Come si sviluppa il concetto di morte nel bambino

maggio 19th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

Interessanti studi trattano i diversi aspetti del tema della morte dal punto di vista evolutivo.
Questi, in particolare, esaminano l’insegnamento ricevuto dal bambino sul concetto di morte nell’ambito della cultura occidentale nei secoli recenti; l’angoscia e la tensione collegate nei bambini alla concezione della morte; e le connessioni tra la morte e il tempo nel bambino e nell’adulto.

Per studiosi, come la Nagy, che distinguono, sulla base di ricerche sperimentali, alcuni stadi nell’evoluzione infantile del concetto di morte, prima dei 5 anni la morte è concepita come un fatto reversibile, e paragonata ad una partenza e ad un viaggio.
Per i bambini di quest’età, infatti, chi è morto può ancora pensare e sentire.
Nonostante ciò, il bambino può provare particolare angoscia, vedendo nella morte soprattutto l’aspetto della separazione.
Per quanto riguarda, invece, il periodo che va dai 5 ai 9 anni l’aspetto caratterizzante sarebbe la personificazione della morte: la morte viene vista, cioè, come “scheletro mietitore” ed è concepita contemporaneamente come un qualcosa di inevitabile, anche se tipica della vecchiaia.
Il bambino tende a rappresentare il morto come qualcuno che si trova in un altro stato di vita, copia più o meno sbiadita dello stato di vita di chi rimane.

E solo dopo i 9 anni, secondo la Nagy, la morte è concepita come irreversibile e universale.
Secondo un altro studioso, Anthony23, il concetto di morte nel bambino inizia a formarsi già verso i 3-4 anni, dato che prima di tale età la comprensione della parola morte è molto limitata e indeterminata.

Anche attorno ai 5-6 anni i concetti infantili di morte e di vita sono spesso erronei e sempre incompleti (infatti, per i bambini di quell’età, morto può voler dire addormentato, o che è in ospedale ecc.).
E solo a 7-8 anni, secondo tale autore, il bambino perviene ad un concetto di morte sufficientemente elaborato ed abbastanza corretto: inizia, cioè, a capire ed accettare che la morte è comune a tutta l’umanità ed è inevitabile.
Verso i 12 –13 anni il ragazzo si prende gioco della morte e talvolta compie azioni e gesti di sfida per deriderla.

Dietro a questo atteggiamento si può nascondere, secondo Anthony, un elemento di difesa contro l’angoscia che può durare anche molti anni, o per tutta la vita, tanto che per alcuni ha poco senso la vita se non rischiando continuamente di perderla.
Il concetto di morte risulta, per l’autore, quindi, possibile solo quando il bambino ha superato la “mentalità magica”: ha acquisito, cioè, i più elementari concetti temporali ed è in grado di spiegare i fenomeni naturali facendo appello a spiegazioni causali di tipo meccanicistico, rinunciando, perciò, alle spiegazioni inappropriate di tipo finalistico (ad esempio, la formica è morta perché era cattiva) o motivazionale (ad esempio, il gallo canta perché vuole svegliare il sole…)24.
Gli studi che vogliono definire l’evoluzione del concetto di morte nel bambino non sono, però, concordi tra loro nel definire l’età di passaggio tra un modo di comprendere primitivo ed uno più evoluto.
In definitiva, si nota come i risultati delle ricerche più citate siano in parte contrastanti; dipendendo, probabilmente, dalla difficoltà di individuare criteri assoluti che stabiliscano l’avvenuta comprensione della morte da parte del bambino.
E’, tuttavia, possibile formulare utili considerazioni sulle fasi che caratterizzano la graduale acquisizione della coscienza della morte nel bambino:

  • Primo stadio: fino ai 2 anni di età: il bambino può essere indifferente di fronte alla morte fisica, ma è molto attento ai legami affettivi.
  • Secondo stadio: già intorno ai 3 anni i bambini cominciano ad avere una forte consapevolezza di sé, delle proprie capacità e dei propri limiti e, quindi, anche della possibilità di morire e di soffrire per la perdita di rapporti importanti.
  • Terzo stadio: fino ai 9/10 anni la consapevolezza della morte evolve verso un’accettazione più concreta della stessa. È il periodo del realismo infantile, e delle rappresentazioni concrete (cadavere, cimitero, scheletro, tomba) che non hanno valore simbolico, ma producono paure e angosce concrete.
  • Quarto stadio: dai 9/10 anni in poi: il bambino entra nella fase delle angosce esistenziali, la cui gestione apre l’accesso alla simbolizzazione della morte stessa, alle angosce di morte e alle soluzioni ideologiche.

In adolescenza le angosce di morte e di evocazione delle proprie perdite iniziano ad essere gestite con le modalità del pensiero adulto con i suoi corollari filosofici, religiosi e metafisici26.
In definitiva, la comprensione che un bambino ha della morte evolve per mezzo di una serie di concetti collegati tra loro, come le perle di una collana, fino ad arrivare all’acquisizione completa del concetto di morte.

Articolo di Maria Angela Bruno

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