Ipnosi indiretta: come usare le storie ipnotiche per l’inconscio

febbraio 9th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Ipnosi | Psicologia Clinica

Erickson predilige la suggestione indiretta a quella diretta perché facilita le naturali tendenze di risposta inconscia del paziente, invece d’imporre il proprio controllo facendo appello alla mente conscia come fa la suggestione diretta.

Aiutare il paziente a tracciare il proprio sentiero, senza obbligarlo in nessuna direzione è, infatti, il compito dell’ipnotista (Mammini & Balugani, 2014).

La suggestione indiretta non consiste nel dare un comando, ma nel facilitare le risorse inconsce del paziente affinché generino risposte autonome.

Per spiegare come avviene questo processo di ricerca autonoma è sufficiente pensare a quando, nel tentativo di ricordare coscientemente un nome, questo possa continuare a sfuggirci ma, dopo l’abbandono di qualsiasi tentativo di ricordo, il nome si presenti improvvisamente e autonomamente alla coscienza. E’ stato dimostrato sperimentalmente che la ricerca inconscia continua alla velocità di trenta elementi al secondo, anche dopo che la mente conscia ha desistito (Erickson & Rossi, 1979).

L’ipnosi è un processo comunicativo con cui il terapeuta porta il paziente a focalizzare la sua attenzione su frasi dal contenuto ambiguo o su affermazioni che generano in lui una lieve confusione, allo scopo di rompere gli schemi razionali che egli normalmente utilizza (Zacchetti, 2015a).

Viene così a crearsi dissociazione tra processi consci ed inconsci tipica della trance; cosicchè sotto ipnosi un individuo agirà in un modo del tutto autonomo rispetto alla sua parte cosciente (Erickson & Rossi, 1979).

Dopo aver ascoltato ed osservato con massima attenzione il suo paziente Erickson di sovente gli narrava delle storie per entrare in comunicazione con il suo inconscio. Le narrazioni di Erickson erano disseminate di suggestioni ipnotiche (Zacchetti, 2015a).

L’approccio di disseminazione consiste nello spargere all’interno di un discorso, di una storia o di un aneddoto, suggestioni sotto forma di concetti o frasi ambigue che facilitino la ricerca di risposte inconsce.

Erickson affermò che la tecnica della disseminazione costituiva il maggior contributo che avesse dato all’ipnosi (Erickson & Rossi, 1976).

Due aspetti dell’approccio di disseminazione sono la focalizzazione associativa indiretta e la focalizzazione ideodinamica indiretta.

La focalizzazione associativa indiretta consiste nel far emergere un argomento durante la conversazione senza riferirlo direttamente al paziente. Il terapeuta conduce così il paziente su una questione che presuppone rivesta un aspetto importante nella sua patologia. Erickson, per esempio, avrebbe potuto parlare della propria madre, sapendo che, per associazione, ciò avrebbe portato il paziente a parlare della sua. La suggestione indiretta dà l’avvio al processo transderivazionale con cui il paziente dà un significato alle parole del terapeuta in base alla propria esperienza.

Tramite la ricerca transderivazionale l’inconscio dell’individuo associa ad uno stimolo esterno le proprie esperienze immagazzinate in memoria. Se l’inconscio del paziente riconoscerà tale associazione come rilevante per il problema allora la utilizzerà per cercare una soluzione (Erickson & Rossi, 1979).

La focalizzazione ideodinamica indiretta si rifà al principio dell’ideodinamismo di Bernheim per cui ogni idea tende a diventare movimento, immagine, percezione o emozione. Erickson era solito disseminare suggestioni durante le sue conferenze descrivendo, per esempio, in modo colorito, in cosa consistessero la levitazione della mano o le allucinazioni. Questo dava l’avvio a risposte ideodinamiche inconsce nella mente degli astanti. Cosicché quando chiamava qualcuno dal pubblico le risposte ideodinamiche si manifestavano facilmente.

Lo stesso accade quando un soggetto resistente osserva le risposte altrui all’ipnosi (Erickson & Rossi, 1979).

Erickson utilizzava metafore, analogie, giochi di parole che già Freud (1905) aveva riconosciuto come strettamente legati all’inconscio. Jung (1912) sottolineava come il simbolo non fosse solo qualcosa che sta al posto di qualcos’altro ma come qualcosa che sta per raggiungere la mente cosciente.

Anche Erickson (1967), sosteneva che l’inconscio possedesse una sintassi propria, diversa da quella convenzionale e altamente simbolica; dunque, per comunicare con esso, occorreva utilizzare costrutti linguistici che sfidassero la logica e stimolassero le funzioni associative e creative dell’emisfero destro.

Le metafore non “rompono” traumaticamente la rigidità dei comportamenti disadattivi, aggredendoli in modo diretto, ma la dissolvono gradualmente.

Esse sono utili nel percorso di guarigione, considerando che qualsiasi cambiamento incontra inizialmente una resistenza, perché tutte le abitudini anche quelle disfunzionali possiedono una forza d’inerzia che le fa protrarre a lungo (Mosconi, 2008).

Erickson utilizzava copiosamente il discorso metaforico. Le stesse resistenze iniziali vengono da lui illustrate attraverso la metafora dell’uomo che vuole cambiare il corso di un fiume: se lo contrasta o tenta di fermarlo con una pietra, il fiume riesce facilmente ad aggirare l’ostacolo proseguendo nel suo fluire. Se invece l’uomo ne accetta la forza e la devìa in un’altra direzione, la corrente del fiume finisce per scavarsi un nuovo letto (Haley, 1976).

Quando, infatti, si mette in discussione il contenuto dei pensieri del paziente o l’utilità dei suoi schemi comportamentali, anche se risultano disfunzionali, questi tende a difenderli in quanto parte di sé; oppure finisce per accettare passivamente le critiche in quanto provengono da un’autorità che induce il paziente ad assumere un atteggiamento compiacente.

La resistenza fa parte di un patrimonio iniziale di conoscenze ed esperienze che egli ha saputo costruirsi, che gli è servito per affrontare la realtà e che ha dimostrato le sue capacità di reazione. Il terapeuta, usando un linguaggio metaforico, può vincerla.

Inoltre, le parole, nelle metafore, non ricoprono più il loro ambito consueto e si presentano alla mente dell’ascoltatore come fossero dei quesiti, che costringono a una riorganizzazione delle proprie rappresentazioni attraverso la ricerca transderivazionale (Mosconi, 2008).

La metafora e l’analogia così, usando il linguaggio dell’inconscio, riescono a depotenziare i modelli disadattivi del paziente e a generare nuovi livelli di coscienza. Jung (1916) a tal proposito parlava di funzione trascendente che porta all’evolversi di modelli nuovi di consapevolezza integrando conscio e inconscio.

Erickson comunicava con il paziente sia a livello deterministico, quando mirava ad aumentare la consapevolezza del paziente su contenuti che riteneva legati al suo problema, che non deterministico, quando il paziente raggiungeva dei risultati che né lui né il terapeuta avrebbero mai potuto immaginare: questo accadeva la maggior parte delle volte e portava, con più efficacia, alla guarigione.

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