Tecniche di Ipnosi per il trattamento di Anoressia e Bulimia

febbraio 25th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Ipnosi | Psicologia Clinica

I disturbi del comportamento alimentare possono essere considerati una grave forma di autolesionismo. Le anoressiche sono di solito ossessive, perfezioniste e si pongono degli obiettivi molto alti.

Esse, presentano spesso un’ostilità interna che si esplicita sotto forma di inedia, questi sentimenti di ostilità sono diretti verso le figure genitoriali, di solito la madre. Tramite il loro disturbo prendono il controllo sull’attività che percepiscono inconsciamente come l’unica che possono controllare: ossia il peso corporeo. L’anoressica spesso nega anche a se stessa di avere un problema e tende a nascondere agli altri il fatto che rifiuta il cibo, per esempio potrebbe presentarsi ad un pranzo dicendo che ha già mangiato (Kraft & Hawkins, 2012).

I disturbi alimentari sono spesso associati a disturbi dell’umore, in primo luogo alla depressione accompagnata da disistima di sé, ansia e sensi di colpa (Merati, Weilbacher, & Barbagelata, 2015).

L’ipnotista dovrà trattare tutti i disturbi ad essa associati come descritto nei paragrafi precedenti.

L’ipnosi risulta essere utile nel trattamento dell’anoressia nervosa quando rafforza l’Io del paziente portando a dei miglioramenti sul suo piano esistenziale e in ambito di autostima; essa risulta molto meno utile, invece, quando tenta di imporre al paziente anoressico il gesto automatico di cibarsi o, al contrario, quando prova a sradicarlo nel paziente obeso (Perussia, 2013).

Sia l’anoressia che la bulimia nervosa sono accompagnate da dismorfismo corporeo (Merati, Weilbacher, & Barbagelata, 2015).

Una tecnica, tra le più attuali, per combattere l’anoressia è quella di Walsh (2010) che utilizza nelle sue sedute ipnotiche, il dialogo ideomotorio, finger-talking, in cui il movimento delle dita della paziente, serve per avere delle risposte dal suo inconscio; per cui l’anoressica ipnotizzata viene addestrata a muovere un dito, per dare un segnale di assenso, e a muoverne un altro per dare un segnale di dissenso.

La tecnica di Walsh è diretta alla modificazione della distorsione dell’immagine di sé, tipica di chi soffre di anoressia nervosa.

Il terapeuta suggestiona la paziente facendole immaginare uno specchio ed accanto ad esso due paia di occhiali. Le suggerisce di prendere il primo paio, quello del disturbo alimentare e di indossarli. Ciò che vedrà l’anoressica non muterà rispetto a ciò che è abituata a vedere di se stessa. Quando invece indosserà il secondo paio, quello con le lenti della realtà, sarà suggestionata a vedersi come tutte le altre persone la vedono, ossia com’è realmente. La paziente verrà suggestionata ad apprezzare alcune delle caratteristiche del suo corpo. Inoltre, previo l’aver chiesto alla medesima di verbalizzare il feedback della sua esperienza, sempre sotto ipnosi le verranno offerte delle lenti a contatto della realtà e le saranno date delle suggestioni post-ipnotiche, in modo che le indossi anche in stato di veglia. Le risposte ideomotorie inconsce serviranno perché il terapeuta possa accertarsi che le lenti vengano effettivamente indossate (Walsh, 2010).

Alternativamente il terapeuta può utilizzare la trance e l’immaginazione guidata per aiutare la paziente a creare il suo special place e poi procedere con il rafforzamento del suo Io. Successivamente utilizzando la tecnica della time road imagery, descritta in precedenza a proposito degli attacchi di panico, l’anoressica potrà ritornare agli eventi responsabili del disturbo, e risolverli. Questi possono essere associati ad esempio ad una madre eccessivamente controllante. Il terapeuta indagherà inoltre per scoprire quali siano i timori maggiori della paziente. Questi timori a volte sono così gravi da dover essere trattati come fobie. I più comuni, saranno quelli di perdere il controllo, e per questo di diventare inaccettabili all’altro e di essere respinte. Per questo l’ipnoterapia deve fornire a chi soffre di anoressia un sentimento di maggior controllo sulla propria realtà (Kraft & Hawkins, 2012), ma non sulla propria dieta, perché in questa l’anoressica ha assolutamente vinto la battaglia del controllo (Aquilar, Del Castello, & Esposito, 2005).

