Come fare l’Analisi Psicologica della Scena del Crimine

aprile 17th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Criminologia

Articolo di Ileana Pizzolla

L’esame e l’analisi della scena del crimine,afferma il Dott. Luciano Garofano Generale dei RIS di Parma,è un procedimento complesso di cui spesso non è chiara la visione generale.

Quando un individuo commette un crimine, lascia sempre qualcosa di sé sulla scena del crimine ed è per questo che si rileva importante ai fini delle indagini investigative, individuare con esattezza lo spazio fisico territoriale e concettuale nel quale si è svolto il crimine.

E’ proprio dalla scena del crimine che partono le indagini ed è in questa che bisogna ben osservare perché è qui che si nascondono i dettagli più importanti per scoprire l’autore del reato.

La scena del crimine contiene tracce  ed informazioni che devono essere percepite, interpretate ed elaborate. Il modo di approcciarsi alla scena del crimine è diverso a seconda che gli operatori siano investigatori,criminalisti, esperti di polizia scientifica , esperti e tecnici di ricerca reperti, specialisti di profiling.

Le indagini tecnico –  scientifiche hanno un peso incisivo e determinante nella risoluzione dei casi delittuosi. Sin dal finire dell’800 i progressi tecnologici sono stati sorprendenti permettendo di dare una certezza del giudizio in base alle indagini espletate. Si badi bene infatti, che nella scienza così come nell’investigazione,  il metodo dovrebbe essere essenzialmente rivolto a soprire l’errore prima che la verità.

Il sistema accusatorio prende in considerazione solo le prove regolarmente formate ( a cui si dà certezza ) nel contraddittorio tra le parti di fronte al Giudice.Quali strumenti per tale finalità si utilizzano:

  • Le indagini tecniche generali, soprattutto quelle dirette, sono dette indagini di acquisizione probatoria oggettiva in quanto si svolgono su cose, luoghi, o situazioni pertinenti al reato a cui si è giunti attraverso un attenta analisi della scena del crimine, attraverso rilievi planimetrici, fotografici, esami di laboratorio ed esami balistici.
  • Le indagini indirette o di acquisizione probatoria soggettiva, sono quelle che riguardano persone e atti e sono rappresentate ad esempio dall’acquisizione di informazioni e dagli accertamenti presso gli uffici pubblici.

In particolare, le prove derivanti da indagini tecniche ed esami di laboratorio, hanno acquisito un rilievo sempre più determinante da utilizzare essenzialmente all’interno di un processo penale italiano: determinanti rappresentativamente a tal fine sono gli artt. 348,349 e 354. Queste norme disciplinano l’attività che deve essere svolta per garantire l’assicurazione delle fonti di prova, per effettuare l’identificazione delle persone e per eseguire i rilievi sui luoghi dei delitti.

La fase del rilevamento si limita ad effettuare la ricerca degli indizi e per tramite degli operatori di polizia scientifica si acquisiscono i dati.

Successivamente, nella fase di accertamento, gli indizi si trasformano in prove mediante metodiche di laboratorio che sono in grado di fornire all’investigatore elementi preziosi ai fini della ricostruzione del fatto criminoso e dell’identificazione dell’autore.

Il primo intervento sulla scena del crimine è la fase più importante di tutte: il first responder ha un ruolo molto importante e delicato ed è di fondamentale importanza che sia abbia un adeguata preparazione per il ruolo che riveste poiché l’inosservanza di poche e semplici applicazioni operative e l’inosservanza di alcune applicazioni tecniche porta o può portare a compromettere l’esito delle indagini ; può essere rappresentato da operatori dl 118, Croce Bianca, Vigili del Fuoco, pattuglie della polizia, pattuglie dei carabinieri.

Infatti, il primo intervento comprensivo delle prime attività prese nell’immediatezza dell’arrivo sul posto del delitto,sono di fondamentale importanza. Molte volte però questo non accade perché nei primi istanti in cui gli operatori arrivano sulla scena del crimine,possono essere loro stessi sotto schok, non hanno una precisa cognizione dell’accaduto anche perché la situazione è spesso caotica e drammatica, aggravata dalla presenza dei familiari della vittima.

Anche le situazioni climatiche e le operazioni di soccorso dei feriti possono essere causa di inquinamento della scena del crimine.

