10 Tecniche da usare prima di ipnotizzare

febbraio 17th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Ipnosi | Psicologia Clinica

Un individuo può essere ipnotizzato in qualsiasi luogo, ma le variabili ambientali dello studio del terapeuta possono facilitare o meno l’ipnosi.

Lo studio del terapeuta dovrebbe essere il più tranquillo possibile, privo di rumori molesti che possano distrarre il paziente e impedirgli di focalizzarsi sulle sue esperienze interiori (Yapko, 2003).

Può succedere, che mentre il paziente è concentrato sulle parole dell’operatore, si presenti un rumore dall’esterno; il terapeuta dovrà essere pronto a neutralizzarlo, includendolo nella sua suggestione, come avviene nell’esempio che segue:

I rumori che può sentire intorno a lei… mentre si immerge più profondamente in se stesso… fanno parte della routine, sono i suoni della vita quotidiana… e può lasciare che attraversino la sua attenzione cosciente e ne escano con la stessa rapidità con cui sono entrati… I rumori dell’ambiente sono così abituali che può lasciarli semplicemente scivolar via… (Yapko, 2011, p.77).

L’illuminazione della stanza deve favorire il rilassamento del paziente ed è perciò indicato sia soffusa. La temperatura dell’ambiente dev’essere gradevole e il soggetto dev’essere seduto comodamente perché, quando il suo corpo si immobilizzerà, dovrà essere sostenuto in modo valido soprattutto a livello della schiena e del collo (Yapko, 2003).

Loriedo e Acri (2009) sottolineano la distinzione esistente tra set e setting.

Il set si riferisce alle variabili logistiche descritte anche da Yapko (2003), che vanno dall’adeguatezza del luogo dove si tiene la terapia, agli accordi sui pagamenti delle sedute, alle decisioni che vengono prese sulla frequenza delle sedute. Di solito le sessioni ipnotiche vanno dalle 2 alle 5, ed è poco frequente che si superino le 10 (Perussia, 2013).

Per quanto riguarda le variabili ambientali relative all’arredamento e alla disposizione dei mobili, più sarà grave il disturbo del paziente più sarà opportuno garantirne la stabilità (Loriedo & Acri, 2009).

Il setting invece si riferisce, all’opposto, a qualcosa d’interiore che riguarda sia il terapeuta che il paziente, ad uno spazio, non più fisico, ma  psicologico. Il paziente si adegua all’impostazione mentale del terapeuta e lo assurge a guida nel cambiamento psicoterapeutico, trova nella mente del terapeuta un luogo sicuro e libero dove si sente pienamente  accettato; il terapeuta allo stesso modo si adegua al paziente. Nel setting confluiscono i processi mentali del terapeuta e del paziente, tra i quali si crea una profonda sintonia che confluisce nel rapport dove nascono realtà inconsce comuni e si stabiliscono significati congiunti.

A questo proposito Valerio e Mammini (2009) parlano di sintonizzazione intermodale simile a quella di una madre che si sintonizza sull’attività, la vocalizzazione e l’espressione fisica del suo bambino. Essa coinvolge i neuroni specchio che sono relati alla capacità innata dell’essere umano di mettersi in relazione con gli altri.

Per raggiungere l’armonia del rapport, può essere utile l’utilizzo dell’umorismo. Tramite lo humor il terapeuta conduce il paziente alla sdrammatizzazione del suo problema e a una sua presa di visione da un differente punto di vista (Loriedo, 2006b).

Nel setting è necessario vigano regole e limiti. A tal proposito Loriedo ed Acri (2009) citano la deontologia professionale, la preparazione teorica del terapeuta, ossia il suo paradigma di riferimento, e la conoscenza tecnica del terapeuta, nonché la capacità di metterla in atto. Esse sono indispensabili perché i risultati terapeutici siano sistematici e prevedibili.

Oltre al set e al setting, il terapeuta, prima di iniziare la seduta, prende in considerazione anche alcune variabili fisiche relative al paziente. A chi si sottopone all’ipnosi sarà richiesto di indossare abiti non troppo stretti e costringenti, di togliersi le scarpe e gli occhiali o le lenti a contatto se li indossa e lo desidera, di slacciarsi il primo bottone della camicia, di togliersi la giacca, e di eliminare gomme e caramelle dalla bocca che lo potrebbero soffocare nel momento del rilassamento. Inoltre il paziente sarà invitato a spegnere il cellulare (Perussia, 2013).

Tutte le sostanze psicoattive (farmaci, alcol e droghe) diminuiscono la capacità di concentrazione di un individuo e perciò ostacolano l’induzione ipnotica. Anche alcuni sintomi del soggetto, quelli relativi al dolore, all’ansia o alla depressione per esempio, possono interferire con la sua capacità di focalizzazione dell’attenzione. Per questo il terapeuta dovrà essere ancora più abile e attento nel trattamento di alcuni pazienti. Infine, la stanchezza estrema o l’indisposizione di un individuo possono ostacolare l’induzione della trance. Può succedere che il terapeuta si trovi di fronte ad un soggetto malato che tossisce o starnutisce; in questo caso, come nell’eventualità di rumori provenienti dall’esterno, dovrà essere in grado di utilizzare gli elementi di disturbo a favore dell’induzione ipnotica o del suo approfondimento:

“Mentre ti schiarisci la gola… la tua gola si può rilassare… e poi tu ti puoi rilassare ancora più profondamente” (Yapko, 2011, p.78).