Pierre Janet (Vanderlinden & Vandereycken, 1988) è stato il primo ad usare l’ipnosi nel trattamento dell’anoressia nervosa. Egli credeva che il concetto d’idee fisse fosse d’importanza determinante nell’eziologia di questo disturbo.

Numerosi case report indicano come l’ipnoterapia sia utile nel trattamento dell’anoressia nervosa (Ambrose & Newbold, 1980; Baker & Nash, 1987; Birnie, 1936; Brenman & Gill, 1947; Brenman & Knight, 1945; Erickson & Rossi, 1979; Segal, 2001; Yapko, 1986b; Walsh, 2010) anche in abbinamento alla terapia cognitivo-comportamentale (Roy, 2014; Yapko, 1986a).

L’ipnosi nello studio di casi singoli è stata utile per risolvere problemi di fondo, migliorare l’autocontrollo delle pazienti e istruirle nell’utilizzo dell’auto-ipnosi. Con le anoressiche ciò che risulta davvero curativo è l’accrescimento del loro senso di sicurezza, della loro autostima (Perussia, 2013).

Tuttavia il numero di  studi randomizzati controllati è troppo esiguo per poter attestare la validità di questo trattamento (Kraft & Hawkins, 2012).

Anche la bulimia nervosa è più frequente nella popolazione femminile che maschile. Essa si riferisce ad una condizione nella quale la paziente combina l’abbuffarsi, a comportamenti compensatori come il vomito autoindotto, l’abuso di lassativi, il digiuno e l’attività fisica eccessiva.

Come nell’anoressia, la paziente è ossessionata dall’idea che il suo peso possa aumentare e la sua autostima dipende dalla sua forma fisica.

Le pazienti bulimiche ingurgitano in modo molto rapido, ingenti quantità di cibo, per poi provvedere ad eliminarlo. Anche le bulimiche come le anoressiche spesso presentano nella loro biografia un trauma precoce irrisolto (Covino, Jimerson, Wolfe, Franko, & Frankel 1994).

La paziente bulimica è di solito caratterizzata da appartenenza alla classe media o alta, ed ha un’istruzione universitaria. L’esordio si ha nella tarda adolescenza. La maggior parte delle pazienti riferiscono che l’abbuffata è preceduta da un momento di tensione eccessiva e che la solitudine o la noia portano ad essa (Leon, Carroll, Shrank, & Finn,1985).

La bulimia come l’anoressia può avere effetti molto seri sulla salute fisica delle pazienti e anche sulle loro relazioni sociali. Inoltre, come le anoressiche, le bulimiche soffrono di depressione, ansia e bassa autostima, sono perfezioniste e hanno un grande bisogno di approvazione. Così come per l’anoressia, il terapeuta dopo aver indotto la trance rinforza l’Io della paziente (Kraft & Hawkins, 2012).

È stato dimostrato che le pazienti bulimiche sono più altamente ipnotizzabili rispetto alla norma (Barabasz, 1990, 1991; Covino, Jimerson, Wolfe, Franko, & Frankel, 1994; Kranhold, Baumann, & Fichter, 1992; Pettinati, Horne, & Staat, 1985; Sanders, 1986; Vanderlinden, Spinhoven, Vandereycken, & van Dyck, 1995).

Hawkins (2012) riporta il caso di una paziente guidata a costruire strategie di coping alternative all’abbuffata, che le permettano di gestire meglio la sua ansia attraverso la tecnica del mirror exercise (esercizio dello specchio). La tecnica consiste nel far chiudere gli occhi alla paziente e nel farle immaginare uno specchio dietro alle sue spalle in cui compaia un’immagine di come non desideri essere. Successivamente viene invitata ad immaginare uno specchio davanti a sé in cui vi è un’immagine di come vorrebbe invece apparire. Il terapeuta successivamente le chiede verso quale specchio voglia dirigersi. Ovviamente la paziente sceglierà di avanzare verso lo specchio davanti a sé, la possibilità di scelta, infatti, è solo apparente. Una volta che la paziente avrà compiuto un passo verso l’immagine desiderata, sarà invitata dal terapeuta a sentire le sensazioni piacevoli che proverebbe se la sua realtà corrispondesse all’immagine proiettata in quello specchio. L’intero ciclo viene poi ripetuto per quattro o cinque volte, per far sì che l’immagine negativa alle spalle della paziente, risulti molto meno convincente.

