L’empatia si può imparare: ecco come

dicembre 24th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Relazioni Interpersonali

Una serie di studi condotti da Radke-Yarrow e Zahn-Waxler al National Institute of Mental Health (1984) ha dimostrato che gran parte di questa differenza di empatia era legata al modo in cui i genitori riprendevano i propri figli. I bambini erano più empatici quando il rimprovero comprendeva un forte richiamo all’attenzione sulla sofferenza e il disagio che il loro comportamento sbagliato aveva causato a qualcun’ altro. Stern, psichiatra alla facoltà di medicina della Cornell University, studiò meticolosamente le interazioni dei figli con le loro
madri, credendo che i fondamenti della vita emotiva vengano posti in questi momenti di grande intimità.

Di tutti questi istanti, i più critici sono quelli che consentono al bambino di sapere che le sue emozioni incontrano l’empatia dell’altro, sono accettate e ricambiate, in un processo che Stern chiama sintonizzazione.

La sintonizzazione avviene tacitamente: viene inserita come un elemento ritmico della relazione. Stern ha scoperto che attraverso tale processo, le madri comunicano ai figli di percepire i loro sentimenti. Un esempio di comportamento di regolazione emotiva in contesti naturali è rappresentato dal canto della ninna nanna. Le mamme, infatti, spontaneamente rimandano al bambino delle emozioni anche penose, modulandole e risolvendole attraverso la ripetizione e la variazione melodica. I bambini sin dalla nascita sono dotati della capacità di percezione amodale, che consente loro di riconoscere che uno schema temporale presentato all’udito corrisponde a uno schema temporale presentato alla vista, e sono in grado di trasferire le proprietà di durata, battito e ritmo (Stern, 1985).

Nella ninna nanna viene attivata contemporaneamente una varietà di esperienze sensoriali: il canto, la vista, il tatto, la sensazione cinestetica. Così il focus attentivo del bambino non è tanto sullo stimolo esterno, quanto sullo stato interno che esprime. L’ attenzione congiunta di madre e bambino, rivolta allo stesso stato affettivo, produce condivisione e compartecipazione.

Per esempio, se una bambina emette un grido di piacere, la madre confermerà quella sensazione dondolandola leggermente, parlando amorevolmente con lei o intonando la propria voce su quella della piccola. Dunque, dice Stern (1985, pag.147) la sintonizzazione è molto diversa dalla semplice imitazione:

“La sola imitazione, dunque, non basta a garantire uno scambio intersoggettivo degli affetti. Anzitutto, la madre deve essere capace di leggere i sentimenti del bambino nel suo comportamento manifesto. In secondo luogo, la madre deve presentare a sua volta un comportamento che non sia l’esatta imitazione del comportamento manifesto del bambino, ma che tuttavia in qualche modo vi corrisponda. Infine, il bambino deve essere capace di leggere questa risposta materna e di rendersi conto che esiste qualche rapporto con la sua esperienza affettiva originaria”.

Questa sensazione sembra emergere entro l’anno di età, quando il bambino comincia a capire di essere un’entità separata dagli altri, per poi continuare, durante tutta la vita, a formarsi attraverso le relazioni intime. Quando i genitori non sono in sintonia con il figlio, la situazione induce in lui un profondo turbamento.

La prolungata assenza di sintonia fra genitori e figli impone al bambino un costo enorme in termini emozionali. Quando un genitore non riesce mai a mostrare alcuna empatia con una particolare gamma di emozioni del bambino – gioia, pianto, bisogno di essere cullato- questi comincia a evitare di esprimerle, e forse anche di provarle. In questo modo numerose emozioni cominciano, presumibilmente, ad essere cancellate dal repertorio delle relazioni intime, soprattutto se, anche in seguito, durante l’infanzia, quei sentimenti continuano a essere copertamente o apertamente scoraggiati. Provare un sentimento insieme a un altro essere umano significa essere emozionalmente partecipi.

È importante, dunque, la relazione con la madre o con chi ne fa le veci, in quanto la maggioranza dei bambini, davanti a un oggetto di cui non riesce univocamente a identificare se sia di natura benevola o meno, ricerca deliberatamente informazioni su base affettiva e cognitiva dalla madre, la quale diventa così fonte di informazione sull’oggetto (Sorce et al., 1983). E’ stato evidenziato, inoltre, che il bambino non solo codifica l’espressione della madre, ma capisce anche a quale specifico oggetto è diretta. Ad esempio, dopo che la madre aveva guardato certi giocattoli con piacere o con disgusto, il bambino giocava di meno con i giocattoli verso i quali la madre aveva espresso disgusto (Hornick, Reisenhoover, Gunner, 1987).

Risulta così che il bambino sa codificare la reazione emotiva dalla madre e che il suo comportamento nei confronti di un oggetto o evento varia in modo congruente alla risposta emotiva ricevuta. L’espressione delle emozioni e la loro regolazione giocano un ruolo fondamentale nelle interazioni comunicative: permettono una messa in comune fra partner sociali e permettono di rispondervi in modo adeguato.

Riconoscere ed esprimere emozioni ha funzioni sociali, affettive e cognitive. La capacità di riferimento sociale è permessa dall’abilità
disponibile a un’età molto precoce di riconoscere espressioni facciali di alcune emozioni di base e comprenderne le relazioni con cause esterne e con il comportamento della persona. Alcune ricerche hanno preso in esame l’ipotesi di Darwin (1872) secondo cui la capacità di riconoscere e di produrre espressioni facciali di emozioni è universale attraverso le culture ed è basata su meccanismi innati. Già a 10 settimane di vita i bambini mostravano di riconoscere le espressioni di gioia, tristezza e rabbia della loro madre, dato che reagivano in maniera discriminata modificando adeguatamente la propria espressione facciale, la postura o altri comportamenti.

Oltre all’idea più diffusa che ci siano emozioni di base innate (Case et al., 1988). la proposta di una relazione fra sviluppo emotivo e sviluppo cognitivo. Per esempio, un’emozione come la gelosia, suscitata dalla madre che sospende l’interazione affettuosa con il figlio per iniziarne una con un altro bambino, non è presente a 12 mesi mentre lo è a 16-20 mesi. Dal punto di vista cognitivo, infatti, la gelosia richiede una capacità mentale più elevate di quella disponibile a un anno di età, in quanto implica la nozione di due relazioni, quella fra sé e la madre e quella fra la madre e il coetaneo.

Si comprende, quindi, quanto sia importante la capacità di leggere i sentimenti più intimi di un’altra persona, che è un’attitudine fondamentale della nostra intelligenza emotiva, per un adeguato sviluppo della personalità di un individuo e per il mantenimento di tutte le relazioni interpersonali.

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