bisogni e possibilità: i quali vengono soppressi principalmente perché associati al concetto di femminilità.
Come evidenziato nel corso di 5 studi condotti nel 2013 da Bosson e collaboratori, gli uomini dimostrano, se confrontati con le donne, maggiori livelli di dicotomizzazione di genere, cioè la tendenza a distanziare i tratti riferibili al genere maschile dai tratti ritenuti femminili (e quindi a sovrastimarne le differenze). Gli autori, sospettando che questo comportamento fosse motivato, almeno in parte, dalla necessità di escludere i tratti femminili dalla loro identità di gruppo, sono riusciti infine a dimostrare che effettivamente gli uomini attuavano una dicotomizzazione di genere più forte nei momenti in cui veniva elicitata la precarietà del loro status, mostrando una maggior motivazione a “riparare” la mascolinità del loro gruppo, separando nettamente ciò che consideravano “maschile” da ciò che è “femminile”.

Nonostante questo meccanismo e nonostante la volontà di attuare questa forte distinzione tra uomo e donna, i bisogni e le possibilità inespressi non possono semplicemente svanire: rimangono piuttosto, celati.
D’altro canto, lo sperimentare il desiderio per un qualcosa che non è prescritto dal concetto di mascolinità, diviene per l’uomo fonte di grande dolore e paura, e più sente paura, più è forte la necessità di esercitare il controllo per affermarsi come uomo: infatti, come in un circolo vizioso “il dolore ispira la paura di non essere uomo, il che significa, in una società che confonde il genere con il sesso biologico, non essere un maschio”. (Kaufman, 1999).

Riassumendo, possiamo affermare che la condizione dell’uomo che persegue la mascolinità egemone è connotata da una forte alienazione, alienazione che si esplicita nel non riconoscimento delle proprie emozioni e dei propri reali bisogni, nella distanza da tutto ciò che è riconducibile al genere femminile e nella “distanza emotiva” dagli altri uomini. Questo isolamento implica però che ogni uomo rischia di rimanere sordo al suo dialogo interiore che gli esprime dubbi sul concetto di mascolinità e aumenta la possibilità che gli uomini finiscano per colludere sempre di più con la struttura patriarcale della società (Kaufaman, 1999).
Secondo la teoria del “Gender Role Journey”, proposta da O’Neil e Carrol nel 1988, e discussa brillantemente da McDermott e Schwartz nel 2013, ci sono cinque fasi, influenzate da fattori sociali e processi intrapsichici, attraverso cui gli adulti passano dall’accettazione e interiorizzazione dei ruoli di genere tradizionali a quella che gli autori chiamano “trascendenza” dei ruoli di genere:

Fase 1. Accettazione dei ruoli tradizionali di genere. Gli uomini accettano ciecamente le rigide prescrizioni imposte loro dai ruoli tradizionali. In questa fase essi risultano spesso inconsapevoli del legame esistente tra le ideologie che sottendono una visione “tradizionale” dei ruoli di genere e il sessismo. Tuttavia alcuni eventi significativi, come ad esempio l’essere esposti a corsi sui temi del genere o essere testimoni di episodi sessisti che coinvolgono persone conosciute, possono portare ad una valutazione di queste ideologie radicate e condurli alle fasi 2 e 3.

Fase 2 e 3. Ambivalenza e rabbia nei confronti dei ruoli di genere tradizionali. In queste due fasi gli uomini si sforzano per risolvere la dissonanza cognitiva che origina dalla consapevolezza che le loro convinzioni e il loro comportamento hanno contribuito in qualche modo al perseverare dell’ingiustizia sociale e ad una restrizione della libertà altrui. O’Neil e Egan (1992) spiegano che in queste due fasi, gli uomini possono sperimentare sentimenti quali rabbia, confusione, ansietà e talvolta “regredire” alle fasi precedenti, se non inseriti in un contesto favorevole in cui condividere le proprie perplessità e le proprie riflessioni.

Fase 4 e 5. Attivismo personale/ professionale e integrazione dei ruoli di genere. Nelle fasi finali, gli uomini si impegnano in un attivismo orientato alla giustizia sociale e sono capaci di essere maggiormente flessibili nel loro approccio ai ruoli di genere, eliminando in questo modo la necessità di ricorrere a rigidi stereotipi.
Studi più recenti (Schwartz et al., 2004) hanno evidenziato l’importanza dei gruppi di discussione (focus group) riguardo alla destrutturazione dei ruoli di genere, dimostrando sia la necessità, per gli uomini, di interrogarsi e di discutere attivamente sul loro significato e sulle loro implicazioni sia, l’efficacia di questo tipo di discussione nel ridurre i comportamenti tipici della prima fase e nel facilitare l’applicazione di modalità relazionali “adattive”, cioè modalità di coppia che prevedono il rispetto della partner e una condivisione degli ideali di parità di genere.

Articolo di Ilaria Fabris

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