Ipnosi Sperimentale: perché l’ipnosi è una scienza

febbraio 3rd, 2018 | Posted by Igor Vitale in Ipnosi | Psicologia Clinica

L’avvento della psicanalisi segnò un periodo di declino per l’ipnosi anche se, durante la prima guerra mondiale, vi fu una certa ripresa nella sua utilizzazione per alleviare le nevrosi dei soldati traumatizzati affinché rientrassero prima in trincea.

Il metodo utilizzato era quello della rivivificazione dell’evento stressante, ideata da Breuer. L’ipnosi fu usata allo stesso modo, anche durante la seconda guerra mondiale e, quand’essa si concluse, l’atteggiamento degli scienziati nei suoi confronti, migliorò (Kardiner & Spiegel, 1947).

Negli anni ’30, negli Stati Uniti, Clark Hull (1884-1952), medico e professore universitario, era un comportamentista fermamente convinto che solo il comportamento manifesto fosse indagabile, essendo, tutto ciò che avviene nella mente, inconoscibile.

Egli elaborò una teoria relativa all’apprendimento, affermando che se la relazione tra uno stimolo e una risposta riduce i bisogni dell’individuo, allora la probabilità che tale stimolo e tale risposta ricompaiano appaiati in futuro, aumenta.

Il rinforzo è considerato da questo autore come la riduzione di un bisogno che porta al formarsi di una connessione stabile tra stimolo e risposta, che risulteranno così legati dalla forza dell’abitudine (Godino & Toscano, 2007).

Hull realizzò parecchie decine di ricerche sperimentali (Perussia, 2013) e, introducendo l’analisi statistica allo studio dell’ipnosi (Brann, Owens, & Williamson, 2012), la sottomise al metodo scientifico (Valerio & Mammini, 2009).

Egli condusse ricerche sperimentali sull’ipnosi e sui fenomeni che si manifestano sotto ipnosi, come l’amnesia post-ipnotica, le suggestioni post-ipnotiche, l’analgesia, l’iperestesia e le allucinazioni. Ebbe quindi il grande merito di dare all’ipnosi dignità di tecnica terapeutica scientifica e di staccarsi dal senso comune che la svalutava.

Nel 1933, mentre esercitava come insegnante all’Università di Yale, pubblicò Hypnosis and Suggestibility.

Secondo Hull (1933), la suggestione era basata sull’associazione tra stimoli e risposte, in quanto addestrava il paziente a rispondere in un determinato modo a determinati stimoli.

Egli riteneva che gli stimoli diventassero suggestivi perché ripetutamente associati a specifiche risposte entro una procedura di condizionamento controllata da un ipnotista carismatico. Hull cercò di osservare tali procedure individuando meccanismi d’induzione, parole utilizzate dagli ipnotisti, contesto di svolgimento delle sedute, per standardizzarle consentendo di replicarne i successi nella pratica clinica e di sottoporle a indagine sperimentale.

Quindi l’ipnosi era un particolare tipo di apprendimento: un’abitudine. Essa non aveva, inoltre, nulla a che fare con il sonno, anzi era il contrario della letargia, in quanto acuiva le sensazioni degli individui suggestionati.

Hull (1933) sottolineò anche l’importanza del potere e dell’autorità dell’ipnotista, riprendendo le concezioni di Puységur.

Egli considerava l’ipnosi come uno stato d’ipersuggestionabilità. L’ipnosi innalza la normale suggestionabilità del soggetto, presente anche nella vita quotidiana (Godino & Toscano, 2007).

Nel 1923, Milton Erickson, partecipò ad una delle conferenze di Hull ma, in opposizione a quest’ultimo, come sarà evidenziato nel prossimo capitolo, sostenne sempre la centralità del ruolo del paziente nell’ipnosi (Zeig & Munion, 1999).

Tra gli autori che proseguirono nella direzione di Hull vi fu soprattutto Barber (1965) che elaborò un’apposita scala di misurazione della suggestionabilità, la Barber Suggestibility Scale (BSS). Egli concepiva la suggestionabilità non come una caratteristica stabile della persona, ma come una soglia modificabile attraverso procedure particolari, anche linguistiche (Barber & Calverley, 1965).