La scena del delitto deve essere preservata , evacuata e protetta fin dai primi istanti. Il first responder dovrà stare attento a non toccare nulla ed allo stesso tempo dovrà curare lo stato dei luoghi ed impedire l’accesso a chiunque al fine di salvaguardare l’integrità della scena.

Gli operatori dovranno poi procedere all’identificazione di tutte le persone che hanno avuto accesso ai luoghi prima dell’intervento.

La fase dell’osservazione e della descrizione sono quelle in cui il fattore umano e del contesto assumono maggior rilievo rappresentando due momenti consecutivi e connessi delle operazioni di sopraluogo a cui bisogna associare un rigoroso metodo di osservazione e descrizione che deve andare dal generale al particolare.Nel corso del sopralluogo, il first responder rispettando questo rigoroso metodo, si andrà formando un’ idea di cosa si debba cercare e di come lo si debba fare.

I rilievi fotografici, dovranno rappresentare la lettura dei rilievi descrittivi e viceversa : la fotografia giudiziaria è il mezzo decisivo per consentire la ricostruzione fedele della scena del crimine in tutti i suoi aspetti, procedendo l’operatore addetto ai rilievi fotografici con lo stesso metodo seguito nel corso dei rilievi descrittivi, procedendo dal generale fino ai minimi dettagli.

La ricerca delle tracce è principalmente volta all’individuazione, alla documentazione e asportazione dei frammenti di impronte, che sulla scena del crimine possono essere di due tipi: impronte visibili o impronte latenti.

Le prime sono quelle che si producono per contatto delle superfici digitali, imbrattate di sostanze di varia natura, per esempio sangue, le tracce latenti invece, sono quelle che non si vedono ad occhio e sono quelle più numerose e possono essere rilevate attraverso l’uso di polveri speciali a base di alluminio.

Le tracce ematiche e la loro analisi, sono importatissime per la ricostruzione della dinamica degli

eventi; per questo è nata la BPA Bloodstain Pattern Analysis – disciplina che si occupa di

studiare le tracce di sangue. La BPA si propone di valutare correttamente questi quattro elementi:

  • distribuzione della traccia ematica
  • distribuzione della traccia ematica
  • forma della traccia ematica
  • dimensione della traccia ematica
  • andamento e posizione delle traccia ematica

La BPA è un valore aggiunto per la ricostruzione della dinamica di un omicidio, in quanto consente

di individuare il punto di origine delle tracce di sangue e quindi la posizione della vittima e del reo

al momento della commissione del fatto.

La risoluzione e/o l’indagine di molti delitti dipende strettamente da prove tecnico – scientifiche; il

più conosciuto da questo punto di vista e a livello mediatico è il delitto di Cogne, avvenuto il 30

Gennaio 2002, in una villetta di Montroz, in cui perse la vita il piccolo Samuele Lorenzi.

Nel 2008 la Cassazione riconosce come colpevole del delitto la madre, Annamaria Franzoni. L’esame autoptico rilevò come causa della morte, una serie di colpi sferrati alla testa del bambino con un corpo contundente.

L’accusa e la motivazione della prima sentenza si fondarono prevalentemente sulla perizia eseguita con l’aiuto del luminol (composto chimico utilizzato dalla Polizia Scientifica per rilevare il sangue e dai biologi per la ricerca di rame, ferro e cianuro ) sulle tracce di sangue.

Vennero così rilevate abbondanti tracce sopra il pigiama della Franzoni, parzialmente nascosto

sotto le coperte del letto. L’accusa sostenne che la Franzoni lo avrebbe indossato al momento del

delitto, in quanto era pieno di macchie di sangue e frammenti di osso e materia cerebrale della

vittima, soprattutto su di una manica del pigiama.

Tutto ciò premesso, ci porta a poter affermare che l’analisi della scena del crimine attraverso il sopralluogo, l’identificazione della vittima, le cause e le modalità del decesso è un fondamentale punto di partenza per stendere un identikit psicologico e comportamentale del reo.

La premessa da cui parte il profiling è che il comportamento riflette la personalità.

Il Criminal Profiling analizzando la scena del crimine nei suoi più piccoli dettagli, sulla scorta di studi epidemiologici e di conoscenza derivate dalla clinica, propone un identikit psicologico e comportamentale dell’aggressore fornendo elementi utili alla sua identificazione ed alla cattura. Il profilo psicologico viene utilizzato quando le tecniche investigative tradizionali non sono applicabili.

