Dormi! Perché l’ipnosi non è sonno

gennaio 30th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Ipnosi | Psicologia Clinica

L’opera di Braid rimase un caso quasi isolato fino a che i suoi insegnamenti non vennero adottati da Ambroise-Auguste Liébeault, che operava nel villaggio di campagna di Port-Sant-Vincent, vicino a Nancy in Francia (Perussia, 2013).

Liébeault rilanciò l’ipnosi presso i suoi pazienti; offriva prestazioni mediche a pagamento a chi richiedeva di essere curato con la medicina tradizionale e cure gratuite a chi sceglieva l’ipnosi. I suoi pazienti, essendo perlopiù poveri contadini, sceglievano quasi sempre la seconda opzione.

L’induzione ipnotica avveniva in modo assolutamente sobrio, era determinata da poche suggestioni e non contemplava alcuna crisi. La tecnica che utilizzava Liébeault, derivava sia da Braid che da Faria. Era costituita da, un “a me gli occhi” seguito dall’ordine di dormire, accompagnato a sua volta da una serie di suggestioni che portavano al sonno e che erano una descrizione di ciò che si prova al momento dell’addormentamento, dall’appesantimento della palpebra, alla diminuzione dell’acuità sensoriale. Le suggestioni inoltre, erano ripetute dolcemente e più volte (Godino & Toscano, 2007).

Liébeault (1866), screditato e in disaccordo con i colleghi che praticavano la medicina ufficiale, lasciò la medicina classica per dedicarsi unicamente all’ipnosi. Si trasferì a Nancy per poterla utilizzare su un più vasto numero di pazienti, ma le diffuse critiche rivolte a questo metodo non smisero d’investirlo finché, nel 1882, non gli fece visita uno stimato professore dell’Univerità di Nancy, Hippolyte Bernheim, che condivise il suo approccio e adottò in parte le sue tecniche ipnotiche basate sulla suggestione.

Bernheim fondò presso la clinica di Liébeault una scuola per radunare gli interessati a tale pratica, la Scuola di Nancy, che avrebbe presto acquisito fama mondiale (Ellenberger, 1970).

Egli riformulò, inoltre, una teoria sull’ipnosi, basandola sui concetti di “suggestione” e di “ideodinamismo”.

Per “suggestione” intendeva il lasciarsi pervadere la mente da un’idea.

Lo stato mentale che si raggiungeva con l’ipnosi non avrebbe rivelato la presenza di una patologia nervosa, l’isteria, come riteneva Charcot un affermato neurologo che operva a Parigi, ma rappresentava una naturale condizione psicologica.

Un’idea instillata nella mente tramite suggestione tendeva a realizzarsi, tramutandosi in azione, immagine o sensazione, secondo la legge dell’ideodinamismo, spesso represso dal controllo della parte razionale del cervello (Bernheim, 1891).

Nel sonno, il cervello, dominato dall’automatismo, non può più sottoporre a critica le idee che si trasformano nelle immagini del sogno e in azione, come succede nel sonnambulismo naturale. L’ipnotista non fa altro che riprodurre in modo sperimentale ciò che nel sonno avviene naturalmente (Bernheim, 1891).

Sotto ipnosi, il cervello risulta molto produttivo e provvede a creare, recuperare e rielaborare contenuti; questo dimostra come il paziente ipnotizzato non sia un automa che esegue meccanicamente degli ordini, ma un soggetto attivo, che mantiene il controllo su di sé e conserva la facoltà di scelta.

Se in un primo momento Bernheim credeva nell’esistenza del fenomeno ipnotico accanto alla suggestione, successivamente dichiarò che ciò che esisteva era unicamente la suggestione. Lièbeault, invece, rimase sempre dell’idea che per esserci suggestione l’individuo dovesse essere ipnotizzato.

Secondo Bernheim, il sonno indotto era solo un coadiuvante, perché allentava il controllo razionale del soggetto, ma non risultava essenziale per la psicoterapia che poteva essere condotta, tramite suggestione, anche in stato di veglia. Il concetto di suggestione verrà poi sostituito da quello di autosuggestione (Godino & Toscano, 2007).

Inoltre, i contenuti recuperati sotto ipnosi non risultavano cancellati dall’amnesia post-ipnotica. Con opportune domande, tali contenuti e le esperienze che si erano avute sotto ipnosi, potevano essere recuperati anche in stato di veglia. Fu per questo che con il tempo, Bernheim, utilizzò sempre meno l’ipnosi e la sua psicoterapia si basò sempre più sulla suggestione vigile.

Dalla Scuola di Nancy derivano tre principi ritenuti ancor oggi validi:

  1. i cambiamenti non si ottengono mediante uno sforzo di volontà (emisfero sinistro), bensì attivando l’immaginazione ed il “sogno” (emisfero destro);
  2. le suggestioni del terapeuta sono efficaci solo se il paziente le fa proprie, trasformandole in autosuggestioni;
  3. le autosuggestioni agiscono a livello inconscio

(Godino & Toscano, 2007, p.44).

