Ipnosi è uno straordinario metodo scientifico di terapia

febbraio 27th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Ipnosi | Psicologia Clinica

La definizione attuale d’ipnosi è datata 2014, anno in cui è stata rivista dalla Divisione 30 dell’Apa (Society of Psychological Hypnosis). L’ipnosi viene ridefinita in modo più conciso ed euristico rispetto al passato, ovvero come uno stato di coscienza che prevede focalizzazione dell’attenzione e riduzione della consapevolezza periferica, determinando di conseguenza una maggiore capacità di risposta alla suggestione. La Divisione 30 dell’Apa inoltre ha voluto distinguere l’ipnosi (intesa come prodotto), dall’induzione ipnotica definita come una procedura disegnata per indurre l’ipnosi. La definizione non specifica in che modo e in quale contesto possa essere indotta la trance, perché ciò permette di prendere in considerazione sia procedure che coinvolgono l’interazione tra il cliente ed il terapeuta, sia procedure auto-ipnotiche o procedure alternative a queste che potrebbero essere identificate nella pratica clinica futura della ricerca, anche grazie ai progressi tecnologici.

L’ipnotizzabilità, invece, è stata definita come la capacità individuale di esperire alterazioni suggerite, ossia dovute alla suggestione: nella fisiologia, nelle sensazioni, nelle emozioni, nei pensieri o nel comportamento durante l’ipnosi.

Infine, l’ipnoterapia è l’uso dell’ipnosi nel trattamento di un disturbo medico o psicologico (Elkins, Barabasz, Council, & Spiegel, 2015).

C’è chi, come Yapko (1992), pensa che dare una definizione precisa d’ipnosi non sia affatto facile, vista la sua natura profondamente soggettiva.

Ciò che possiamo affermare con certezza oggi, riguardo a questo fenomeno, è che esso è un’esperienza naturale che si presenta nell’essere umano con ritmo ultradiano e si manifesta quando focalizziamo la nostra attenzione verso l’interno invece che sulla realtà esterna. L’ipnosi non ha valenza terapeutica di per sé e lo psicoterapeuta la concepisce come uno strumento a sua disposizione. Il ruolo dell’ipnotista, infatti, è essenzialmente quello di facilitare un processo ordinario che si ripete spontaneamente nel quotidiano ogni 90-120 minuti di attività cerebrale.

 

Quando le frequenze cerebrali di un soggetto sono comprese tra gli 8 e i 13,9 Hz (onde Alfa) e soprattutto tra i 4 e i 7,9 Hz (onde Theta), è molto più probabile che vi sia un cambiamento, perché questa è la condizione in cui il cervello dell’essere umano è maggiormente suscettibile alle suggestioni (AMISI, 1998).

Fattore di fondamentale importanza nell’ipnoterapia è il rapporto paziente-terapeuta (o rapport), come già rilevato da Mesmer, tanto che Ellenberger (1970) lo dichiarò padre della storia moderna dell’ipnosi e fondatore della psicoterapia dinamica.

L’instaurarsi di un solido rapporto empatico è la prima condizione, senza la quale il cambiamento terapeutico non è nemmeno lontanamente auspicabile. Il terapeuta riesce realmente a comunicare col suo paziente solo entrando nel suo mondo. Ciò richiede la capacità di far propri gli schemi di riferimento di un altro essere umano. La maggior difficoltà per il terapeuta consiste nel conoscersi profondamente per poter onestamente infrangere ogni suo preconcetto.  Non basta che egli si cali razionalmente nella rappresentazione della realtà altrui, ma deve raggiungere un coinvolgimento sincero con l’emozione dell’altro. Solo nel momento in cui il paziente percepisce come genuina la partecipazione del terapeuta alla sua visione della realtà, si abbandona totalmente e in piena fiducia alle sue cure.

Il rapport, riveste un’importanza fondamentale non solo nell’induzione della trance ma anche per quanto riguarda le potenzialità curative delle suggestioni. Esso non solo muta da paziente a paziente, da terapeuta a terapeuta, ma anche a seconda del momento e delle circostanze in cui essi si incontrano. Nel “qui ed ora” si crea un sinergismo tra due persone che non sarà mai uguale a se stesso. Il terapeuta seguendo un approccio naturalistico indiretto e non standardizzabile, colloquia in modo spontaneo con il paziente, come le persone sono solite fare nel loro quotidiano, ma allo stesso tempo utilizza e fa propri i modi di fare del soggetto, il suo lessico, i suoi pensieri e sentimenti; in modo da poter entrare in comunicazione suggestiva con quest’ultimo. Nel rapport, quindi, secondo il principio dell’utilizzazione, la sincronizzazione con il paziente inizia con il ricalco oltre che del suo tono di voce, della sua postura e della sua motilità, anche del suo modello mentale di rappresentazione della realtà che, per quanto disadattivo possa essere, viene inizialmente accettato. Il terapeuta non impone al paziente la sua visione della realtà per non creare delle resistenze e per avere la certezza che quest’ultimo lo comprenda allo scopo di guidarlo verso l’auto-guarigione.

Nell’ipnoterapia la chiave di volta non è la tecnica che si apprende dai propri maestri, quanto la capacità di instaurare un rapport. Nel corso della sua esperienza clinica, il terapeuta, in modo autonomo, elabora creativamente i modi più congeniali per entrare in completa sinergia con i suoi pazienti al fine di riuscire a comunicare in maniera ottimale con loro.

Il rapport non è semplice empatia ed Erickson affermava di entrare in trance egli stesso quando interagiva con il paziente; era il suo inconscio a parlare per lui mentre la trance gli permetteva un’osservazione più attenta. Solo quando una persona è in trance, infatti, sia essa terapeuta o paziente, è realmente se stessa. Nell’inconscio, secondo Erickson, giacciono tutte le risorse dell’individuo, le sue esperienze di vita e le sue potenzialità che lo porteranno all’auto-guarigione.

L’Io cosciente, invece, con i suoi schemi rigidi, la sua censura e i suoi pregiudizi, è il vero responsabile dei limiti dell’essere umano.

Accade spesso che l’individuo, nel tentativo di risolvere un nuovo problema, utilizzi modelli di pensiero e comportamento utili nel risolvere problemi passati, ma che oggi risultano essere tanto automatici, perché sollecitati più volte nel quotidiano, quanto disadattivi. La terapia consiste, dunque, nel guidare il paziente nel suo inconscio alla ricerca di schemi più adattivi.

Erickson capovolge il ruolo del terapeuta rispetto a quello che gli aveva assegnato la psicoanalisi. La natura interattiva del rapport nella Nuova Ipnosi è ciò che maggiormente la contraddistingue. Il terapeuta non è freddo e distaccato ma profondamente coinvolto, tanto da essere solito narrare al paziente aneddoti che riguardano la sua vita e quella dei suoi familiari. Inoltre nella visione ericksoniana non vi è alcun tentativo d’interpretazione da parte del terapeuta. E’ il paziente che deve trovare la soluzione al suo problema. Il terapeuta ha unicamente il compito di ascoltare e osservare per poter utilizzare il modello mentale del soggetto verso la scoperta delle sue risorse e la loro ristrutturazione.