In accordo con il Crime Classification Manual (1992) si possono distinguere sei reati in cui il profiling trova elettiva applicazione:

  • Single murder (omicidio singolo), nel caso in cui non presenti apparentemente un movente e sia di particolare efferatezza;
  • Serial murder (omicidio seriale), definito dal CCM come tre o più eventi omicidiari, commessi in tre luoghi differenti, separati da un intervallo di raffreddamento emozionale del killer”;
  • Mass murder (omicidio di massa), quando si ha l’uccisone di quattro o più vittime nel medesimo luogo e nel corso di un unico evento;
  • Spree killing (omicidio compulsivo), riguarda un unico evento, che si realizza in due o più luoghi e che porta alla morte di più persone, senza un periodo di raffreddamento emozionale del killer;
  • Rape (stupro)
  • Arson (incendio doloso), si riferisce ad un fenomeno di rilevanza drammatica negli Stati Uniti, che può apparire discutibile se valutato alla luce della realtà italiana;

A questi si aggiunge il Bombing (attentato dinamitardo), il quale non è incluso nel sistema di classificazione del CCM, probabilmente per il numero contenuto di episodi.  Il criminal profiling, comunque, si rivela essere uno strumento utile ed importante soprattutto nei casi di omicidi violenti, gratuiti, aberranti o sessualmente connotati e con caratteristiche di serialità, poiché, con il ripetersi della violenza,  aumentano gli indizi lasciati sulla scena del crimine.Gli omicidi seriali in cui è presente una motivazione sessuale sono tra dei crimini più difficili da risolvere, dato che, in essi, il tipo di relazione estraneo/estraneo tra assassino e vittima, rende poco efficaci i tradizionali metodi d’indagine, perché l’opportunità riveste un ruolo più importante rispetto al movente. E’ necessario procedere partendo dagli unici elementi a disposizione: la vittima e la scena del crimine. Entrambi questi aspetti possono fornire informazioni utili sulla personalità dell’assassino e l’analisi investigativa criminale (cioè l’esame psicologico del crimine) aiuta a comprendere la relazione esistente tra la vittima, il colpevole e la scena del crimine. Per stilare un “profilo psico-comportamentale” efficace è indispensabile considerare diversi elementi specifici dell’omicidio seriale, in particolare di quello con connotazione sessuale. Questi elementi sono:

  • valutazione della vittima: studiare la tipologia della vittima e le modalità di entrata in contatto con essa;
  • individuazione dei luoghi e del percorso del crimine: definire se il luogo di ritrovamento del cadavere è lo stesso dove la vittima è stata uccisa;
  • mezzo omicidiari: valutare il tipo di arma e collegarla al motivo per cui l’assassino usa proprio quella;
  • il cammino e il destino dell’arma: valutare se l’arma è stata condotta sulla scena (organizzazione), se c’era già ed è stata portata via (semiorganizzazione), o lasciata sul luogo (disorganizzazione);
  • valutazione dell’aggressione: verificare l’attacco contro la vittima, le lesioni inflitte; definire se queste sono state inferte prima, durante o dopo la morte e quali. Le ferite sul viso e sugli occhi possono, ad esempio, indicare che la vittima e l’assassino si conoscevano e, quindi, un tentativo di “depersonalizzazione” della prima;
  • attività sulla vittima: verificare:
    • eventuali segni sulla vittima, come morsi, atti di vampirismo o di cannibalismo e classificarli come staging (messa in scena), overkilling, atti sadici, atti simbolici, ecc.
    • se sulla vittima vi sono tracce di mezzi di tortura, di costrizione, di dominio, di possesso, di sadismo
    • la disposizione del corpo
    • se ci si trova di fronte ad un cadavere che sta all’aperto o in luoghi isolati e se non si rende pubblico il ritrovamento, l’assassino potrebbe tornare per controllare, quindi è buona prassi sorvegliare la zona
    • i dati a disposizione, se i resti del cadavere sono esposti, ostentati, posizionati;
  • la carriera del serial killer: se si nota un cambiamento del modus operandi, ma i crimini sono sempre chiaramente commessi dalla stessa mano, si devono considerare alcune ipotesi:
    • aumento della sofisticazione del metodo; può darsi che l’assassino l’abbia perfezionato solo tecnicamente o per quanto riguarda l’organizzazione e l’autosicurezza;
    • aumento della violenza sulle vittime; valutare in quale stadio avviene (prima, durante o dopo la morte) e se sia una modifica qualitativa o quantitativa.

