La Comunicazione Non Verbale Spiegata da Cicerone

gennaio 4th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo

LETTERATURA LATINA                                   

 IL RUOLO DELL’ ACTIO NELL’ORATORIA LATINA. Un articolo di Iacopo Santovincenzo

Abbiamo visto, in alcuni passi della Medea, quale sia il potere persuasivo dei gesti. Ne era stata vittima Medea nei confronti di Giasone, ne era vittima Creonte nei confronti di Medea. Quei gesti avevano poi un effetto sugli spettatori, ovvero quello di creare maggiore pathos e di rendere la recitazione più efficace e d’impatto. Se questo potere non era sfuggito ai drammaturghi, a maggior ragione non sfuggì a coloro per i quali la capacità di persuasione era una questione “professionale”: gli oratori. Pronunciare un’orazione costituisce a tutti gli effetti una performance, così come lo è un monologo a teatro.

In una delle tre opere che Cicerone dedicò all’oratoria, ovvero il De oratore, un dialogo scritto nel 54 a.C., i due interlocutori analizzano le cinque fasi della stesura di un’orazione:

1.inventio: individuare gli argomenti su cui costruire il discorso;

  1. dispositio: stabilire l’ordine con cui tali argomenti vengono trattati nel discorso;
  2. elocutio: stendere il discorso, prestando molta cura alla scelta delle parole giuste;
  3. memoria: imparare il discorso a memoria;
  4. actio: esercizio di pronuncia del discorso, dando importanza all’intonazione della voce e alla gestualità.

Le prime quattro parti sono dunque dedicate all’aspetto verbale della performance, mentre l’actio, un termine che ha evidentemente la stessa etimologia della parola “attore”, contemplava sia l’aspetto paraverbale (ritmo, velocità, volume, tono e pause) che quello non verbale. Cicerone rielabora qui naturalmente una lunga tradizione, di matrice prima di tutto greca. Demostene riteneva l’actio la prima, la seconda e la terza principale dote di un oratore e ad essa veniva dato gran peso nelle scuole di recitazione e di retorica. Purtroppo non possiamo più vedere con gli occhi quei grandi uomini all’opera. Possiamo però leggere quanto Cicerone scrisse in merito:

LIX] [220] Omnis autem hos motus subsequi debet gestus, non hic verba exprimens scaenicus, sed universam rem et sententiam non demonstratione, sed significatione declarans, laterum inflexione hac forti ac virili, non ab scaena et histrionibus, sed ab armis aut etiam a palaestra; manus autem minus arguta, digitis subsequens verba, non exprimens; bracchium procerius proiectum quasi quoddam telum orationis; supplosio pedis in contentionibus aut incipiendis aut finiendis. [221] Sed in ore sunt omnia, in eo autem ipso dominatus est omnis oculorum; quo melius nostri illi senes, qui personatum ne Roscium quidem magno opere laudabant; animi est enim omnis actio et imago animi vultus, indices oculi: nam haec est una pars corporis, quae, quot animi motus sunt, tot significationes [et commutationes] possit efficere; neque vero est quisquam qui eadem conivens efficiat. Theophrastus quidem Tauriscum quendam dicit actorem aversum solitum esse dicere, qui in agendo contuens aliquid pronuntiaret. [222] Qua re oculorum est magna moderatio; nam oris non est nimium mutanda species, ne aut ad ineptias aut ad pravitatem aliquam deferamur; oculi sunt, quorum tum intentione, tum remissione, tum coniectu, tum hilaritate motus animorum significemus apte cum genere ipso orationis; est enim actio quasi sermo corporis, quo magis menti congruens esse debet; oculos autem natura nobis, ut equo aut leoni saetas, caudam, auris, ad motus animorum declarandos dedit, qua re in hac nostra actione secundum vocem vultus valet; [223] is autem oculis gubernatur. Atque in eis omnibus, quae sunt actionis, inest quaedam vis a natura data; qua re etiam hac imperiti, hac vulgus, hac denique barbari maxime commoventur: verba enim neminem movent nisi eum, qui eiusdem linguae societate coniunctus est sententiaeque saepe acutae non acutorum hominum sensus praetervolant: actio quae prae se motum animi fert, omnis movet; isdem enim omnium animi motibus concitantur et eos isdem notis et in aliis agnoscunt et in se ipsi indicant.