A differenza di Bernheim, Jean-Martin Charcot, stimatissimo neurologo dell’ospedale della Salpêtrière di Parigi, sosteneva che solo gli isterici potevano essere ipnotizzati e che le manifestazioni che comparivano sotto ipnosi coincidevano con quelle che si potevano osservare in questi pazienti.

Bernheim ebbe un’accesa disputa con Charcot che durò una decina d’anni, e dimostrò sperimentalmente l’inesattezza delle sue asserzioni.

Due scuole, quindi, si contrapponevano in Francia alla fine del 1800: la Scuola di Nancy, che si rifaceva alle idee di Liébeault e Bernheim, e la Scuola della Salpêtrière, che si rifaceva alle idee di Charcot.

La Scuola di Nancy attribuiva l’ipnosi al potere della suggestione da parte dell’ipnotizzatore che trova riscontro nella suggestionabilità dell’ipnotizzato, la Scuola della Salpêtrière riteneva che solo i pazienti isterici potessero essere ipnotizzati, idea che oggi è stata assolutamente screditata (Palano, 2002).

Charcot utilizzava l’ipnosi come strumento per dimostrare l’origine non organica di alcune psicopatologie come l’isteria, un disturbo diffuso tra le donne dell’epoca, caratterizzato da paralisi degli arti, contratture muscolari improvvise, convulsioni, anestesia di parti del corpo, vuoti di memoria, cecità, sordità, inspiegabili difficoltà a compiere un movimento anche semplice o consueto nonostante l’integrità dei muscoli e la funzionalità degli organi.

Charcot (1890) considerava l’ipnosi come un’alterazione del sistema nervoso presente nelle pazienti isteriche, articolata in tre stadi progressivamente più profondi: letargia, catalessia e sonnambulismo.

Nello stato letargico, la persona chiude gli occhi, si rilassa, respira in modo irregolare e recepisce meno distintamente gli stimoli ambientali. In questo stato, inoltre, appare ipereccitabilità neuromuscolare.

Nello stato catalettico, la persona ha gli occhi aperti, ma ha il volto inespressivo, respira lentamente e sembra paralizzata, le membra restano bloccate nella posizione che si dà loro. Il soggetto appare immobile, ipervigile e impassibile.

Nello stato sonnambulico sono presenti gli stessi sintomi dello stato precedente, ma sono più accentuati, poiché gli arti sono flaccidi, la sensibilità è ridotta e compaiono alcuni processi psicologici come il potenziamento della memoria, della consapevolezza e dell’apprendimento.

Charcot (1890) conservava un approccio medico tradizionalista e materialista, preferiva rilevare caratteristiche oggettive e utilizzare manovre fisiche come l’occlusione delle palpebre per indurre lo stato ipnotico, invece Bernheim (1891) adottava procedure più indirette basate sulla comunicazione suggestiva, mantenendo una distanza fisica che riduceva il rischio di abbandono acritico all’autorità.

Charcot (1890) riteneva che solo specifiche persone affette da isteria, fossero ipnotizzabili, perché caratterizzate da alcuni tratti docili e tendenzialmente sottomesse come le donne isteriche dell’epoca. Egli utilizzava l’ipnosi per intervenire sull’isteria, sostenendo che potesse essere applicata anche contro la volontà delle pazienti, visto che era prevedibile un certo grado di opposizione anche nelle personalità sottomesse.

Invece, Bernheim (1891) richiedeva l’attiva partecipazione del paziente al processo, pretendeva la sua disponibilità a sottoporsi all’ipnosi, assegnava in modo più distribuito la responsabilità della cura non attribuendo tutto il lavoro al terapeuta, ma supponendo un attivo e costante impegno anche da parte dei pazienti. Importanti erano le aspettative e lo stato d’animo dell’ipnotizzato, la sua disponibilità e le sue difese.

Bernheim screditò le tecniche per indurre lo stato ipnotico, diede invece molta importanza a quella che lui chiamava “fede”. Ciò che contava era, infatti, solo la capacità dell’essere umano di credere. In questo modo le suggestioni del terapeuta diventavano autosuggestioni e l’individuo poteva cambiare e guarire (Chertok, 1987).

Ciò che screditò la Scuola della Salpêtrière furono le dimostrazioni che Charcot era solito tenere di fronte ad un pubblico di assistenti, studenti e visitatori esterni.

Egli ipnotizzava per lo più sempre le stesse pazienti, utilizzando uno shock violento uditivo o visivo, come ad esempio un forte e inaspettato suono alle loro spalle, dimostrando così l’esistenza dei tre stadi da lui teorizzati.

Bernehim era solito ironizzare sul fatto che tra migliaia di pazienti da lui ipnotizzati, solo una donna che aveva passato tre anni nell’ospedale di Charcot aveva mostrato i tre stadi.

Nella comunità chiusa della Salpêtrière si sviluppò un’atmosfera di reciproca suggestione tra Charcot, i suoi studenti, gli assistenti e le isteriche.

Le pazienti utilizzate nelle dimostrazioni erano sempre le stesse: giovani, belle e in competizione tra loro, pronte a compiacere Charcot per rimanere le prime donne dello spettacolo (Ellenberger, 1970).

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