Per quanto riguarda l’applicazione del profilo psicologico all’omicidio seriale, occorre innanzitutto precisare che in tutti gli atti di violenza, la fantasia riveste un ruolo importante e, per gli atti del serial killer, questo è particolarmente vero. Nell’apprestarsi ad eseguire il profilo psicologico, è indispensabile considerare questo aspetto. La fantasia fa parte di tutto il processo omicidiario e continua a rivestire un ruolo fondamentale fino alla disposizione del cadavere. Dal punto di vista del profilo, il trasporto del cadavere, ad esempio, indica un processo di pianificazione anticipata, quindi la presenza di un soggetto organizzato, per cui devono essere considerati gli indizi in entrambi i luoghi (scena del crimine e luogo di disposizione del cadavere). Nel caso in cui i due luoghi coincidano, probabilmente si ha a che fare con un soggetto che vive nelle vicinanze e che ha caratteristiche di personalità del tipo asociale disorganizzato.

Ogni azione del serial killer ha un significato simbolico ben più importante di quello concreto che risulta evidente a prima vista, ed il compito del profiler è quello di trovare tale significato. Un elemento ricorrente in molti omicidi seriali è l’applicazione di bendaggi sul volto della vittima. La motivazione più evidente è il fatto di impedire alla vittima di vedere l’identità del serial killer; una motivazione simbolica, invece, è quella di depersonalizzare ulteriormente la vittima. La presenza di un fenomeno di overkilling concentrato sul volto della vittima sta, invece, a significare proprio una volontà estrema di depersonalizazione; simbolicamente, l’aggressione si concentra nella zona degli occhi, perché lo sguardo della vittima è l’elemento principale che fa ricordare all’assassino di avere una persona di fronte.

Nel modo in cui viene disposto il cadavere è importante l’intenzione dell’assassino di farlo scoprire oppure nasconderlo il più a lungo possibile. La messa in scena (staging) si verifica quando l’assassino altera deliberatamente la scena del crimine prima dell’arrivo della polizia e, di solito, è indicativa di un assassino organizzato, perché è necessaria una certa abilità mentale per capire quali elementi è meglio modificare. Douglas  differenzia la “messa in scena” dalla “messa in posa”; la prima compare nei crimini in cui il soggetto cerca di depistare le indagini, inducendo la polizia a farsi un’idea dell’accaduto non rispondente al vero; si tratta quindi di un aspetto del modus operandi. La “messa in posa”, invece, costituisce la “firma”.

I metodi utilizzati dai serial killer per catturare le vittime non sempre rimangono inalterati nel tempo, ma spesso diventano più sofisticati e pianificati, man mano che aumenta l’età del soggetto. L’età di un assassino seriale è uno degli elementi più difficili da determinare, perché l’età emozionale ed esperenziale non sempre coincide con quella cronologica. Generalmente, gli assassini che mostrano un grado di sadismo più elevato e quelli che pianificano maggiormente il delitto sono meno giovani. Talvolta i serial killer sono soliti raccogliere feticci sulla scena del crimine. La ragione principale per cui un assassino seriale decide di prendere uno o più feticci dalla scena del delitto è quella di avere qualcosa che lo aiuti a ricordare ciò che è successo. Il feticcio, essendo qualcosa che è appartenuto alla vittima, contribuisce ad aumentare la gratificazione psicologica ottenuta durante l’omicidio, perché fa rivivere all’assassino le fasi di quest’ultimo.In alcuni casi, l’assassino seriale raccoglie trofei. La differenza principale con il feticcio è che, mentre questo rappresenta soltanto un simbolo che aiuta il soggetto a ricordare qualcosa di piacevole, il trofeo è uno stimolo visivo forte che ha funzione afrodisiache e spesso si tratta di una parte del corpo della vittima. Il feticcio ed il trofeo aiutano il soggetto a prolungare il ricordo del delitto commesso, per cui analizzare attentamente quello che manca tra gli effetti personali della vittima può fornire elementi utili sulla personalità dell’assassino. Infatti, tra un crimine e l’altro, il serial killer si mette ad osservare i suoi trofei per rivivere nella mente tutte le fasi dell’omicidio precedente. A volte, l’assassino, dopo aver preso un feticcio dalla vittima, soprattutto se si tratta di un gioiello, può decidere di presentarsi a casa dei parenti della persone uccisa per consegnarlo ad un familiare, con la scusa di averlo trovato per strada; ciò serve ad entrare direttamente nel mondo della vittima e ad alimentare le proprie fantasie; oppure può accadere che lo regali alla moglie o alla sua ragazza, anche se è proprio la donna all’origine della sua angoscia ed ostilità.Non tutti gli assassini seriali portano via dei feticci. È possibile, però, che il serial killer decida di tornare sulla scena del crimine per alimentare le proprie fantasie. I soggetti più organizzati fanno in modo di partecipare alle ricerche oppure osservare molto da vicino le indagini della polizia, sia per capire come procedono le stesse che per rivivere continuamente, a livello fantastico, il crimine. La collezione di ritagli di giornali che parlano di lui e delle sue imprese hanno la stessa funzione. Alcuni, sempre allo scopo di rinnovare le proprie fantasie, sono soliti andare a visitare le tombe delle loro vittime.                                        ll Dott. Massimo Lattanzi Direttore dell’O.N.S. afferma che quando si parla di Criminal Profiling vanno considerati due differenti approcci: quello statunitense e quello anglosassone.