Dopo aver sistemato tutte le variabili relative all’ambiente e prima di mettere a proprio agio il paziente ed indurgli l’ipnosi, il terapeuta si dedicherà al colloquio clinico. Durante il colloquio preliminare viene effettuata l’anamnesi, si raccoglie cioè la storia clinica e di vita del paziente, la sua biografia, i sui sintomi, i disturbi passati e presenti. Se il paziente si è rivolto al terapeuta per uno specifico disturbo, egli indagherà a fondo su di esso; chiederà al paziente quando il problema si è presentato per la prima volta, in concomitanza di che episodi di vita, come si sia evoluto nel tempo, a che sensazione somatica sia legato o a quali pensieri, che cosa peggiori il disagio e che cosa lo possa alleviare, e infine come il paziente immagina la propria vita una volta che si sarà liberato del suo disturbo. Si discutono inoltre gli obiettivi che si vogliono raggiungere, e il terapeuta sana eventuali paure e preconcetti legati all’induzione della trance e dovuti alla divulgazione di false credenze da parte di film, trasmissioni tv e spettacoli da palcoscenico legati all’ipnosi. L’ipnoterapeuta rassicura inoltre il paziente dicendogli che non perderà mai il controllo della situazione e che potrà interrompere la seduta in qualsiasi momento (Perussia, 2013).

Infine, chiedere al paziente cosa conosca dell’ipnosi e se sia mai stato ipnotizzato, è fondamentale non solo a fini informativi ma anche nel determinare l’induzione ipnotica, perché può facilitarla, suggerendola.

“Hai già fatto un’esperienza d’ipnosi prima di questa?” (Loriedo, 2006b, p.69).

Con questa domanda si suggerisce al paziente che quella in corso sia un’esperienza ipnotica. Pertanto, risulta chiaro, che l’induzione della trance spesso inizia già durante la prima seduta. L’aspettativa, che il paziente si crea rispetto all’ipnosi, riveste un ruolo chiave nell’induzione ipnotica che segue il primo colloquio. Essa, infatti, influenza in modo determinante la successiva risposta del soggetto alle suggestioni del terapeuta (Del Castello & Casilli, 2007).

Alcuni ipnoterapeuti, dopo il colloquio preliminare e prima dell’induzione della trance, somministrano al paziente un test d’ipnotizzabilità, per determinare se la profondità della trance durante l’ipnoterapia sarà alta, media o bassa.

I neo-ericksoniani, come già sottolineato nel terzo capitolo di questa tesi, non considerano il grado di profondità della trance come una caratteristica stabile del paziente, ossia un tratto della sua personalità. Esso dipenderebbe, invece, principalmente dal rapport che si viene ad instaurare tra paziente e terapeuta, e sarebbe sempre da collocarsi all’interno di una terapia creata su misura (tailoring) per quel paziente. Dunque, per essi, perde di significato la somministrazione, a soggetti diversi, di item standardizzati uguali per tutti.

Tuttavia oggi sembra esservi una crescente richiesta di terapie supportate empiricamente (Yapko, 2003) così, anche, in ambito di ricerca si vuole testare se il grado d’ipnosi sia oggettivamente misurabile e, a tal proposito, vengono utilizzate principalmente le tre forme, A, B e C, della Stanford Hypnotic Susceptibility Scale (SHSS) (Weitzenhoffer & Hilgard, 1959; 1962). Le stesse scale vengono spesso utilizzate nello studio del terapeuta tra il colloquio preliminare e l’induzione ipnotica.

A favore della somministrazione di test standardizzati prima dell’ipnoterapia c’è chi è convinto che persone diverse presentino gradi diversi di risposta alle suggestioni.

Lynn e Shindler (2002) sostengono che la possibilità di valutare l’ipnotizzabilità sia fondamentale, visto che la ricerca ha evidenziato un legame tra livello della trance e la possibilità di curare vari disturbi con l’ipnoterapia.

Lo stesso Hilgard (1982) affermava che misurare la capacità del paziente di cadere in trance più o meno profonda, era fondamentale per determinare se usare l’ipnosi per curarlo, oppure optare per una terapia più appropriata.

Nonostante le visioni contrastanti concernenti la somministrazione di test standardizzati, è indispensabile che non si perda di vista che tutti i clinici e ricercatori odierni hanno un unico scopo che li accomuna, ossia quello di far sì che il proprio paziente tragga i maggiori benefici possibili dall’ipnoterapia (Yapko, 2003).

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