Riassunto Completo sul Bullismo

aprile 16th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Psicologia dello Sviluppo

Articolo di Erika Bruno

C’è un fenomeno che negli ultimi decenni ha polarizzato l’attenzione su alcune dinamiche relazionali disturbate che trovano nell’istituzione scolastica il luogo privilegiato di attuazione: è noto come ‘bullismo‘ ed è di pertinenza anche criminologica laddove, nei casi più gravi, l’azione deviante agita a scuola si protrae oltre i confini dell’età dello sviluppo, comportando un futuro di delinquenza.
Alcuni studi hanno dimostrato che un’alta percentuale di ragazzini coinvolto in episodi di prevaricazione a danno di compagni di scuola, è fortemente a rischio di diventare un adulto antisociale; mentre, per le vittime c’è la possibilità che le prepotenze subite tanti anni prima continuino a condizionare la loro vita, con tendenza verso comportamenti passivi e meramente anassertivi.

Il fenomeno delle prevaricazioni tra ragazzini a scuola, avviene come “fenomeno di gruppo”, dove ognuno ha un ruolo, anche se solo in quanto astante (o di controllo), perché il fenomeno risulta essere favorito dal clima di omertà nella classe.
Schemi ben precisi, quindi, di attuazione in cui è prevista la fissazione dei ruoli di ‘prevaricatore’, ‘vittima designata’, ‘aiutanti del bullo’ e ‘gruppo di controllo’.

La relazione di prevaricazione si esplica con modalità ben precise, caratterizzata da tre fondamentali e ricorrenti fattori, necessari per connotare i comportamenti osservabili, come “bullismo”.

Si tratta nello specifico di fattori quali:

  1. Ripetitività degli episodi;
  2. Intenzionalità di azione da parte del bullo;
  3. Asimmetria di potere nel rapporto con la vittima.

Quindi, non si tratta di azioni di bullismo se, ad un’attenta osservazione, non sono rintracciabili i tre criteri elencati sopra.
Inoltre, le prevaricazioni possono essere agite con modalità ‘dirette’ o ‘indirette’: nel primo caso si tratta di veri e propri attacchi diretti, fisici, alla vittima, o contro le sue cose; oppure di aggressioni verbali (intimidazioni, diffamazioni e ingiurie); mentre, nel secondo caso il soggetto prevaricato viene preso di mira con modalità più subdole di prevaricazione, ma altrettanto dolorose, con conseguente esclusione dal gruppo, mancanza di sostegno sociale, e conseguente isolamento.

Quest’ultima è la modalità di prevaricazione più agita dalle ragazzine prepotenti, più abili e attente ai gesti e segnali di consenso o, al contrario, di rifiuto sociale.

È un fenomeno che può portare con sè forte disagio e sofferenza per la vittima, la quale rischia, nei casi più seri, un futuro di vittimizzazione e depressione. Mentre, per il soggetto prepotente il rischio è di una deriva verso la stabilizzazione della condotta antinormativa anche in età adulta.

I Paesi scandinavi si pongono all’avanguardia nello studio di questo fenomeno, che ha avuto come pioniere Dan Olweus, docente di Psicologia all’Università di Bergen.

Il suicidio di tre studenti norvegesi, di età compresa tra i dieci e i quattordici anni, spinse il Ministero della Pubblica Istruzione ad attivare una Campagna nazionale in opposizione al fenomeno del bullismo. Gli Istituti scolastici, di scuola primaria e secondaria inferiore, furono chiamati a compilare il Questionario anonimo delle prepotenze elaborato da Olweus, al fine di rilevare l’indice di presenza e gravità degli episodi agiti o subiti a scuola.

