7 Tecniche di Ipnosi per la Terapia della Fobia Sociale

febbraio 22nd, 2018 | Posted by Igor Vitale in Ipnosi | Psicologia Clinica

Le fobie specifiche non sono innate, ma sono acquisite durante la crescita e costituiscono una forma di apprendimento. A volte la fobia deriva dall’osservazione di alcune reazioni fobiche da parte di figure di riferimento. La differenza tra una fobia appresa e una paura naturale (per esempio quella di una lepre che fugge da un falco), sta nell’irrazionalità e nella reazione esagerata dell’individuo rispetto allo stimolo fobico (per esempio il terrore di un uomo alto due metri nei confronti di un ragno innocuo).

Il paziente può percepire la sua fobia come se non gli appartenesse del tutto, come se a rispondere allo stimolo fobico fosse una parte slegata dalla sua consapevolezza ordinaria.

In questo senso la fobia può essere considerata per molti aspetti simili alla dissociazione e alla suggestione. Un individuo si può ritrovare ad avere una paura immotivata per esempio per un odore, osmofobia, e percepire con molta ansia il profumo del rosmarino, come se fosse stato portato a questo da una suggestione post-ipnotica (Perussia, 2013).

L’esposizione immaginativa all’oggetto o alla situazione temuti, durante la trance, è in grado di riprodurre la paura ad esso associati. Per questo, sotto ipnosi, si può agevolmente lavorare sulle paure senza che il loro oggetto sia fisicamente presente, per poi trasferire il risultato terapeutico nella realtà individuale (Dads, Bovberg, Redd, & Cutmore, 1997).

Un singolo evento collocato nel passato è spesso all’origine della fobia, ma se un tempo la paura poteva anche costituire una risposta adeguata a una determinata situazione o oggetto, nel presente questa risposta risulta inadeguata e irrazionale. Il terapeuta sotto ipnosi cerca d’identificare l’evento passato che ha scatenato il problema, perché anche se durante l’anamnesi egli avrà già interrogato il paziente circa la causa scatenante della fobia, è consapevole che quello riportato dal paziente potrebbe non essere il primo ricordo legato al problema. Dopo l’induzione, l’approfondimento e la creazione del safe place, il terapeuta proseguirà con delle suggestioni per tentare di scoprire l’origine della paura. Se questa viene scoperta, è possibile che si manifesti abreazione da parte del soggetto, e il terapeuta dovrà essere pronto a contenerla e a trattarla. Oltre alla regressione temporale, il terapeuta può utilizzare la così detta tecnica della problem room (stanza del problema), per scoprire dove si celi la prima memoria dell’evento fobico (Brann, 2012).

Come descrive Brann (2012) a proposito di alcuni suoi casi clinici, il paziente sarà suggestionato, dopo l’induzione ipnotica, a percorrere i corridoi della sua mente e a scendere, piano dopo piano, nella profondità della sua psiche. Qui si trova la problem room in cui il paziente è invitato ad entrare e a riferire al terapeuta cosa vi si nasconda all’interno.

Quando l’evento scatenante viene alla luce, il terapeuta può procedere verso la risoluzione del disturbo. Se l’esposizione al ricordo fobico, ha causato forte disagio al paziente, il terapeuta procederà a rassicurarlo e a e suggerirgli di tornare mentalmente nel suo safe place a cui il soggetto sarà stato ancorato in precedenza. Il terapeuta coglierà, inoltre, l’occasione per spiegare al paziente che la sua reazione a quello specifico oggetto o situazione era appropriata un tempo, ma che ora è inadeguata. La tecnica dell’older wiser self è quella più appropriata in questa fase, per contribuire a risolvere il disagio originale del soggetto. Anche la computer technique è utile e metaforica; il terapeuta parlerà al paziente di un vecchio programma, relativo all’infanzia, da aggiornare e archiviare nel suo personal museum (Brann 2012).