 

Tutti questi sentimenti poi devono essere accompagnati dal gesto, che non deve essere scenico, cioè tendente ad esprimere le singole parole, ma deve illustrare tutta la materia e il pensiero non per mezzo di una rappresentazione mimica, ma solo accennando e con un forte e deciso movimento della persona, ad imitazione non degli attori, che si esibiscono sulla scena, ma di coloro che si addestrano al maneggio delle armi e degli atleti. La mano deve essere meno espressiva, accompagnando con le dita le parole, ma senza voler esprimere il pensiero; il braccio teso avanti liberamente come se fosse un dardo del discorso; nei passi concitati all’inizio o alla fine si batterà forte il piede. Ma la forza maggiore è nel viso, in quello stesso ogni potere è degli occhi, quanto meglio quei nostri antenati, che non lodavano un attore mascherato, nemmeno Roscio: ogni gesto infatti è dell’animo e il volto è l’immagine dell’animo, gli occhi gli interpreti; infatti questa è la sola parte del corpo che possa esprimere atteggiamenti diversi quanti sono i sentimenti dell’animo; e in verità non c’è nessuno che possa esprimere i medesimi sentimenti con gli occhi chiusi. Teofrasto ci tramanda che un certo attore Taurisco, soleva parlare con le spalle rivolte al pubblico, perché nella rappresentazione recitava tenendo fisso lo  sguardo su qualcosa. Per questo è importante la regolazione dello sguardo; non deve infatti essere stroppo mutata l’espressione del viso perché non siamo portati ad atteggiamenti sconvenienti o a qualche smorfia, sono gli occhi, ora con la fissità dei quali, ora con la  mansuetudine, ora con la severità, ora con la letizia , in pieno accordo con il tono del discorso manifestiamo i sentimenti dell’animo; il gesto è, per dir così, il linguaggio del corpo, e per questo debbono aderire strettamente al nostro pensiero; la natura ci ha dato gli occhi perché potessimo esprimere i sentimenti del nostro animo come ha dato al cavallo o al leone le setole, la coda e le orecchie; perciò in questo nostro gesto, dopo la voce è il volto che conta, il volto poi è governato dagli occhi. Del resto, in tutto ciò che attiene ai gesti vi è una certa forza che viene dalla natura, dalla quale sono profondamente commossi anche i profani, anche il volgo e perfino i barbari;  le parole commuovono solo colui che è legato dalla comunanza della lingua; i pensieri profondi spesso non sono compresi dalla mente degli uomini superficiali; invece i gesti, che preannunziano i sentimenti dell’animo, commuovono chiunque perché  gli animi degli uomini sono commossi dai medesimi sentimenti e quelli, a loro noti, riconoscono negli altri e li mostrano in sé stessi.

