Psicologia del Bullismo: dentro la mente del bullo

dicembre 26th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Psicologia dello Sviluppo

Il comportamento prosociale comprende tutti gli atti che mirano a promuovere negli altri il benessere, come l’assistenza, il comfort, la cooperazione, mentre i comportamenti ostili sono volti a offendere o attaccare gli altri (Mussen e Eisenberg-Berg, 1977; Tani 1991). In particolare, nella letteratura sul bullismo, si definiscono come prosociali tutti i tipi di comportamenti altruistici, cioè, eventuali comportamenti finalizzati ad aiutare le vittime materialmente o psicologicamente; mentre, comportamenti ostili tutti i tipi di aggressione diretta o indiretta volta a danneggiare i coetanei più deboli (Olweus, 1993). Strayer (1989) nella sua analisi del comportamento empatico dall’infanzia alla tarda adolescenza, ha dimostrato che le capacità degli individui di rappresentare mentalmente eventi o stati interiori delle persone hanno un cruciale impatto sulle loro risposte empatiche.

Per quanto riguarda l’età evolutiva è universalmente riconosciuta l’importanza del gruppo e delle relazioni tra coetanei per lo sviluppo della personalità, in  particolare per la promozione delle capacità di adattamento agli altri e di collaborazione sociale.

Anche per comprendere fenomeni di interazione ostile, quali il bullismo, che possono sfociare in vera e propria devianza nelle età successive, sempre più si sta focalizzando l’attenzione sul gruppo come fattore sia di rischio che di protezione.

È notoriamente difficile ottenere dati precisi sull’attuale incidenza del bullismo fra i bambini, perché la maggior parte dei comportamenti di prepotenza avviene in ambienti non direttamente controllati dagli insegnanti (sullo scuolabus, in un angolo del cortile, al campo sportivo, in mensa) e perché i bambini che vengono fatti oggetto di prepotenze dagli “amici” sono generalmente molto restii a parlare
di queste esperienze.

Gli effetti del bullismo sul bambino possono essere attenuati grazia all’amicizia. L’effetto positivo dipende da chi è l’amico del bambino perseguitato e dal grado generale di accettazione di cui gode il bambino nel gruppo allargato di compagni. Dunn (2006) riporta uno studio condotto in Canada su 533 bambini di dieci anni, seguendoli per un anno. I risultati hanno confermato che i bambini con problemi di interiorizzazione o di esternalizzazione (aggressività, violenza, delinquenza) erano più a rischio di diventare vittime e che era probabile che questi problemi comportamentali aumentassero la frequenza delle prepotenze.

Ma se il bambino aveva un amico del cuore, era effettivamente possibile prevedere una diminuzione, nel corso dell’anno, degli episodi di bullismo subiti. Tuttavia, la presenza o meno di un effetto protettivo dell’amicizia era collegata in modo significativo alla qualità dell’amicizia stessa.

Se l’amico del bambino che è vittima di bullismo è anch’esso un bambino ansioso, timoroso e con problemi di interiorizzazione, il rischio di vittimizzazione aumenta.

Già i primi studi sul bullismo (Olweus, 1993), definito come un’ ampia serie di comportamenti di tipo ostile, intenzionalmente e ripetutamente rivolti da un individuo più forte (Bullo) contro un compagno più debole (Vittima), alla presenza di altri compagni (Astanti o Spettatori), ne hanno evidenziato la caratteristica manifestazione all’interno di un gruppo di coetanei.

Le numerose indagini, pur individuando il bullismo come fenomeno sovradeterminato, ovvero influenzato da una molteplicità di variabili, hanno confermato la sua sostanziale natura sociale e collettiva. Tra le cause concorrenti ne sono state proposte alcune di tipo psico-relazionale, quali, ad esempio, la competizione per la conquista del potere e per la definizione dei livelli di gerarchia all’interno del gruppo e l’assunzione dell’identità sia a livello individuale che collettivo.

È stato osservato, inoltre, che comportamenti tra loro simili determinerebbero scelte reciproche di amicizia tra bambini e ragazzi
(Cairns, Cairns, Neckerman, Gest e Gariépy, 1988). Più recentemente, l’interesse della ricerca si è focalizzato sulle dinamiche interne al gruppo che possono motivare, oltre che sostenere, le condotte di sopraffazione. Dagli studi che hanno indagato sugli atteggiamenti verso il bullismo da parte di studenti sia coinvolti sia non coinvolti sono emerse discrepanze tra atteggiamento manifesto e comportamento realmente assunto, in analogia a quel che succede, ad esempio, nel caso del rapporto tra atteggiamenti e concreti comportamenti verso la
discriminazione razziale, come evidenziato dalla psicologia sociale (Arcuri, 1992).

In particolare, la discrepanza tra un atteggiamento favorevole alla vittima e la effettiva assunzione di condotte di sostegno tende ad aumentare al crescere dell’età.

Per quello che riguarda le condotte degli astanti è stato evidenziato che tali ragazzi possono svolgere un preciso ruolo nel fomentare o nel ridurre le prepotenze, per cui, più che passivi spettatori, possono essere considerati veri e propri partecipanti, con diversi gradi di coinvolgimento nel sostegno ad una delle due parti.

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