Non è comunque detto che si scopra una causa scatenante la fobia. Essa infatti potrebbe non emergere mai, e non è il caso che il terapeuta si ostini nella sua ricerca visto che il paziente può essere condotto alla guarigione anche con un altro metodo cognitivo-comportamentale ampliamente utilizzato: la “desensibilizzazione sistematica” (Wolpe, 1958).

Il terapeuta dopo aver indotto una condizione di rilassamento fa visualizzare al paziente la situazione o l’oggetto temuto facendo in modo che il soggetto venga esposto mentalmente per gradi alla situazione fobica, partendo dalla fase meno ansiogena per arrivare alla più temuta.

Prendiamo il caso di una persona che presenti la fobia di volare, un esempio di come il terapeuta può procedere è il seguente:

Hai chiuso la valigia, stai tranquillo, sereno, saluti le persone che ti stanno accanto… Finalmente avrai un periodo di tempo solo a tua disposizione […] ora ti dirigi con la macchina verso l’aeroporto… Puoi ascoltare quel brano musicale che ti piace molto, ma che non riesci mai ad ascoltare interamente perché hai mille pensieri per la testa […] ora sei comodamente seduto sull’aereo… osservi le persone che ti stanno accanto… sono tranquille […] ora finalmente vi allacciate le cinture di sicurezza… un bel respiro profondo, la testa appoggiata alla poltrona… finalmente si parte… una piacevole sensazione di libertà… (Weilbacher & Cagiada, 2015, pp.280-281).

Possono essere utilizzati anche comandi post-ipnotici che prevedono che il terapeuta suggestioni il paziente affinché in futuro egli richiami alla memoria le immagini rilassanti vissute durante l’ipnosi.

Terminato il percorso immaginativo sotto ipnosi, il paziente è spinto a realizzare nella sua vita reale ciò che ha vissuto tramite fantasia guidata. È opportuno che durante l’esposizione in vivo, ci sia accanto al soggetto fobico una persona affidabile in grado di sostenerlo, questa può essere il terapeuta stesso. E’ bene inoltre che se il terapeuta non potesse essere fisicamente presente nel momento in cui il suo paziente si espone in vivo alla situazione fobica, egli sia almeno sempre raggiungibile telefonicamente (Perussia, 2013).

Per contrastare particolari momenti di difficoltà, è possibile inoltre dotare il paziente di “sollievi di contrasto” oggetti simili ad amuleti che il soggetto può portare con sé per tranquillizzarsi. Aquilar, e Del Castello (2014), riportano l’esempio di una paziente che faceva tintinnare le chiavi di casa quando si trovava in difficoltà, per sentirla vicina e diminuire la sua ansia. Risulta chiaro che questi oggetti hanno la capacità di ancorare il paziente a situazioni di benessere e tranquillità.

Un aspetto che il terapeuta deve considerare, quando si trova di fronte ad un paziente fobico, è che egli ha spesso paura di perdere il controllo una volta sotto ipnosi. Il terapeuta dovrà mettere in chiaro con il soggetto che la trance usata a fini terapeutici, è una condizione in cui il paziente è collaborativo, consapevole e partecipe, piuttosto che un passivo esecutore di ordini (Aquilar & Del Castello, 2014).

L’ipnosi usata a scopi terapeutici nel trattamento delle fobie ha la capacità di ridurre la sensazione di dipendenza dal terapeuta e di far sentire il paziente attivo (Spiegel, 2014). Proprio perché sotto ipnosi, il paziente sperimenta sia il sostegno offerto da una guida competente, sia l’indipendenza. La trance, infatti, è sempre auto-ipnosi, una condizione attivata e vissuta dal paziente in prima persona, un’esperienza totalmente sua che, anche il fobico, imparerà a non temere.

In definitiva, dunque, l’efficacia dell’ipnosi nel trattamento delle fobie specifiche, potrebbe essere dovuta anche al fatto che questa tecnica soddisfa contemporaneamente i due bisogni spesso presenti nei fobici, cioè quello di autonomia e quello di protezione (Aquilar & Del Castello, 2014).