Dopo aver effettuato l’esercizio dello specchio, la giovane donna viene invitata a prendere in considerazione metodi alternativi con cui poter, metaforicamente parlando, nutrire se stessa. Viene suggestionata a farsi un bagno caldo, suonare il clarinetto, versarsi del caffè, dedicarsi alla lettura, telefonare ad un amico, rilassarsi e guardare la tv. Le viene chiesto di immaginare se stessa fare ognuna di queste cose ed è suggestionata a provare emozioni positive in relazione ad esse. La paziente viene anche invitata a stilare una sua lista personale di cose piacevoli da fare e, ogni volta che, a casa, si sente depressa o ansiosa, di sceglierne una invece di mangiare. Inoltre deve ascoltare una registrazione atta al rafforzamento dell’Ego e a fare gli esercizi di autoipnosi prescritti in precedenza.

In una seduta successiva viene applicata una tecnica chiamata, Ego-state therapy, terapia dello stato dell’Io (Karle & Boys, 1987). In trance viene chiesto alla paziente di andare dentro alla sua mente e cercare la parte di se stessa che vuole essere magra. Il terapeuta scopre che questo programma negativo che gestisce il comportamento alimentare della giovane donna, ha iniziato ad essere attivo quando la paziente aveva circa 10 anni. Il suo esordio è legato ad una serie di ragioni: relazioni familiari inadeguate, concetto di sé autosvalutativo, messaggi di magrezza provenienti dalla famiglia, dalla televisione e dalla pubblicità.

La giovane donna, come molte altre pazienti presenta difficoltà ad esprimere le sue emozioni e ad essere assertiva. Tende ad abbuffarsi per gestire emozioni negative come la rabbia e l’ansia. A questo proposito il terapeuta le spiega che la rabbia è un sentimento normale e sano, e che la sua repressione è malsana. Il terapeuta fa fare un esercizio alla paziente per farle provare tutti i sentimenti di rabbia legati all’esordio del disturbo. Durante la trance viene chiesto alla paziente di partecipare attraverso l’immaginazione guidata ad una sequenza che avrebbe invocato la sua rabbia. Si ha così una catarsi, viene sciolto il suo blocco emotivo, e la paziente è resa più assertiva e maggiormente in grado di controllare la sua vita.

Infine nell’ultima sessione la paziente è guidata ad incontrare, tramite l’immaginazione, un animale amico con il quale poter condividere i suoi problemi in modo che questi le possa dare dei consigli (Jaffe & Brasler, 1980). La paziente sceglie un cane che aveva quando era bambina. Il cane le consiglia di aver cura di se stessa e di rispettare il suo corpo. Più tardi la paziente riferisce che questo esercizio è il più significativo di tutta la sessione di trattamento. In chiusura la paziente viene suggestionata ad esaminare alcuni aspetti del suo corpo, per averne una visione più realistica e positiva.

Alla fine del trattamento la donna si sente più positiva riguardo a se stessa, riguardo al suo corpo, la sua sessualità e la sua vita in generale. Non ha più problemi riguardo al cibo, le sue relazioni sono migliorate, non soffre più di amenorrea. Un anno dopo non vi è ricomparsa dei sintomi.

Le tecniche ipnotiche nel trattamento della bulimia sono state utilizzate solo a partire dai primi anni ottanta (Túry, Wildmann, & Szentes, 2011).

Alcuni case report (Channon, 1981; Colli, Beck, & Thomas, 2003; Hall & McGill, 1986; Holgate, 1984; Kraft & Hawkins, 2012; Thiessen, 1983; Torem, 1986, 1987; Túry & Szabó, 1990; Túry, Wildmann & Szentes, 2011) mettono il luce come l’ipnoterapia si riveli utile nel trattamento della bulimia. Due trial clinici (Griffiths, Hadzi-Pavlovic, & Channon-Little, 1994, 1996) hanno dimostrato che l’ipnoterapia è in grado di curare la bulimia in modo equivalente ad altri trattamenti psicologici come la CBT.

Barabasz (2012) però, parla di risultati discordanti riguardo l’utilità dell’ipnosi nel trattamento della bulimia.

Esistono prove empiriche ancora insufficienti per poter attestare con certezza la sua reale efficacia, è necessario dunque continuare la ricerca.

L’ipnosi viene utilizzata anche nel trattamento dell’obesità. Secondo il parere di alcuni studiosi negli Stati Uniti, l’impiego dell’ipnoterapia per ridurre l’ingestione di un’esagerata quantità di cibo, è il secondo motivo per cui la gente si rivolge all’ipnoterapeuta.