Vi è inoltre un cambiamento radicale nella visione d’inconscio ericksoniano, rispetto alla visione freudiana; l’inconscio non è più sede di contenuti rimossi, bensì di risorse relegate ai margini della percezione, che devono essere riportate alla luce per poter essere utilizzate.

La cura non consiste dunque nell’indagare il passato per scoprire le cause di una nevrosi, ma nella sostituzione di modelli mentali inadeguati con modelli più consoni, per affrontare le mutate condizioni di vita dell’individuo.

Erickson e i neo-ericksoniani nel momento in cui l’attenzione del paziente è focalizzata, procedono con il depotenziamento delle sue mappe mentali ordinarie attraverso la suggestione indiretta. Essa rende possibile la ricerca inconscia e automatica da parte del paziente, di soluzioni nuove e creative ai suoi problemi. La genesi di tali risposte sorprenderà lo stesso paziente, perché esse si presenteranno spontaneamente senza un coinvolgimento della razionalità e dei limiti imposti dalla coscienza.

Gli ipnoterapeuti odierni dirigono il loro intervento sull’hic et nunc di un soggetto, affermano spesso di non voler svolgere un’indagine sulla causa del suo male, sul perché egli l’abbia sviluppato. Si rivolgono, invece, al cosa sta succedendo al paziente nel presente. Non escludono, però, la presenza nell’inconscio di traumi rimossi e di dissociazione dovuta ad essi, tanto che vanno a ricercarli tramite regressione d’età e a sanarli come avviene, per esempio, nei disturbi post-traumatici da stress. Questo mi ha portato a prendere in considerazione il fatto che nell’inconscio non giacciano solo risorse, come potrebbe indicare una visione ericksoniana radicale, ma che potrebbero risiedervi anche traumi che portano ad una dissociazione della coscienza, come già avevano riconosciuto in passato Freud e prima di lui Janet.

Ai tempi di Mesmer, i membri della regia commissione giudicarono le guarigioni del medico tedesco dovute all’immaginazione dei suoi pazienti e così lo denigrarono screditandone la cura. Un secolo più tardi la scuola di Nancy dichiarò che la guarigione avveniva proprio attivando l’immaginazione dell’essere umano per via inconscia. Lo sforzo di volontà razionale, invece, non sortiva alcun effetto. Lo stesso sostenne colui che scoprì l’effetto placebo: Émile Couè. Ciò che fece additare le cure di Mesmer come non scientifiche, ossia il potere dell’immaginazione, è riconosciuto oggi essere curativo proprio dalla scienza.

I neo-ericksoniani definiscono l’ipnosi come uno stato di coscienza modificato dovuto alla focalizzazione dell’attenzione su un’idea esclusiva, che porta al restringimento del campo di coscienza dell’individuo e permette vi sia apprendimento inconscio attivo. Durante lo stato di trance vi è uno spostamento di attenzione dall’esterno verso la realtà interna, inoltre l’attenzione viene diretta, in modo altamente focalizzato su un’esperienza alla volta, su un’immagine alla volta. L’ipnosi sta alla coscienza come un teleobiettivo sta ad una macchina fotografica, si osserva qualcosa in grande dettaglio e si perde consapevolezza per il contesto. L’individuo, quindi, intensamente concentrato su un’idea perde di vista tutto il resto, che viene dissociato pur rimanendo accessibile alla coscienza. Già Janet aveva riconosciuto che l’ipnosi consiste nella formazione di una coscienza secondaria: dissociata.

Ipnosi, quindi, è sinonimo di dissociazione, essa avviene spontaneamente nel quotidiano, può essere indotta da un ipnotista o può essere la conseguenza di un trauma. Nel nostro quotidiano passiamo attraverso stati di trance in continuazione, senza esserne consapevoli. Questo non significa che siamo vittime del nostro inconscio ma, invece, che in modo naturale esperiamo uno stato alterato di coscienza vigile, che ci permette di reagire a diversi stimoli senza che ce ne rendiamo conto in modo cosciente.

A chi è alla guida di un’automobile succede spesso di arrivare a destinazione senza rendersi conto del percorso eseguito e senza ricordarsi molto del viaggio intrapreso. Anche se ha guidato accuratamente, rispettando gli stop e i segnali stradali, parte della sua attenzione era altrove, per esempio focalizzata su una preoccupazione. L’esempio dell’automobile riporta agli automatismi descritti da Janet, detti psicologici dallo stesso autore perché prevedono una forma di coscienza secondaria e dissociata dall’ordinaria.

Tutte le situazioni che assorbono completamente l’attenzione dell’essere umano lo dissociano, mandandolo in trance. E questo stato è necessario perché avvenga il cambiamento.

L’ipnoterapia si prodiga, con risultati positivi comprovati, per sfruttare l’alterazione della coscienza, con il fine di aiutare il paziente a far emergere risorse sopite nell’inconscio e a svilupparne di nuove quali sintesi di ciò che l’individuo già possiede. L’individuo ipnotizzato è creativo e capace di trovare autonomamente nuove soluzioni ai suoi problemi ristrutturando le sue mappe mentali e i suoi schemi di pensiero e di comportamento.

Nel passato l’ipnosi venne praticata e studiata con interesse anche da Freud, che la utilizzò come tecnica terapeutica dal 1887 al 1992 per poi abbandonarla trascinandola in un baratro di ignominia.

Freud screditò l’ipnosi innanzitutto perché essa non sembrava in grado di rimuovere i sintomi che venivano tuttalpiù trasformati in sintomi diversi. Egli constatò, quindi, come l’ipnosi avesse la capacità se non di eliminare il sintomo almeno di dargli altra forma. I neo-ericksoniani non combattono il sintomo considerandolo come la soluzione più adattiva che un essere umano abbia trovato in un determinato momento della sua vita. Un individuo comincia a manifestare disturbi psichici quando tenta di risolvere problemi nuovi con metodi e sistemi di credenze che si erano rivelati utili in passato ma che ora non lo sono più.

I terapeuti odierni aiutano il paziente affinché muti il sintomo attivamente e autonomamente in qualcosa di più adattivo, ciò trova la sua concretizzazione nella formazione di reti neuronali nuove.