È molto interessante come Cicerone rilevi che la gestualità fosse importante sia per l’oratore che per l’attore, ma con delle differenze: marcato, didascalico il gesto dell’attore, più sobrio e autorevole quello dell’oratore. E grande attenzione riserva allo sguardo, tanto che preferirebbe attori senza quelle maschere che, come abbiamo visto trattando della Medea, soffocavano le potenzialità dell’espressione facciale: neppure il talento di un attore del calibro di Roscio avrebbe potuto compensare quell’impedimento. Gli occhi, infatti, sono lo specchio delle emozioni. Oggi si dice anche che ciò che sentiamo “ci si legge in faccia”. Si tratta di espressioni diffuse, quasi scontate. Anche  Cicerone, stando ai testi che ci sono aggiunti dall’antichità – pochi, certo, rispetto a quanto abbiamo perso – risulta tra i primi ad aver riflettuto su questo. E lo fa anche in altri passi. Uno è tratto ancora da un’opera oratoria, l’Orator (18, 59-60). Dopo aver parlato della modulazione della voce, passa di nuovo a parlare della gestualità dell’oratore: “Egli regolerà i suoi movimenti in modo che non ci sia nulla di esagerato. Nel gestire terrà un portamento alto ed eretto; si sposterà poco sulla tribuna e a piccoli passi; avanzerà leggermente e di rado verso gli uditori; eviterà le affettate inclinazioni del capo; non giocherellerà con le dita; non batterà il tempo col dito; e starà ancora più attento a regolare tutta la posizione del busto e il virile movimento dei fianchi e il modo di allungare le braccia nei momenti di concitazione e di ripiegarle nei momenti di calma. Il volto, poi, in cui risiede la maggiore efficacia dopo la voce, quale dignità può procurare, quale grazia! Oltre ad evitare le espressioni banali ed affettate esso deve anche badare a saper regolare il movimento degli occhi: il che è importante. Infatti, come il viso è il ritratto dell’anima, così gli occhi ne sono gli interpreti; il grido di espressione della gioia e della tristezza di essi sarà regolato dalla materia stessa che viene trattata”.

Questa grande attenzione alla gestualità, descritta tanto minuziosamente, è preziosa anche perché, a differenza delle parole che arrivano solo a chi è in grado di capirne  pienamente il senso e la lucidità argomentativa, i gesti colpiscono chiunque. E un oratore davanti a sé non aveva solo uomini colti e avveduti, ma anche il popolo incolto che più facilmente si lasciava sedurre sul piano emozionale e che più facilmente cambiava d’umore, e quindi di opinione. Una questione molto delicata, questa, già trattata dagli oratori in Grecia, che costituiva una delle maggiori critiche ai sistemi democratici e che verrà ampiamente analizzata nel corso del Novecento dalla scienza e dalla politica.

Cicerone, però, fa riferimento al potere espressivo dello sguardo anche in ambito privato, ossia in una lettera del suo ricco epistolario (XIV, 13 B), in cui scrive: “Per un solo motivo avrei preferito che tu avessi trattato a quattr’occhi l’argomento che affronti con me per lettera: non solamente dalle parole, ma anche dall’atteggiamento del volto, dallo sguardo e dalle pieghe della fronte, come si usa dire, avresti potuto scorgere l’affetto che nutro per te”.

Nel dare istruzioni, Cicerone più volte, come abbiamo visto, dedica la sua attenzione alle braccia. Vorrei quindi soffermarmi un momento sull’immagine del braccio teso come un dardo per confrontarla con una statua celeberrima del I. sec. A.C. attualmente presso il Museo archeologico di Firenze. La fama di quest’opera è legata soprattutto al suo essere uno dei pochissimi esemplari di statuaria in bronzo a noi pervenuti. Il modello era certamente etrusco e rappresenta un uomo togato, Aulo Metello, che ebbe in vita un ruolo politico. Ciò che maggiormente colpisce l’attenzione dello spettatore è il suo braccio teso in un gesto a cui contribuisce tutto il corpo, proteso in avanti. A sottolineare ulteriormente la capacità persuasiva di questo atteggiamento, la mano è addirittura di dimensioni sproporzionate rispetto al resto del corpo. Proprio per queste sue caratteristiche, fu chiamato “arringatore”. Insomma, rappresenta perfettamente, a livello iconografico, l’immagine che Cicerone ha descritto a parole.