Barlow, Raffa e Cohen (2002) affermano che benchè i migliori risultati nel trattamento di un ampio spettro di fobie specifiche si ottengano con l’esposizione in-vivo anche l’esposizione immaginativa del soggetto sortisce dei buoni risultati nel loro trattamento.

Alcuni case report mettono in evidenza come l’ipnosi abbia portato a dei buoni risultati nel trattamento delle fobie degli animali (Brann, 2012; Schneck, 1952), dell’aracnofobia (Brann, 2012), della claustrofobia (Brann, 2012), dell’aerofobia (Brann, 2012; Hirsch, 2012; Milne, 1988), della belonefobia (Brann, 2012; Cyna, Tomkins, Maddock, & Barker, 2007), della fobia dentale (Brann, 2012), dell’amaxofobia (Hill & Bannon-Ryder, 2005; Iglesias & Iglesias, 2013), dalla fagofobia (Reid, 2016), dalla tocofobia e ipertensione da camicie bianco (Williamson & Gregory, 2015).

L’ipnoterapia viene inoltre utilizzata nel trattamento del disturbo d’ansia sociale, caratterizzato da una paura forte e persistente verso situazioni sociali o prestazionali in cui il soggetto potrebbe sentirsi in imbarazzo.

La bontà dell’utilizzo dell’ipnosi per contrastare l’ansia da esami è stata dimostrata da alcune ricerche (Gruzelier, Smith, Nagy, & Henderson, 2001; Laidlaw, Naito, Dwivedi, Enzor, Brincat, & Gruzelier, 2003; Mathur & Khan, 2011; Nath & Warren, 1995; Sapp, 1991).

Un training costituito da tecniche cognitivo-comportamentali di modificazione dei pensieri irrazionali, affiancato a tecniche ipnotiche, è risultato efficace in tre studenti, per ridurre l’ansia e lo stress precedente agli esami e migliorarne la performance (Kai & Yu, 2006).

Un trial clinico ha verificato empiricamente l’effetto di altri due training sul rendimento scolastico di 119 studenti universitari, divisi in due gruppi sperimentali e due gruppi di controllo. Uno dei gruppi sperimentali è stato sottoposto ad ipnosi guidata e l’altro a rilassamento ipnotico. Un gruppo di controllo è stato esposto a semplice rilassamento, mentre l’altro non ha ricevuto alcun intervento. I due training ipnotici hanno avuto un effetto significativo sul rendimento scolastico dei partecipanti, che non è stato trovato nei gruppi di controllo. Per quanto riguarda l’efficacia dei due training ipnotici, invece, non è stata rilevata alcuna differenza significativa (De Vos & Louw, 2006). Un trial clinico meno recente, invece, ha messo in luce che il gruppo di studenti ipnotizzati migliorava in modo significativo nel far fronte allo stress da esame, ma non c’era nessun miglioramento significativo nelle prestazioni durante gli esami (Palan & Chandwani, 1989).

Con lo studente che soffre di questa particolare forma d’ansia, il terapeuta potrà procedere con il rilassamento e guidare lo studente verso il suo special place. Gli possono venir fornite inoltre delle suggestioni che ne rafforzino l’Ego, facendogli immaginare il successo scolastico. Le sensazioni di tranquillità e di fiducia nel buon esito dell’esame vengono ancorate, in modo che ogni volta che lo studente stringerà pollice e indice tra loro, riuscirà a tranquillizzarsi e a superare ogni blocco emotivo che potrebbe inibire la performance. Ciò che è stato fatto nello studio del terapeuta viene ripreso a casa dallo studente sotto forma di autoipnosi; a volte anche riascoltando la  registrazione della seduta dell’ipnotista, per vari giorni prima dell’esame (Perussia, 2013).

Per quanto riguarda l’ansia da prestazione degli sportivi, le tecniche ipnotiche in abbinamento al coaching per il miglioramento delle performance sono risultate più efficaci nella gestione dell’ansia relativa alla performance e nel miglioramento della performance stessa, rispetto al coaching abbinato a tecniche di rilassamento praticate in assenza di ipnosi (Palmer, 2008).