Freud era solito utilizzare con il paziente in trance il metodo catartico che prevedeva la regressione e l’abreazione, in abbinamento l’una all’altra. Come Janet, infatti, egli era convinto che i pazienti, regredendo verso l’esperienza passata e rivivendola emotivamente, trovassero sollievo e potessero guarire. Gli ipnoterapeuti odierni credono invece che i pazienti spesso vengano ritraumatizzati quando sono investiti da forti emozioni negative legate all’evento traumatico passato. Vengono così utilizzate tecniche in grado di dissociare la cognizione dall’emozione e di far rivivere l’evento traumatico al paziente da spettatore esterno. Come regola generale, quindi, si tende a non associare l’individuo ad uno stato negativo ma, in realtà, anche quando viene utilizzata l’immaginazione dissociata, può succedere che il paziente scivoli in uno stato emotivo: il terapeuta deve essere preparato a far fronte supportivamente a quest’evenienza. Rendere conscio l’inconscio non è considerato solitamente curativo dai neo-ericksoniani. Per i successori di Erickson il valore terapeutico lo detiene, invece, la ristrutturazione creativa di ciò che già possiede il paziente.

Freud aveva potuto osservare, suo malgrado, che benché l’Io del soggetto ipnotizzato non venisse coinvolto nella terapia ipnotica, quando il soggetto usciva dallo stato di trance, la sua mente razionale si ribellava al contenuto che il medico aveva forzatamente imposto al suo inconscio.

Negli anni ’50 Erickson si rese conto che, proprio a causa della coercizione, l’ipnosi poteva non risultare curativa. Egli sottolineò come solo gli ipnoterapeuti inesperti tentassero di inculcare i loro contenuti nella mente inconscia del paziente, forzandolo a cambiare in una direzione che seguisse le loro idee personali. Solo l’induzione indiretta, invece, poteva portare il paziente alla guarigione.

Freud abbandonò l’ipnosi contestandone il modo coercitivo e autoritario con cui lui stesso l’applicava, come aveva appreso a fare da Charcot. Il padre della psicoanalisi non prese però mai in considerazione la possibilità di utilizzare un’altra forma d’ipnosi, dove il paziente non venisse diretto dall’autorità del terapeuta. Erickson, invece, dimostrandosi in accordo con Freud sull’impossibilità di curare il paziente ipnotizzato con la coercizione, chiarì fin da subito come il ruolo del terapeuta fosse quello di minimizzare la sua influenza per lasciare, invece, libero il paziente di attingere alle sue risorse inconsce.

Un altro punto a sfavore dell’ipnosi era, secondo Freud, ciò che già Faria aveva compreso prima di lui, ossia il non riuscire ad ottenere in tutti i pazienti gli stati profondi che avrebbe desiderato perché indispensabili ai fini della cura.

Erickson, in disaccordo con Freud, dichiarò che l’inconscio del paziente sapeva qual era il grado di trance necessario e sufficiente perché il cambiamento avvenisse e che, di conseguenza, non era affatto richiesta la trance profonda ai fini della guarigione. Negli anni ’80 Hilgard dichiarò, invece, che gli individui scarsamente ipnotizzabili era meglio optassero per una cura alternativa all’ipnosi. Oggi i pareri sono ancora discordanti anche se tramite l’analisi bispettrale e il Bis index è finalmente possibile misurare il livello di profondità ipnotica ed è stata individuata la così detta zona ipnotica, ossia l’intervallo di valori entro i quali un individuo risulta essere in trance.

Sebbene alcune ricerche sembrino aver dimostrato l’esistenza di un legame tra profondità della trance e guarigione del paziente, i neo-ericksoniani tendenzialmente sostengono la versione del loro maestro. Essi non ritenengono, infatti, il livello d’ipnotizzabilità essere predittivo della remissione dei sintomi. Per i neo-ericksoniani più radicali la suggestionabilità non sarebbe un tratto della personalità del paziente e, l’essere più o meno suggestionabili, dipenderebbe unicamente dalla relazione che si viene a creare tra un determinato terapeuta e un determinato paziente, in un determinato momento: perderebbero quindi di valore i test di suggestionabilità.

Nonostante queste profonde differenze tra colui che screditò l’ipnosi e fondò la psicoanalisi e la visione del padre della Nuova Ipnosi, esistono molti punti di sovrapposizione tra le due discipline, tanto da poter affermare che, in qualche misura, l’una sia l’evoluzione dell’altra. Anche se Freud dichiarò pubblicamente il suo allontanamento dall’ipnosi, continuò ad usare una tecnica terapeutica che si avvicinava molto all’ipnosi in stato di veglia che aveva appreso da Bernheim. La tecnica ipnotica proposta da Bernheim nell’ultimo periodo della sua vita, a cui si rifà Freud quando invita il suo paziente a stendersi sul lettino, prevedeva almeno  parzialmente la modificazione dello stato di coscienza, dal momento che il paziente era accolto in un ambiente silenzioso dove la luce era soffusa, ed era spinto a rilassarsi e a lasciare liberi i suoi pensieri di associarsi uno dopo l’altro allontanandosi il più possibile dalla critica della coscienza. Freud decise di soppiantare l’ipnosi a favore delle associazioni libere, continuando però a promuovere l’immaginazione del soggetto che era invitato a dare il via ad un flusso di pensieri in completa libertà. Il padre della psicoanalisi, quindi, assunse un ruolo di guida non coercitiva nei confronti del paziente, decidendo di avere il minor impatto possibile su di lui, collocandosi addirittura, all’interno dello studio, in una posizione non accessibile ai suoi occhi. La figura di Freud richiama così alla mente quella dell’ipnoterapeuta che utilizza la suggestione indiretta e, tra l’altro, interpretando il linguaggio simbolico dei sogni del paziente, il padre della psicoanalisi promuove la dissociazione tra emisfero destro ed emisfero sinistro e dà l’avvio ad un viaggio nell’inconscio. Quindi malgrado il tentativo da parte di Freud di ostracizzare definitivamente l’ipnosi dalla sua terapia psicanalitica, quest’ultima non smise mai d’includerla. Naturalmente non era più prevista una relazione tra un ipnotizzatore autoritario e un ipnotizzato sottomesso, screditata dallo stesso Freud perché simile al plagio e all’ipnosi da palcoscenico, bensì una forma d’ipnosi che si avvicinava per certi versi alla Nuova Ipnosi di Milton Erickson, in cui nulla veniva creato e tutto ciò che emergeva apparteneva già alla mente del paziente malgrado il diverso ambito d’indagine delle due discipline.

L’ipnosi si può considerare all’origine della moderna psicoterapia dinamica sia perché, come si è già detto, Mesmer aveva riconosciuto il potere curativo insito nel rapporto paziente/terapeuta, sia perché Puysegur per primo, con il suo caso clinico più noto, aveva portato alla scoperta di una mente dissociata da quella ordinaria e cosciente, dotata di potenzialità maggiori di quest’ultima. Ecco quindi come l’ipnosi ha portato alla scoperta dell’inconscio, non tanto con Freud come comunemente si crede, ma con Janet che fu il primo a riconoscere la presenza di quella parte della mente dissociata che egli chiamò subconscio.