  1. A) Quello statunitense ( Crime Scene Analysis ) si basa su due distinte attività investigative :

–  La ricostruzione della scena del crimine ( Crime Scene Reconstruction )

–  L’ elaborazione del profilo psicologico del reo ( Criminal Profiling ).

Nella prima fase di tale processo si analizza ciò che è presente sulla scena del crimine, al fine di determinare gli eventi che si sono succeduti durante la consumazione di un dato reato.

La fase successiva consiste, invece nel delineare il profilo criminologico dell’autore. E’ necessario

sottolineare che gli esponenti di tale approccio sono stati i primi a dare importanza all’ascolto del reo direttamente in carcere.

In base al reato ed alle caratteristiche della scena del delitto, il criminale può essere classificato in“organizzato” e “disorganizzato”.

Il criminale organizzato è colui che pianifica il delitto in modo dettagliato: definisce orario, luogo ed arma da utilizzare, solitamente non lascia traccia, mettendo in atto il cosiddetto “staging”, ovvero l’alterazione della scena del crimine al fine di depistare le indagini. Tale tipologia di autore ha dei precisi schemi di occultamento del cadavere della vittima e nel 90% dei casi ha un buon contatto con la realtà.

Di contro, il criminale disorganizzato è colui che non pianifica ma improvvisa, segue l’istinto:

sceglie la vittima in modo casuale, lascia molte tracce, solitamente non ha con sé l’arma del delitto,

può agire in preda al raptus e colpire la vittima più del necessario; spesso non ha contatto con la

realtà, presentando una qualche forma di psicopatologia.

Altre importanti informazioni circa le caratteristiche del reo possono essere ottenute attraverso:

  • l’analisi del suo modus operandi, cioè la metodologia utilizzata per compiere il reato (armi

usate, tipo di attacco e di controllo, eventuale tentativo di dissimulazione del reato, ecc.) che

è suscettibile di perfezionamento nei casi di recidiva;

  • la firma criminale (criminal signature), cioè quella parte del comportamento non direttamente finalizzata alla commissione del reato, ma legata maggiormente alle fantasie e alle pulsioni inconsce del soggetto.

 

  1. B) Secondo l’approccio anglossassone (Investigative Psychology) il crimine può essere letto come

una transazione interpersonale, un gesto comunicativo durante il quale il criminale produce azioni

che sono significative in un dato contesto sociale, che spesso è costituito unicamente da sé stesso e

dalla vittima. Si ritiene, inoltre, che i nostri scripts di interazione siano profondamente stratificati

all’interno della nostra struttura di personalità e che le dinamiche alla base delle azioni criminali

siano simili, se non addirittura uguali, a quelle che regolano il “normale” comportamento umano.

Un elemento importante secondo tale approccio è la coerenza interpersonale, secondo cui le azioni

del criminale, per quanto possano essere bizzarre o estreme, sono sempre conformi alla sua struttura

psicologica e personologica. Ciò consente allo psicologo di poter inferire alcune caratteristiche del

reo sulla base dell’analisi delle interazioni del criminale con la vittima.