Criteri di base e aspetti cognitivi dei protagonisti

Il bullismo non va confuso con il normale conflitto tra ragazzi di pari età e status sociale. Nelle manifestazioni del bullismo non si intravedono, infatti, le espressioni di emozioni positive tipiche invece della lotta attuata “per gioco”. Non vi è negoziazione, nè volontà di risolvere i conflitti.
Gli studiosi del fenomeno hanno distinto tra due tipologie di bulli (Olweus, 1993):

  • Il bullo dominante, o aggressivo, con caratteristiche di maggiore forza fisica rispetto ai compagni, atteggiamento positivo verso la violenza, che considera efficace. Si tratta, di solito, di soggetti spavaldi, sicuri di sé, poco empatici, e caratterizzati da un modello di comportamento reattivo-aggressivo, quindi impulsivo.
  • I bulli gregari, più passivi, provocatori e ansiosi, aiutano il bullo leader a promuovere le prepotenze, con un ruolo gregario, che Olweus definisce “seguace”.

Per le vittime del bullismo, invece, è stato possibile distinguere tra:

  • Vittima passiva, di solito un soggetto ansioso, remissivo, insicuro. Poco abile nello sport, caratterizzata da un modello reattivo ansioso, o sottomesso, associato, nei soggetti di sesso maschile, alla debolezza fisica. Non osa reagire alle offese e tende ad autocolpevolizzarsi e a chiudersi in se stessa.
  • Vittima provocatrice, un soggetto emotivo, irascibile, iperattivo e offensivo. Caratterizzato da un modello socio-cognitivo di tipo ansioso/aggressivo, con difficoltà a regolare i comportamenti.
    Infine ci sono gli ‘esterni’, o soggetti di controllo, che possono alimentare e approvare la condotta del coetaneo prepotente. La percentuale stimata di partecipazione al bullismo di compagni osservatori, o sostenitori, è stato accertato come pari all’85%.

Gli interventi sul bullismo

In Norvegia, Olweus avviò un Programma di intervento articolato su concrete ed efficaci misure preventive: a livello istituzionale, di classe e individuale.
Furono coinvolte tutte le figure della realtà scolastica (alunni, insegnanti, genitori e personale scolastico) al fine di migliorare le modalità di relazione e cooperazione nel gruppo, di individuare e stabilire principi regolativi validi per tutti, approvando anche l’attuazione di un sistema di sanzione delle trasgressioni.
All’intervento seguì una diminuzione della presenza del fenomeno pari al 50% (Olweus, 1993).
Il campione intrvistato era composto da 130.000 studenti di età compresa tra gli 8 e i 16 anni.
Risultò una percentuale del 15% del totale degli alunni coinvolti, frequentemente, in episodi di bullismo, come autore delle prepotenze o vittima.
Olwues giunse a calcolare il rischio per uno studente su sette di esserne coinvolto durante il percorso scolastico.
Nel Regno Unito, il fenomeno fu indagato da Smith e Whitney (1991) che, con l’ausilio del Questionario anonimo di Olweus, intervistarono 2.623 alunni dell’area di Sheffield. Risultò una percentuale del 27% di vittime tra gli allievi delle scuole primarie, e del 10% tra quelli di scuola inferiore di II grado, relativamente agli ultimi due/tre mesi. In nessun Istituto risultò una percentuale inferiore all’8% di studenti che davano testimonianza della presenza del fenomeno nella loro realtà scolastica quotidiana.
L’intervento inglese portò all’elaborazione di una politica scolastica antibullying, con buoni risultati (riduzione degli episodi registrati del 25%). Un approccio integrato d’Istituto consentì ampi margini di autonomia ai singoli Istituti, che potevano decidere quali strategie attivare22.
La prima ricerca italiana sul fenomeno si deve ad Ada Fonzi che, nel 1993, coadiuvata da un gruppo di ricercatori, coinvolse 1.787 alunni di età compresa tra gli 8 e i 14 anni, della Provincia di Firenze e Cosenza, dove i risultati si rilevarono subito allarmanti, dato che il 30% dichiarò di essere stato coinvolto nelle prepotenze.
Nel 1997 l’indagine fu estesa ad altre sei città (Aosta, Torino, Bologna, Napoli, Palermo e Genzano), per ottenere un quadro più completo. Una percentuale del 55% degli studenti delle scuole primarie e del 32% di quelli di grado superiore, dichiararono di essere stati vittime di bullismo (numeri più allarmanti di quelli esteri). L’intervento, diretto dalla Fonzi, si caratterizzò per un percorso di acquisizione di consapevolezza che, attraverso l’impiego di discipline curriculari, riflessioni in classe circa episodi di attualità, unite a programmi di ‘role-playing’, interviste e lavori di gruppo, doveva ridurre i comportamenti distruttivi.