L’ipnoterapia risulta essere utile anche abbinata a procedure terapeutiche non ipnotiche. L’approccio che trae il maggior beneficio dall’utilizzo combinato con l’ipnosi è la terapia cognitivo-comportamentale, di cui l’ipnosi catalizza gli effetti. Quest’ultima ha infatti la facoltà di rendere maggiormente flessibili la cognizione, la percezione e il comportamento del soggetto, promuovendo e acccelerando l’ideodinamismo scoperto da Bernheim. L’abilità dell’ipnoterapeuta sta, dunque, nel guidare in senso curativo le modificazioni cognitive e percettive del paziente.

Nonostante i successi e l’utilizzo terapeutico dell’ipnosi, nell’immaginario collettivo spesso essa è associata alla manipolazione; si presuppone che la trance determini dipendenza, perdita di controllo e abbandono acritico da parte del paziente. Inoltre, ancor oggi c’è chi associa l’ipnosi a fenomeni soprannaturali ed esoterici.

Ovunque nella cultura moderna possiamo trovare echi di queste misconcezioni: nei romanzi, nelle canzoni, nelle vignette umoristiche, negli spettacoli teatrali ed, in particolare, nei film. L’industria cinematografica crea e fa da specchio all’opinione pubblica, ritraendo l’ipnosi come molto pericolosa e mostrando l’interazione tra ipnotizzatore e ipnotizzato come basata sulla seduzione o lo sfruttamento.

Non sono in molti a sapere che l’ipnosi ha basi scientifiche ed è un’esperienza naturale che fa parte del repertorio psicologico e fisiologico dell’essere umano.

Riconoscere che l’ipnosi è un fenomeno naturale, è fondamentale per liberarla dai miti e dai preconcetti che erroneamente la ritraggono come uno strumento pericoloso e manipolativo. L’ipnosi, tra l’altro, è in realtà sempre auto-ipnosi e il ruolo dell’ipnotista consiste nel facilitare un processo di auto-guarigione.

In ambito psicologico e scientifico è riconosciuto l’utilizzo da parte degli ipnotisti e degli ipnoterapeuti, di modalità comunicative rispettose dell’autonomia della persona, che si propongono di promuovere il benessere attraverso il cambiamento.

Inoltre è stato provato che pur esistendo le suggestioni post-ipnotiche con amnesia, un individuo non commetterà mai un’azione contro la sua volontà. A farlo desistere da un agire contrario alla sua etica sarebbe una conflittualità inconscia accompagnata da una profonda angoscia. Solo nei film, quindi, è possibile vedere un soggetto commettere un crimine contro la sua volontà.

L’ipnoterapia non mira mai a far perdere il controllo, al contrario, se praticata in modo appropriato, è un mezzo potente per aiutare colui che soffre a migliorare il controllo sui suoi sintomi.

Invece che di controllo da parte del terapeuta si dovrebbe riflettere sul ruolo attivo che ha il paziente ipnotizzato, sulla sua capacità di problem solving e, infine, sull’importanza che ha l’instaurarsi di un’alleanza nella diade paziente-terapeuta. Essa, quando il soggetto è in trance, costituisce un “uno” inscindibile, sinergico e collaborativo.

Lo scopo degli ipnoterapeuti consiste dunque nell’aiutare i pazienti ad aiutare se stessi, non certo nel manipolarli.

Tra l’altro una semplice riflessione ci palesa che, chiunque parli di una visione “giusta” del mondo, tende con ogni probabilità  ad imporre la propria agli altri e a connotare in modo negativo la manipolazione asserendo ipocritamente che essa sia evitabile.

In realtà, un qualsiasi atteggiamento che un essere umano, sia esso un terapeuta o un uomo comune, tiene nei confronti di un’altra persona le comunicherà inevitabilmente qualcosa sul suo punto di vista. Per quanto l’ipnoterapeuta sia preparato professionalmente e desideroso di porsi nel modo più neutro possibile nei confronti del paziente, per non lasciar trasparire la sua visione della realtà, è inevitabile che qualcosa di lui si manifesti. Se anche questo tipo d’influenza è intesa come manipolazione allora ciò che si deve chiedere il terapeuta, di qualsiasi indirizzo esso sia, è come il suo intervento che porta con sé i suoi vissuti, le sue potenzialità e le sue risorse, debba essere usato unicamente nell’interesse e per il bene del paziente.  

Quando si additano gli ipnoterapeuti come manipolativi, infine, si deve sempre tener a mente che gli psicologi hanno un preciso codice deontologico, che sottoscrivono quando entrano a far parte dell’albo. Ciò garantisce ai loro pazienti, per legge, una sicurezza di serietà e professionalità in termini etici.

Lo scopo ultimo dell’ipnoterapeuta odierno è profondamente umano. Egli segue la tendenza della medicina «onfalicentrica» in opposizione alla medicina «fallicentrica», tipica del medico che cura, ma non si prende cura (Fornari, 1976). L’aggettivo «onfalicentrica» si riferisce all’unione madre bambino attraverso il cordone ombelicale e quindi per traslazione, al medico che si prende cura del suo paziente nella totalità della sua persona e non solo per debellarne il sintomo.

Nell’ipnosi il cervello umano regredisce agli stadi più arcaici di vita, come dimostra la predominanza di onde cerebrali Alfa e Theta, le prime presenti dai cinque agli otto anni, le seconde dai due fino ai cinque o al massimo sei anni. Il paziente, tornato bambino, dimostra una plasticità neuronale maggiore di quella dell’adulto che si esplica in un aumento di flessibilità cognitiva, percettiva e comportamentale. L’ipnoterapia per questo risulta essere utile sia se usata singolarmente, sia quando viene abbinata alla terapia cognitivo-comportamentale.

L’adulto privato dei suoi schemi rigidi di pensiero, si affida alle cure del terapeuta come farebbe un bimbo che si abbandona al sostegno amorevole della madre.

L’ipnoterapeuta quindi non crede nel transfert freudiano ma riconosce nel rapport una relazione madre/bambino o padre/bambino a seconda del volere inconscio del paziente, eludendo ogni riferimento sessuale al loro rapporto.

Come ogni buon genitore, il terapeuta mirerà dapprima a costruire attivamente il rapport creando con il paziente sintonia emotiva e comportamentale, e in secondo luogo a rinforzarne l’Io cioè a renderlo più capace di utilizzare varie strategie di coping per aumentarne l’auto-efficacia.