Il motivo principale per cui una persona vuole perdere peso, solo in qualche caso è determinato dalla preoccupazione per i propri problemi di salute dovuti all’obesità, come per esempio il diabete o l’ipertensione. Nella maggior parte dei casi un individuo si rivolge all’ipnotista perché vuole perdere peso per migliorare il proprio aspetto fisico, ciò è quasi sempre relato alla sua autostima, all’ansia sociale e al desiderio di essere accettato dagli altri, la terapia quindi prevede sempre il rafforzamento dell’Io.

L’ansia connessa all’impulsività dell’abbuffarsi, viene risolta sia suggerendo delle forme alternative di comportamento, in modo simile a quando il terapeuta ha a che fare con il paziente bulimico, sia rivolgendo l’attenzione alle cause scatenanti che portano all’abbuffarsi come gesto compensatorio dovute spesso a traumi passati. Altre suggestioni usate per ridurre l’ingestione di grandi quantità di cibo, sono suggerimenti capaci di far sì che: il paziente si abitui a gustare boccone per boccone invece che ad ingurgitare il cibo, si senta sazio non appena viene superata la soglia biologica di nutrizione necessaria all’organismo, si nutra in modo più sano, con frutta e verdura e, infine, inizi un’attività fisica (Perussia, 2013).

L’ipnosi aiuta il paziente a raggiungere la meta desiderata, ma è opportuno che il terapeuta indirizzi il soggetto verso l’obiettivo di essere sano piuttosto che verso quello relativo alla perdita di peso. Il desiderio di cibarsi di vari alimenti, soprattutto di cose dolci può essere trattato con il reframing in modo del tutto simile a quello utilizzato con gli individui che sono dipendenti da sostanze, come sarà descritto nel prossimo paragrafo. Di tanto in tanto può essere anche utilizzato un ancoraggio negativo, per esempio alla sensazione di gonfiore e indolenza, che il paziente ha la possibilità di riattivare premendo pollice e indice assieme (Kraft & Hawkins, 2012).

Nei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione i benefici raggiunti con l’ipnosi, sono mantenuti dal paziente grazie all’utilizzo dell’autoipnosi. Il paziente viene spinto metaforicamente a cercare nuovi tipi di nutrimento, potrà essere così suggestionato a trovare tesori e pietre preziose in un forziere sotto le acque del mare; le sue risorse, come ad esempio la forza di volontà, saranno proposte sempre sotto forma di simboli, durante la trance, essendo notoriamente il linguaggio del simbolo quello dell’inconscio (Merati, Weilbacher, & Barbagelata, 2015).

Come l’ipnosi possa aiutare i pazienti obesi a ridurre il loro peso, è stato dimostrato da trial clinici (Bolocofsky, Spinler, & Coulthard-Morris, 1985; Cochrane & Friesen, 1986; Johnson, 1997; Stradling, Roberts, Wilson, & Lovelock, 1998) e case report (Coffin; 2012; Erickson, 1960; Gross, 1983; Hamill, 2012; Johnson & Karkut,1996) anche in relazione al trattamento del binge-eating (Anbar & Savedoff, 2005; Degun-Mather & Marcia, 2003).

Due meta-analisi (Kirsch, 1996; Kirsch, Montgomery, & Sapirstein, 1995) hanno accertato come l’ipnoterapia cognitivo-comportamentale sia più efficace della sola CBT.

Sebbene in passato sia stato empiricamente provato che le tecniche cognitivo-comportamentali ottengono i migliori risultati nella cura degli obesi e l’ipnosi possa essere un utile complemento al programma di trattamento (Hutchinson-Phillips & Gow, 2005), non esistono ancora prove scientifiche sufficienti per poter affermare che l’ipnoterapia sia utile nel trattamento dell’obesità, tuttavia l’evidenza disponibile suggerisce che queste terapie possono essere efficaci (Shaw, O’Rourke, Del Mar, & Kenardy, 2005).

Anche gli studi più attuali (Byom, 2009) dimostrano un sostanziale beneficio derivante dall’aggiunta dell’ipnosi all’approccio cognitivo-comportamentale, tuttavia, il numero dei trial clinici pubblicati è relativamente piccolo e molti di loro hanno presentano dei limiti metodologici. Perché l’ipnoterapia cognitivo-comportamentale sia riconosciuta come trattamento empiricamente supportato sono necessari altri studi randomizzati ben progettati.

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