All’interno di questo criterio investigativo assume rilievo la “significatività del luogo e del

tempo”: questi ultimi, infatti, non sono mai scelti in maniera casuale e rivelano importanti

informazioni oggettive sull’autore del crimine (familiarità con la topografia della scena del delitto,

zona di residenza, ecc.), fornendoci anche indicazioni circa le sue “mappe mentali criminali”, cioè

le rappresentazioni mentali interne del mondo che utilizza nella sua attività deviante.

Durante l’analisi criminale è importante non tralasciare l’emozione che sottostà al crimine stesso; a

tal proposito si riportano le emozioni che si configurano più frequentemente come movente di un

delitto:

  • frustrazione (50% ),
  • ostilità e rabbia (46%),
  • agitazione (43%),
  • depressione (14,6%).

Ora ci possiamo chiedere: “Cos’è un delitto?” Con tale termine si indica non solo l’omicidio (come si è soliti pensare) ma qualsiasi reato che il nostro ordinamento giuridico punisce, incluse le varie forme di violenza e

lesione.

E’ essenziale distinguere il delitto EMOTIVO dal delitto PASSIONALE: per comprenderne le differenze è necessario soffermarsi su ciò che si intende con i termini emozione e passione.

L’emozione è una scarica intensa, di breve durata, uno stato transitorio, che di solito si verifica come reazione ad un avvenimento. La passione è un’emozione più profonda, di solito diventa duratura, invade e domina l’attività psichica e la condotta della persona.

Ciò che accomuna i due tipi di delitti sopra menzionati, è il fatto che possano avere come movente il sentimento (lo stato che accompagna l’appagamento o il non appagamento di un bisogno); cambia, però, l’intensità e la durata dello stesso.

Il delitto emotivo è di solito scatenato da un’improvvisa scarica nervosa di un’intensità incontrollabile, un tornado, un raptus (messo in atto principalmente dal criminale “disorganizzato”).

Il delitto passionale è una lenta ed intensa maturazione che annulla i poteri di critica e di controllo

e pervade totalmente la persona (praticato perlopiù dai cosiddetti criminali “organizzati”).

Entrambi i delitti possono essere definiti affettivi, nella misura in cui esiste un legame affettivo tra

l’aggressore e la sua vittima (affetto: far qualcosa per qualcuno).

Nel biennio 1999-2000 si è analizzato un campione di 266 delitti. L’analisi del campione ha permesso di evidenziare che:

  • l’84% dei delitti sono risultati “passionali”;
  • un’età media di 35 anni;
  • circa il 70% delle vittime sono di sesso femminile;
  • nel 90% circa dei casi esiste una “familiarità” autore –vittima;

Secondo gli studi dell’ O.N.S., inoltre, solo il 10% degli stalker soffre di una psicopatologia grave,

con perdita del contatto con la realtà, mentre nell’80% circa dei casi si tratta di soggetti ben inseriti

nella società.

Gli stalker non sono in grado di elaborare e accettare l’abbandono: quando sentono di perdere o

perdono realmente una persona importante si attivano in modo immediato. Queste attivazioni

comportano un impegno ed un dispendio di energie che è ricompensato con il distacco o il rifiuto.

Le persone che agiscono gli atti persecutori, non possono fare a meno di riempire di attenzioni le

persone che si configurano come oggetto del loro interesse, trascorrendo così, in modo più o meno

consapevole, buona parte della giornata. Questo desiderio è compulsivo e diviene fortissimo ed

incontrollabile e, se non soddisfatto, può provocare sofferenza psicologica e fisica, ansia, insonnia,

aggressività ed altri sintomi depressivi. E’ stato possibile identificare nell’80% delle persone che

attuano comportamenti molesti e violenti il Colpo d’Abbandono Improvviso, C. A. I. (M. Lattanzi,

2007). Con tale terminologia si intende un momento preciso, che viene definito come uno tsunami

emotivo-affettivo, in cui tutto viene sovvertito e che cancella i valori, gli affetti e gli obiettivi

precedenti.

Altro aspetto importante è il gaslighting, un fenomeno che si configura come precursore dello

stalking: consiste in tutti quei comportamenti subdoli attuati dal manipolatore (gaslighter) nei

confronti di una persona, al fine di confonderla, farla sentire in colpa, farle perdere la fiducia in se

stessa, causarle senso di inadeguatezza fino a farla dubitare della sua sanità mentale; l’obiettivo è

ottenere il controllo totale della vittima e “deumanizzarla”, in modo tale da impedirne la

separazione e l’autonomia.

Corso in Psicologia Criminale con Roberta Bruzzone

 

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