Il quarto manifesto dell’A.M.I.S.I. (2015) sottolinea come gli ipnoterapeuti contemporanei non considerino il paziente come il portatore di una patologia, categorizzabile in modo standardizzato, ma come un essere umano unico e irripetibile nella sua sofferenza del momento. Come farebbe un genitore, il terapeuta incoraggia il paziente o gli dà la sua approvazione quand’egli intraprende con troppa titubanza nuovi comportamenti volti al suo benessere. La personalità del soggetto sofferente necessita di essere rinforzata. Il terapeuta come un genitore amorevole, ha il compito d’indicare al soggetto ciò che di positivo vi è nella sua realtà e di supportare il paziente mentre egli muove i primi passi incerti verso la realizzazione di un nuovo modo di rapportarsi al mondo che culminerà nella modificazione del suo comportamento disadattivo. Il terapeuta, calatosi nei panni di genitore fiducioso, spinge il suo paziente/bambino esitante a scoprire le sue potenzialità e i suoi limiti in una prospettiva realistica di cambiamento e quello che prima era un bimbo insicuro e malfermo, diviene un adulto determinato e risoluto. Qualsiasi sia il problema che il paziente porta con sé in terapia, la cura includerà sempre anche il rinforzo dell’Io che Erickson riteneva indispensabile ai fini dell’evoluzione e maturazione individuale; perché in ultima analisi il lavoro terapeutico non consiste nel cambiare il paziente a piacimento del terapeuta, ma nel fargli imparare qualcosa di più su se stesso allo scopo di farlo divenire ciò che egli in potenza già è.

Un altro tema legato all’ipnosi, che ha portato a lunghi dibattiti, concerne le ipermnesie, ovvero il miglioramento della memoria riguardo ad avvenimenti passati con la possibilità di recupero di memorie rimosse riguardanti eventi traumatici. Malgrado esistano ipnotisti convinti di poter far affiorare addirittura ricordi relativi a vite passate, gli ipnoterapeuti odierni concordano sul non ritenere le memorie che riaffiorano sotto ipnosi sempre aderenti alla realtà dei fatti, favorendo l’ambiente ipnotico la fantasia e la confabulazione. Nonostante questo il ricordo che emerge, vero o falso che sia, se relativo ad un trauma porta sempre con sé un nodo emotivo che l’ipnoterapeuta si prodiga di sciogliere. Non è la veridicità o meno di un avvenimento o dei suoi dettagli che interessa il terapeuta, ma ciò che sente il paziente in relazione ad immagini che egli vive come aderenti alla realtà dei fatti e che minano il suo equilibrio psichico. Una conseguenza ovvia, derivante da queste premesse, porta i professionisti a concordare in modo lapalissiano sull’impossibilità dell’utilizzo dell’ipnosi in ambito forense al fine di far emergere ricordi rimossi corrispondenti al vero.

Un’altra nota misconcezione legata all’ipnosi, consiste nell’associarla al sonno. Malgrado il termine ipnosi derivi dal greco “hypnos”, da un punto di vista neurofisiologico essa non ha nulla a che fare né con il sonno, né con l’ordinario stato di veglia. Le neuroscienze hanno dimostrato che quando una persona entra in trance vi è un passaggio di dominanza emisferica da sinistra a destra (nei destrimani) e il cervello, oltre a produrre onde Alfa e Theta in quantità abnormi, si struttura in modo diverso dall’ordinario. Le caratteristiche neurofisiologiche del cervello in trance rendono quindi possibile il cambiamento terapeutico.

Grazie al neuroimaging è stato accertato che esiste uno stato separato di coscienza, ovvero una realtà psicobiologica diversa dalla veglia e dal sonno, in cui l’essere umano è molto più suscettibile alle suggestioni del terapeuta. Con la PET è stato possibile dimostrare che ciò che il soggetto immagina di percepire attraverso i suoi cinque sensi, attiva le aree cerebrali deputate all’elaborazione degli stimoli provenienti da essi. La realtà ipnotica non è quindi del tutto virtuale (Perussia 2013).

L’ipnosi è in grado di modificare i circuiti neuronali del cervello, ma ritengo che, affinchè le nuove reti nervose diventino stabili e durature, sia necessaria una terapia di mantenimento. Ciò che ipotizzo è che la permanenza nel tempo delle modifiche dei circuiti nervosi che si formano grazie all’immaginazione guidata, sia dovuta più che alle poche sedute ipnotiche che si consumano in un arco di tempo abbastanza limitato nello studio del terapeuta,  all’auto-ipnosi eseguita come esercizio quotidiano.

Con le moderne tecniche di neuroimaging è stato possibile osservare che il paziente sotto ipnosi non finge quando viene suggestionato affinché una gamba gli si paralizzi (Oakley, & Halligan, 2009) o quando al contrario sente una forza magnetica che gli fa levitare il  braccio (Blakemore, Oakley & Frith, 2003).

La moderna tecnologia ha inoltre constatato ciò che Milton Erickson aveva intuito: sotto ipnosi vi è un passaggio di predominanza emisferica frontale da sinistra a destra (Gruzelier, 2006), con una maggiore asimmetria emisferica nei soggetti altamente ipnotizzabili (Naish, 2010). Inoltre l’ipnosi prevede l’attivazione di altre aree corticali e subcorticali (De Benedittis, 2015) tra le quali il maggior interesse l’ha rivestito l’attivazione della corteccia cingolata anteriore (ACC) (Jamieson & Woody, 2007), che comporta diminuzione di consapevolezza da parte del soggetto riguardo alle attività avviate da lui (Naish, 2010) e che, assieme al passaggio di predominanza emisferica (Gruzelier, 2006), sarebbe responsabile di alcuni fenomi ipnotici. La trance in sintesi determina una disregolazione transitoria del cervello, ossia un’alterazione della sua organizzazione funzionale (Crawford, 1996; Crawford & Gruzelier, 1992; Dietrich, 2003;  De Benedittis, 2015).

Nonostante oggi conosciamo molto di più riguardo ai correlati neuro-fisiologici dell’ipnosi rispetto al passato, la nostra conoscenza è ancora molto lontana dall’essere completa.

L’American Medical Association, nel 1958, approvò ufficialmente l’ipnosi come metodo di cura e le procedure ipnotiche continuano oggi a ricevere grande attenzione empirica paragonabile a quella delle psicoterapie più rigorosamente studiate. Le ricerche tese a validare scientificamente l’utilità dell’ipnoterapia si sono susseguite negli anni riportando risultati a volte discordanti, ma nel complesso promettenti.

L’ipnoterapia, prevedendo il rilassamento, anche intuitivamente sembra dover essere uno dei trattamenti dell’elezione per il disturbo d’ansia generalizzato. In effetti, trial clinici (Brann, Mackrodt, & Joslin, 2010; Gould, & Krynicki, 1989; Houghton, 1996; O’Neill, Barnier, & McConkey, 1999) condotti a partire dalla fine degli anni ’80, riconoscono il suo potenziale terapeutico sui soggetti ansiosi. I case report riportati in letteratura confermano i risultati di questi studi randomizzati controllati, sia per quanto riguarda l’utilizzo della sola ipnosi (Baker, 2001; Ellsmore, 2001), sia per quel che concerne il suo abbinamento con la terapia cognitivo-comportamentale (Brown, 1998; Nolan, 2008).

Una revisione critica della letteratura scientifica sull’utilizzo dell’auto-ipnosi per la cura dell’ansia, sostiene che essa porta dei benefici nel trattamento della stessa (Hammond, 2010).