Osservò come alcuni termini, ad esempio “ipnosi”, riuscissero a modificare l’atteggiamento delle persone che lo ascoltavano, inducendo uno specifico stato d’animo che in questo caso era costituito da un misto di attrazione e paura, perché evocava fenomeni al limite tra scienza e magia.

La scelta accurata di specifici termini veniva utilizzata, quindi, come strumento di suggestione, capace di alterare motivazioni, emozioni e sensazioni del paziente (Barber, 1969).

Successivamente, Orne (Shor & Orne, 1965) ritenne che ulteriori fattori potessero contribuire a configurare uno specifico stato mentale nel paziente, ad esempio motivazioni, aspettative, contesti. Intervenendo su questi fattori, si poteva aumentare l’intensità dello stato ipnotico e distinguere i veri ipnotizzati dai simulatori poiché, a differenza di questi ultimi, chi entrava in uno stato di trance dimostrava una maggiore tolleranza al dolore, eseguiva atti post-ipnotici con rapidità e richiedeva più tempo per uscire dalla trance.

Data la numerosità delle variabili che mediavano la suggestionabilità, in seguito a queste nuove formulazioni, venne realizzato un ulteriore strumento di misurazione, la Stanford Hypnotic Susceptibility Scale (SHSS) in tre forme diverse, forma A, B e C (Weitzenhoffer & Hilgard, 1959; 1962), ognuna delle quali era formata da 12 item corrispondenti a diversi stadi di allentamento della coscienza e dotata di due forme parallele per valutare il cambiamento della suscettibilità dopo specifici addestramenti.

Gli studi sperimentali posero in discussione alcuni presupposti dell’ipnosi, in particolare quello relativo all’esistenza di uno stato alterato della coscienza.

Secondo alcuni autori (Hilgard, 1977; Shor & Orne, 1965), lo stato d’ipnosi differiva soltanto quantitativamente rispetto a una condizione psicologica normale, dunque tutti risultavano ipnotizzabili, poiché le tecniche di induzione servivano soltanto a intensificare livelli di consapevolezza e modalità di funzionamento già presenti.

Secondo altri (Barber, 1969; Sarbin & Coe, 1972), queste tecniche producevano un’alterazione qualitativa, che rendeva diverso lo stato ipnotico rispetto ad altre condizioni psicologiche e che poteva essere ottenuto attraverso specifiche procedure e variabili psicologiche, contestuali e relazionali.

Attualmente, in ambito scientifico, sembra dominare una posizione integrata che riconosce la molteplicità dei fattori implicati nei fenomeni ipnotici e differenzia i livelli di suggestionabilità (Oberhuber, 2000).

Le scale di misura sono ritenute valide da chi discrimina, oggi, tra ipnosi profonda, contrassegnata da amnesia, ed ipnosi media e leggera, diverse a livello di suggestionabilità ma in cui non compare alcuna forma di amnesia. Tra i vari studiosi c’è chi afferma che le patologie più gravi non possono essere guarite se non in ipnosi profonda (Godino & Toscano, 2007). Altri non ritengono invece esista un legame fra profondità della trance e dimensione della risposta (Mosconi, 1998).

Le tecniche ipnotico-suggestive, dopo gli studi clinici e quelli sperimentali, vennero rielaborate da Milton Hyland Erickson, psichiatra statunitense che le modificò e le fondò su nuovi presupposti, apportando innovazioni rivoluzionarie al patrimonio teorico e tecnico relativo all’ipnosi (Mosconi, 1998).

Nel 1958 l’American Medical Association approvò ufficialmente l’ipnosi come metodo di cura, come già aveva fatto la British Medical Association nel 1955.

Nel 1960, in Italia, fu fondata l’Associazione Medica Italiana per lo Studio dell’ipnosi (A.M.I.S.I.), la prima associazione medica per lo studio e l’applicazione dell’ipnosi (Chertok, 1963).

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