I pericoli del web: il “cyberbullismo”

La deriva deviante, il disagio esistenziale e lo sbandamento giovanile sono oggi, spesso, riassunti nelle condotte riguardanti un fenomeno parallelo a quello delle prepotenze agite nell’ambito scolastico, con prepotenze attuate tramite gli strumenti tecnologici: è il cosiddetto “cyberbullismo”.
Un fenomeno favorito dalla solitudine dei ragazzi che si caratterizza per l’utilizzo di telefonate, invio di SMS o MMS con testi offensivi, volgari o intimidatori, atti a ledere la vittima.
Tale fenomeno si esplica anche nel diffondere informazioni personali del coetaneo preso di mira, pubblicando filmati e foto su Internet, in alcuni casi anche ingiuriandolo con la pubblicazione di contenuti e-mail, chat o blog che lo riguardano.
Nel 2009 il Movimento italiano genitori (MOIGE) ha avviato una Campagna informativa dall’eloquente titolo, “Non cadere nella rete! Cyberbullismo ed altri pericoli del web”23, per sensibilizzare all’uso corretto della rete, come contrasto anche al fenomeno del cyberbullismo, con attività di sensibilizzazione e prevenzione in diversi Istituti scolastici.
La considerazione dell’allarme sociale rispetto all’utilizzo da parte dei minori del web, senza il supporto di un adulto, risulta motivata dall’elevata serie di pericoli insiti nella rete, ai danni di soggetti ancora immaturi e tipicamente imprudenti.
Saper riconoscere ed evitare, le possibilità di entrare in contatto con adulti senza scrupoli, o di finire complici o vittime, di atti di cyberbullismo, risulta determinante.
Il cyberbullismo si contraddistingue in parte per i criteri validi nel bullismo ‘tradizionale’, con due caratteristiche ulteriori:

  1. Anonimato;
  2. Diffusione pubblica delle informazioni.

I risultati di un’indagine svedese (Slonje e Smith), del 2008, condotto su un campione di 360 adolescenti tra i 12 e i 20 anni, hanno permesso di calcolare una percentuale dell’11.7% di vittime del cyberbullismo, superiore a quella degli episodi di bullismo scolastico (5.3%)24.
In Italia il fenomeno del cyberbullismo è stato studiato in modo sistematico, nell’ambito del Progetto europeo DAPHNE II, risalente al 2008, condotto su un totale di 2.000 alunni fra i 12 e i 17 anni.
Secondo i risultati ottenuti, il 13.3% ha dichiarato di essere stato vittima di atti di bullismo on-line, mentre il 12.1% ha indicato se stesso come cyberbullo.
Sempre secondo le risultanze del Progetto DAPHNE II, la modalità più utilizzata per le prevaricazioni attraverso le nuove tecnologie, sono gli SMS o MMS, inviati soprattutto tramite cellulare (grazie alla vasta possibilità degli adolescenti di disporre di questo mezzo di comunicazione, anche a scuola).
La tutela dell’adulto risulta ancora una volta determinante, in questo caso, per informare il minore.
L’uso imprudente del web è diseducativo, meglio l’uso comune in famiglia, stabilendo regole chiare di utilizzo, perchè Internet resti una fonte di svago e socializzazione positiva.

Corso in Psicologia Criminale con Roberta Bruzzone

 

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