Inoltre una meta-analisi recente ha riconosciuto che i pazienti ansiosi traggono beneficio dalla Mindfulness (Hofmann, Sawyer, Witt, & Oh, 2010). Infine un’altra meta-analisi (Kekecs, Nagy, & Varga, 2014) più specifica e altrettanto recente, che si riferisce a studi effettuati sull’ipnosi per ridurre l’ansia post-operatoria, ha sottolineto come i trial clinici non sono stati effettuati con una metodologia scientifica sufficientemente corretta per poter affermare l’efficacia del trattamento ipnoterapeutico sull’ansia.

Per quanto riguarda gli attacchi di panico anche se i trial clinici sono ancora scarsi (Kawashima, Ichiki, Ono, Katayama, Matsuki, & Iimori, 2012; Stetter, Walter, Zimmermann, Zähres, & Straube, 1994), sembrerebbero per ora dimostrare l’efficacia dell’ipnoterapia. Gli studi randomizzati controllati sono confermati da studi sui singoli pazienti (Brann, Owens, & Williamson, 2012; German, 2004; Giannantonio, 2009; Iglesias & Iglesias, 2005a; Williamson, 2012a), ma rimangono, ad oggi, troppo esigui per dare una risposta certa sull’efficacia dell’ipnoterapia.

I case report relativi all’utilizzo dell’ipnosi nel trattamento delle fobie specifiche sembrano volgere a favore della sua efficacia (Bodden, 1991; Brann, 2012; Cyna, Tomkins, Maddock, & Barker, 2007; Hill & Bannon-Ryder, 2005; Hirsch, 2012; Iglesias & Iglesias, 2014b; Reid, 2016; Milne, 1988; Schneck, 1952; Williamson & Gregory, 2015).

Alcune ricerche (Gruzelier, Smith, Nagy, & Henderson, 2001; Laidlaw, Naito, Dwivedi, Enzor, Brincat, & Gruzelier, 2003; Mathur & Khan, 2011; Nath & Warren, 1995; Sapp, 1991) attestano la bontà dell’utilizzo dell’ipnoterapia per contrastare l’ansia da esami, anche in abbinamento alla CBT (De Vos & Louw, 2006; Palan & Chandwani, 1989), ma il numero di questi studi è ancora limitatissimo o condotto su campioni poco numerosi (Kai & Yu, 2006). Un numero esiguo di studi (Schoenberger, Kirsch, Gearan, Montgomery, & Pastyrnak, 1997; Stanton, 1991) sono stati effettuati anche in relazione al disturbo d’ansia sociale e un numero altrettanto esiguo di case report (Feeney, 2004; Frankel, & Macfie, 2010; Iglesias & Iglesias, 2014; Lipsett, 1998; Rogers, 2008) si affianca ad essi. Tutti finora attestano l’utilità del trattamento ipnotico.

Una rassegna critica della letteratura scientifica attesta la bontà dell’ipnosi nel trattare la fobia dentale (Willemsen, 2003), lo stesso fanno alcuni case report (Brann, 2012; Gow, 2006; Meyerson & Ratson, 2015) e uno studio del 2015 (Glaesmer, Geupel, & Haak, 2015).

I risultati di un trial clinico (Wannemueller, Joehren, Haug, Hatting, Elsesser, & Sartory, 2011), però, portano a considerare la CBT migliore dell’ipnosi nel trattamento dell’ansia legata alle operazioni odontoiatriche, sebbene anche l’ipnosi risulti uno strumento efficace con i pazienti ansiosi. Infine una revisione critica della letteratura recente (Al-Harasi, Ashley, Moles, Parekh, & Walters, 2010), afferma che, a causa dello scarso numero di studi randomizzati controllati, non ci sono ancora prove scientifiche sufficienti per poter dichiarare con certezza che l’ipnosi sia utile nel placare l’ansia dentale nei pazienti pediatrici.

Un esiguo numero di trial clinici sembrerebbe dimostrare, infine, l’efficacia dell’ipnosi nel trattare la fobia legata ad un intervento chirurgico (Hızlı, Özcan, Selvi, Eraslan, Köşüş, Baş, Yıkılmaz, Güven, & Başar, 2015; Saadat, Drummond-Lewis, Maranets, Kaplan, Saadat, Wang, & Kain, 2006; Schnur, Bovbjerg, David, Tatrow, Goldfarb, Silverstein, Weltz, & Montgomery, 2008).

I pazienti che soffrono di DSPT presentano una maggiore asimmetria emisferica rispetto alla norma (Kim, Chae, Ko, Latchoumane, Banerjee, Mandell, Hove, & Jeong, 2012; Meyer, Smeets, Giesbrecht, Quaedflieg, Smulders, Meijer,  & Merckelbach, 2015), per questo l’ipnoterapia sembra possa costituire per loro un trattamento d’elezione. Anche se un singolo trial clinico (Galovski, Harik, Blain, Elwood, Gloth, & Fletcher, 2015), molto recente, non ha messo in evidenza un miglioramento significativo dovuto all’ipnoterapia nei pazienti che soffrono di DSPT; una meta analisi pubblicata quest’anno (Rotaru & Rusu, 2016), numerosi studi randomizzati controllati (Barabasz, 2013; Barabasz, Barabasz, Christensen, French, & Watkins, 2013; Christensen, Barabasz, & Barabasz, 2013; Gordon, Staples, Blyta, Bytyqi, & Wilson, 2008; Gould & Krynicki, 1989; Lesmana, Suryani, Jensen, & Tiliopoulos, 2009) e molti case report (Abramowitz, Barak, Ben-Avi & Knobler, 2008; Abramowitz & Lichtenberg, 2009; Byron & Sungum-Paliwal, 2012; Horley, 2013; Iglesias & Iglesias, 2005b; Kwan, 2006; 2007; Lynn & Cardeña, 2007; Moore, 2001; Mubiri, Peycelon, Audry, & Auber, 2014; French, 2000; Poon, 2007a; 2009), documentano l’efficacia dell’ipnoterapia nel trattamento del disturbo da stress post-traumatico.

Uno studio risalente alla fine degli anni ’80 (Brom, Kleber, & Defares, 1989), che metteva a confronto l’ipnoterapia, la desensibilizzazione sistematica e la psicoterapia psicodinamica con un gruppo di controllo, dimostrò che gli effetti che si ottenevano con le tre diverse terapie erano i medesimi anche dopo tre mesi di follow-up. L’ipnoterapia abbinata alla terapia cognitivo-comportamentale è stata inoltre messa a confronto con la CBT e con la psicoterapia supportiva nel trattamento dell’ASD (Bryant, Moulds, Nixon, Mastrodomenico, Felmingham, & Hopwood, 2006), ed è risultata la migliore rispetto alle altre due solo inizialmente. A tre anni di follow-up, infatti, i benefici dell’ipnoterapia unita alla CBT non hanno superato in modo statisticamente significativo quelli della sola CBT. Alcuni case report confermano i benefici dell’ipnosi unita alla CBT, ma il loro numero è davvero molto esiguo (French, 2000; Kwan, 2007; Poon, 2007b).