L’ipnosi nello sport, viene utilizzata per sgomberare la mente dell’atleta da pensieri intrusivi e perché egli riesca a mantenere la massima concentrazione sull’obiettivo da raggiungere: non basta infatti che i muscoli siano ben allenati perché, a vincere o a perdere, è sempre anche la testa. L’ipnosi è utile nello sport, oltre che a controllare l’ansia e migliorare la concentrazione dell’atleta, per accrescerne la motivazione e la fiducia in se stesso, per rendere efficaci le sue visualizzazioni performative, per aiutarlo a controllare il dolore e infine, per mantenere la sua performance all’interno di quella condizione di rendimento ideale che viene definita come lo stato mentale in cui la persona è in the bubble, ossia dentro la bolla (Perussia, 2013).

Nel disturbo d’ansia sociale il far immaginare al paziente sotto ipnosi di superare le sue paure, lo può portare dopo relativamente poche sedute alla risoluzione del suo disturbo.

La terapia può consistere nel suggestionare il soggetto a visualizzare una situazione che di solito lo mette a disagio. Quando il soggetto si è calato in quest’immagine mentale, il terapeuta gli suggerisce che l’atmosfera si stia facendo sempre più gradevole e rilassante e che tutti gli astanti siano molto cordiali con lui (Perussia, 2013).

Nel trattamento dell’ansia sociale il terapeuta può, inoltre, utilizzare le tecniche di rafforzamento dell’Ego, perché il paziente guadagni fiducia in se stesso (Brann, 2012).

Infine le suggestioni post-ipnotiche saranno utili perché il soggetto si senta a suo agio in situazioni reali in cui si trovi a confrontarsi con altre persone o parlare in pubblico (Perussia, 2013).

Alcuni case report (Feeney, 2004; Frankel, & Macfie, 2010; Iglesias & Iglesias, 2014; Lipsett, 1998; Rogers, 2008) e trial clinici (Schoenberger, Kirsch, Gearan, Montgomery, & Pastyrnak, 1997; Stanton, 1991) hanno dimostrato l’efficacia dell’ipnosi nel trattamento del disturbo d’ansia sociale.

Con l’ipnosi si possono infine trattare la fobia dentale e le fobie legate alle operazioni chirurgiche.

Una rassegna critica della letteratura scientifica ha documentato come l’ipnosi sia efficace nel trattamento della fobia specifica per le operazioni odontoiatriche (Willemsen, 2003), come evidenziato anche da più recenti case report (Brann, 2012; Gow, 2006; Meyerson & Ratson, 2015) e un trial clinico relativo alla capacità di ridurre l’ansia in pazienti che devono subire un’estrazione dentale (Glaesmer, Geupel, & Haak, 2015).

Uno studio abbastanza recente, però, elegge a trattamento d’elezione per placare l’ansia legata alle cure odontoiatriche, la CBT, sebbene anche l’ipnosi risulti essere efficace (Wannemueller, Joehren, Haug, Hatting, Elsesser, & Sartory, 2011). Una revisione critica degli studi condotti sui bambini e sugli adolescenti fino ai 16 anni d’età (Al-Harasi, Ashley, Moles, Parekh, & Walters, 2010) afferma che, anche se un numero considerevole di episodi sembrano indicare i vantaggi di usare l’ipnosi in odontoiatria pediatrica, a causa dell’esiguo numero di studi randomizzati controllati non si può giungere a nessuna conclusione scientificamente provata.

Infine, un numero esiguo di trial clinici, dimostrano come l’ipnosi sia efficace nel trattare la fobia che precede un intervento chirurgico (Hızlı, Özcan, Selvi, Eraslan, Köşüş, Baş, Yıkılmaz, Güven, & Başar, 2015; Saadat, Drummond-Lewis, Maranets, Kaplan, Saadat, Wang, & Kain, 2006; Schnur, Bovbjerg, David, Tatrow, Goldfarb, Silverstein, Weltz, & Montgomery, 2008).

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