Quante volte avrà arringato i Romani accalcati nel foro in questo stesso atteggiamento, lui che fu l’oratore più influente del suo tempo, la migliore arma dei suoi alleati politici, il più grave pericolo per i suoi nemici! Questo, però, non fu senza conseguenze. Quando i poteri forti cercarono di scendere a patti, Antonio volle il nome di Cicerone sulle tristemente famose liste di proscrizione. Secondo l’editto triumvirale, l’uccisore poteva ottenere la ricompensa presentando la testa della vittima. La macabra pratica aveva lo scopo di evitare equivoche sostituzioni. E così ad Antonio venivano portate le teste mentre sedeva comodamente a banchetto, così come già era accaduto in passato a Roma. Cicerone sapeva che la morte stava arrivando mentre trascorreva i suoi ultimi giorni nella villa di Formia. Quando la sua testa fu portata ad Antonio, sua moglie, Fulvia, prese la testa, aprì la bocca, estrasse la lingua che aveva parlato contro il marito e la trafisse con lo spillone che usava per raccogliere i capelli. Antonio, da parte sua, non si accontentò della testa di Cicerone, così come accadeva per gli altri proscritti. Ecco cosa accadde secondo il racconto dello storico Tito Livio:

“Non fu abbastanza per la stolida crudeltà dei soldati: recisero anche le mani, per punire il fatto che avesse scritto contro Antonio. Così il capo fu portato ad Antonio e, per suo ordine, posto sui rostri tra le due mani: proprio nel luogo in cui egli aveva fatto sentire la sua voce da console e spesso come ex console! Proprio in quel luogo aveva parlato in quello stesso anno contro Antonio, e la sua eloquenza era stata tanto degna di ammirazione quanto mai era accaduto a voce umana! La gente, per le lacrime, a fatica alzava gli occhi e così poteva vedere le sue membra mozzate (Livio, fr. dal libro 120 [= Seneca il Vecchio, Suasoriae, 6,17]).

A Cicerone vennero dunque mozzate anche le mani: Antonio volle esporle sulla tribuna, nel foro, infilzate sui rostri (anche se pare che venne esposta sui rostri solo la mano destra). Perché le mani? Se leggiamo le diverse narrazioni di questo episodio, tutte parimenti piene orrore, le spiegazioni sono varie. Secondo Tito Livio, come abbiamo visto, Antonio volle così punire quelle mani con cui Cicerone aveva scritto le orazioni contro di lui. Improbabile, perché, secondo la prassi dell’epoca, l’addetto a scrivere era il segretario. Più suggestiva è senz’altro l’ipotesi che si desume da Cassio Dione: la mano destra sarebbe stata incriminata in quanto simbolo della gestualità oratoria di Cicerone. Quelle mani erano colpevoli quanto il volto e la lingua di Cicerone, perché i suoi gesti erano stati efficaci quanto le sue parole contro chi ora si stava vendicando.

Passeggiando nel foro, lungo la Via sacra, possiamo ancora vedere i fori nei quali un tempo erano infilati i rostri. Proseguendo ancora oltre, poi, in via dei Cerchi, può capitare di imbattersi in uno strano palazzo, sormontato da una mano che punta l’indice verso il cielo. Si tratta di un monumento misterioso, di cui non sono chiare le origini ma certamente di epoca moderna. La fantasia popolare, però, in ricordo degli eventi che ho raccontato, l’ha ribattezzata proprio “la mano di Cicerone”; un aneddoto, una falsità storica, che è però significativo per capire l’enorme eco che lasciò nei secoli la voce tuonante di Cicerone e l’orribile oltraggio che subì il suo corpo.

Le riflessioni teoriche elaborate in Grecia e a Roma, insomma, precorsero i tempi, ed è oggi praticamente impossibile non imbattersi in esse in qualunque manuale o contributo sul tema quanto mai attuale della comunicazione efficace.

Bibliografia

Giuseppe Norcio, Cicerone. De oratore ; Brutus ; Orator,  Torino, 1970.

Renzo Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche: 10000 citazioni dall’antichità al Rinascimento nell’originale e in traduzione: con commento storico, letterario e filologico, Milano, 2007 (sentenza numero 673: Imago animi vultus, indices oculi).

Giusto Traina, Marco Traina, Roma Bari, 2005.

Corso di Comunicazione non verbale

 

 

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