La ricerca concernente l’utilizzo dell’ipnoterapia nel trattamento della depressione sia su casi singoli (Byron & Sungum-Paliwal, 2012; Yexley, 2007) che su campioni di pazienti ha dato in generale risultati molto incoraggianti.

I trial clinici concernenti l’utilizzo dell’ipnoterapia nel trattamento della depressione (Brann, Mackrodt, & Joslin, 2010; Dobbin, Maxwell, & Elton, 2009; Godoy & Araoz, 1999; Kaye & Schindler, 1990) hanno dato risultati incoraggianti, anche se uno studio randomizzato controllato ne smentisce l’efficacia (Butler, Waelde, Hastings, Chen, Symons, Marshall, Kaufman, Nagy, Blasey, Seibert, & Spiegel, 2008).

Una recente meta-analisi ha dimostrano come l’ipnoterapia sia efficace con i pazienti depressi (Shih, Yang & Koo, 2009).

Un’altra meta-analisi che affermava in modo clamoroso, che gli effetti del placebo erano equiparabili a quelli ottenuti dagli antidepressivi Kirsch, Deacon, Huedo-Medina, Scoboria, Moore, & Johnson, 2008), è stata smentita da una rianalisi di questo stesso studio (Fountoulakis & Möller, 2011). Un’ulteriore meta-analisi di studi clinici ha di recente dimostrato, inoltre, che esiste una, seppur piccola, significativa differenza tra il placebo e gli antidepressivi a favore di questi ultimi (Hollander, 2013).

Nonostante gli studi sull’argomento a tutt’oggi si contraddicano, Kirsch (2014), sostiene che gli effetti dei farmaci sono in realtà attribuibili unicamente all’effetto placebo e quindi alla suggestione. La visione di quest’autore è senz’altro estrema e del tutto contro corrente, ma suggerisce interessanti spunti di riflessione. Se è vero che le aspettative del paziente risultano avere un grandissimo potere terapeutico e con esse la suggestione che le può alimentare, l’ipnosi dovrebbe essere considerata un’ottima alleata degli antidepressivi.

Anche l’abbinamento ipnoterapia e CBT è stato dimostrato essere molto propizio in termini di efficacia e di velocità nella remissione dei sintomi nei pazienti depressi (Alladin, 2009; 2012; Alladin & Alibhai, 2007; Yu, 2005). Malgrado un trial clinico abbia dimostrato che l’utilizzo dell’ipnoterapia cognitivo-comportamentale non superi la sola CBT, l’uso coadiuvato delle due terapie ha dato dei risultati significativamente migliori ad un follow up di 6 e di 12 mesi (Alladin & Alibhai, 2007).

Alcuni case report attestano la bontà dell’ipnoterapia nel trattamento dell’anoressia (Ambrose & Newbold, 1980; Baker & Nash, 1987; Birnie, 1936; Brenman & Gill, 1947; Brenman & Knight, 1945; Erickson & Rossi, 1979; Segal, 2001; Yapko, 1986b; Walsh, 2010) anche in abbinamento alla CBT (Roy, 2014; Yapko, 1986a).

Tuttavia il numero dei trial clinici è ancora troppo esiguo per poterla ritenere efficace (Kraft & Hawkins, 2012).

L’ipnoterapia viene utilizzata, dall’inizio degli anni ’80, anche nel trattamento della bulimia.

Sebbene vari case report (Channon, 1981; Colli, Beck, & Thomas, 2003; Hall & McGill, 1986; Holgate, 1984; Kraft & Hawkins, 2012; Thiessen, 1983; Torem, 1986, 1987; Túry & Szabó, 1990; Túry, Wildmann & Szentes, 2011) descrivano l’ipnoterapia come uno strumento utile nel trattamento di questo disturbo e sia scientificamente dimostrato che le pazienti bulimiche siano maggiormente ipnotizzabili rispetto alla norma essendo le pazienti bulimiche più altamente ipnotizzabili rispetto alla norma (Barabasz, 1990, 1991; Covino, Jimerson, Wolfe, Franko, & Frankel, 1994; Kranhold, Baumann, & Fichter, 1992; Pettinati, Horne, & Staat, 1985; Sanders, 1986; Vanderlinden, Spinhoven, Vandereycken, & van Dyck, 1995), i risultati dei pochi studi randomizzati controllati è discordante (Barabasz, 2012).

Tutta la ricerca condotta fino ad oggi, invece, sembra volgere a favore dell’ipnosi, sia da sola che in abbinamento alla CBT (Byom, 2009, Kirsch, 1996; Kirsch, Montgomery, & Sapirstein, 1995) nella cura dell’obesità. Anche in questo caso, però, il numero dei trial clinici (Bolocofsky, Spinler, & Coulthard-Morris, 1985; Cochrane & Friesen, 1986; Johnson, 1997; Stradling, Roberts, Wilson, & Lovelock, 1998) e dei case report (Coffin; 2012; Erickson, 1960; Gross, 1983; Hamill, 2012; Johnson & Karkut,1996) anche in relazione al trattamento del binge-eating (Anbar & Savedoff, 2005; Degun-Mather & Marcia, 2003), è ancora modesto per poter essere certi della bontà di questo trattamento nella riduzione del peso dei pazienti.

Infine è stato scientificamente provato che l’ipnosi e l’auto-ipnosi aiutano a combattere la dipendenza  e a prevenire le ricadute da alcol (Wadden & Penrod, 1981) e droga (Kaminsky, Rosca, Budowski, Korin, & Yakhnich, 2008; Katz, 1980; Manganiello, 1984; Potter, 2004). L’efficacia del trattamento ipnotico, ampiamente utilizzato nella lotta contro il fumo è stata accertata da alcuni trial clinici (Ahijevych, Yerardi, & Nedilsky, 2000; Barber, 2001; Bayot, Capafons, & Cardena 1997; Carmody, Duncan, Simon, Solkowitz, Huggins, Lee, & Delucchi, 2008; Elkins & Rajab, 2004; Elkins, Marcus, Bates, Rajab, & Cook, 2006; Sorensen, Beder, Prible, & Pinney, 1995; Wynd, 2005). Inoltre, è sperimentalmente provato che l’ipnosi nel combattere la dipendenza da nicotina, sortisce effetti migliori del trattamento farmacologico (Hasan, Zagarins, Pischke, Saiyed, Bettencourt, Beal, Macys, Aurora, & McCleary 2014) e se associata alla CBT (Bonshtein, Shaar, & Golan, 2005; Green, 1996; Lang, 2008). Una meta-analisi elegge l’ipnosi a trattamento d’elezione nella lotta contro il fumo (Viswesvaran & Schmidt, 1992), anche se, secondo un’altra meta-analisi, solo un 20-35% di fumatori sembra riuscire a smettere definitivamente di fumare dopo un primo momento di astensione (Lynn, Green, Accardi, & Cleere, 2010).

Potrei concludere, come fanno i manuali che ho consultato per la stesura di questa tesi, affermando che quasi la totalità degli studi clinici internazionalmente realizzati provano l’efficacia dell’ipnoterapia, sia se usata singolarmente che in abbinamento alla terapia cognitivo-comportamentale, ma la mia riflessione mi spinge oltre.

In primo luogo gli studi effettuati che riconoscono benèfici cambiamenti dovuti all’ipnoterapia sono ancora troppo esigui, se non in relazione a tutti i disturbi presentati in questa tesi, almeno per alcuni di loro.

Inoltre, i trial clinici effettuati presentano dei difetti sebbene abbiano dimostrato che il trattamento tramite ipnoterapia sia superiore a un controllo privo di trattamento, al placebo o ad un trattamento alternativo, o che l’ipnoterapia sia ugualmente efficace di un trattamento alternativo di efficacia certa.

Il primo dubbio che mi è sorto riguarda la necessità di fornire una definizione accurata della popolazione per misurare la rappresentatività del campione scelto. Ciò, com’è noto, risulta necessario sia per poter replicare lo studio che per poter estendere i risultati che si sono ottenuti all’intera popolazione, ma anche per poter considerare, eventualmente, la specificità delle scoperte e scartare, invece, la generalizzazione del trattamento a popolazioni diverse.

Per poter definire accuratamente la popolazione i ricercatori devono identificare i criteri diagnostici usati per categorizzare il campione di pazienti. Una riflessione viene spontanea prendendo in considerazione la recente pubblicazione del DSM-5, in relazione ovviamente non solo agli studi sull’ipnoterapia ma su qualsiasi tipo di psicoterapia. Essendo cambiati i criteri diagnostici rispetto alle versioni precedenti del DSM, gli studi effettuati in passato possono considerarsi validi oggi? E quando in futuro avremo una nuova versione del DSM, gli studi effettuati oggi, saranno ancora da considerarsi validi?

Oltre ai criteri diagnostici, altre variabili che dovrebbero essere tenute in considerazione per poter determinare mediatori e moderatori degli effetti del trattamento sono: l’età del paziente, la storia del trattamento, le cure intraprese, le diagnosi di commorbilità, la durata del disturbo, le informazioni demografiche. Queste variabili non vengono mai prese in considerazione nella loro globalità.

Un ulteriore problema che gli studi soprattutto meno recenti riportano, consiste nell’omettere il grado d’ipnotizzabilità dei partecipanti. Presupponendo che questo sia una variabile importante (cosa disconosciuta dai neo-ericksoniani più radicali) è d’uopo procedere tramite scale di misurazione per conoscere il grado di suggestionabilità ipnotica dei campioni.

Allo stesso modo una variabile che non viene presa in considerazione, ma che è risaputo sia  funzionale all’ottenimento di risultati clinici significativi è l’aspettativa del paziente.

Anche il numero dei partecipanti ad uno studio è un elemento di fondamentale importanza. Spesso i partecipanti allo studio, sebbene scelti in modo random, costituiscono campioni estremamente piccoli, mentre il numero dei soggetti raccomandati non dovrebbe essere inferiore ai 25-30. Campioni troppo piccoli limitano, infatti, il potere statistico necessario a identificare gli effetti della terapia ipnotica. Inoltre sono pochi gli studi che presentano un follow-up (Lynn et al., 2000).

Ma l’aspetto più problematico, nello studio scientifico dell’ipnoterapia, a mio avviso riguarda la necessità di una descrizione accurata e dettagliata delle modalità di cura nei protocolli di ricerca. Com’è noto, perché uno studio sia replicabile, le procedure del trattamento devono essere specificate in modo molto preciso.

Purtroppo una delle caratteristiche del trattamento ipnotico consiste nell’adattarlo al paziente, quindi qualsiasi sua puntuale descrizione viene a perdere di significato. Inoltre, se nello studio del terapeuta il suo intervento non potrà mai essere lo stesso passando da un paziente all’altro, qualsiasi studio che preveda uno specialista che approccia un campione di pazienti applicando a tutti lo stesso trattamento, violerà la validità ecologica dello stesso.

Sebbene, quindi, alcuni autori sostengano la necessità di effettuare studi randomizzati controllati per valutare l’uso e gli effetti dell’ipnosi, sorge il dubbio che proprio per le caratteristiche che contraddistinguono l’ipnoterapia non sia affatto possibile generalizzare i risultati delle ricerche e delle meta-analisi. Se è vero ciò che diceva Milton Erickson non esiste, infatti, un trattamento universale e meccanicamente applicabile a tutti i pazienti.

Erickson, come Freud, lungi dall’essere un rigoroso scienziato, fu un uomo di genio, creativo, attento, originale e tenace. I casi documentati nei suoi libri sebbene non siano riconducibili a criteri standardizzabili, sono degni di nota e ricchi di spunti per chi voglia cimentarsi nello studio di quest’affascinante materia.

Secondo il padre della Nuova ipnosi l’inconscio del terapeuta deve valutare di volta in volta quali suggestioni utilizzare adattandosi all’unicità di ciascun individuo.

Anche per i neo-ericksoniani radicali, fedeli alla visione naturalistica del loro maestro, l’ipnoterapia non è un processo standardizzabile. Quindi che sia la ricerca scientifica a dover dar ragione all’ipnosi è paradossale. Il trattamento ipnotico è, infatti, fatto su misura per il paziente ossia, metaforicamente parlando, gli ingredienti del medicamento devono essere scelti e dosati sul singolo soggetto. Non esiste quindi per i neo-ericksoniani un trattamento standard che vada bene per tutti, invece, i presupposti del buon esito della cura sono il consenso e la cooperazione del paziente, lo sviluppo del rapport, l’abilità e l’esperienza del terapeuta, che non possono essere riprodotti con l’utilizzo di tecniche ipnotiche universalmente valide.

La Nuova Ipnosi prevede un tailoring specifico per ogni interazione tra un singolo paziente e il suo terapeuta abituale, che deve essere nel contempo continuamente mutevole. Nei diversi “qui ed ora”, cioè, la sinergia della diade paziente/terapeuta muta, e con essa la cura. Il trattamento, quindi, non è mai uguale a se stesso.

La realtà che si va ad indagare tramite studi randomizzati controllati, pertanto, non può corrispondere a ciò che accade nello studio dell’ipnoterapeuta e la necessità di utilizzare vasti gruppi di persone che diano alla ricerca valore statistico rischia solo di offuscare il beneficio che può avere il singolo paziente trattato con suggestioni che si adattino alla sua unicità.

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