L’elaborazione del lutto in bambini e ragazzi: quando il lutto diventa complesso

maggio 21st, 2018 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

Nella prima infanzia l’esperienza del lutto é un evento importante per lo strutturarsi della personalità.
Il modo in cui viene vissuto nell’infanzia il processo di lutto, è determinante per l’evoluzione psicologica successiva e contribuisce sensibilmente a definire le modalità secondo cui questa esperienza viene affrontata nella vita adulta.

Viceversa, la chiusura ed il silenzio dell’adulto nei confronti del bambino, sulla morte di una persona cara o sulla preoccupazione di morte di fronte ad una malattia inguaribile, lasciano il bambino nella solitudine e nella paura, resa più dolorosa dalla percezione che l’adulto in quel momento non vuole essere con lui.
Il bambino in questo senso vive la morte come separazione o esclusione, come un “venir meno” dell’Altro e all’Altro.
In seguito alla scomparsa di un familiare “l’essere insieme”, da parte di chi è rimasto, è anche la condizione perché il bambino possa elaborare il lutto.
Accompagnare il bambino nell’elaborazione del lutto richiede che l’adulto abbia vissuto correttamente il processo da parte sua, affinché il bambino non venga implicato nelle difficoltà emozionali dell’adulto stesso.
Nella sua elaborazione del lutto il bambino è più fragile, più esposto dell’adulto e il processo attraverso il quale si instaura la possibilità di riassunzione delle relazioni oggettuali, viene acquisito, nella prima infanzia, solo in un tempo prolungato, con un’evoluzione più complessa e difficile rispetto a quella che si verifica nell’adulto.28.

Pertanto, nel momento in cui un adulto parla del delicato tema della morte con i bambini, è fondamentale fare molta attenzione a quanto si comunica loro circa l’accaduto.
E’ essenziale anche consentire loro di partecipare a tutte le emozioni per farli crescere con un solido senso del sé e con la capacità di affrontare la situazione luttuosa attuale e quelle che seguiranno.

I bambini, infatti, sembrano sviluppare naturalmente dei pensieri circa la morte, anche se in principio tendono a semplificare o a modificare tale concetto.
Per l’elaborazione del lutto nei bambini sono importanti, quindi, un buon rapporto con la famiglia prima del lutto; la presenza di una persona fidata che si occupi affettuosamente di loro; le informazioni pronte e chiare sulla morte che non travisino e nascondano quanto è accaduto; e, infine, l’incoraggiamento ad unirsi al lutto familiare.

Quindi, in questa circostanza, la comunicazione tra adulto e bambino risulta essere una solida base per il successivo e difficile processo di elaborazione del lutto infantile.

La perdita di persone care

a) Generalità
Si è già detto più volte che la morte di una persona amata rappresenta l’esperienza emotiva più dolorosa vissuta dagli esseri umani, capace di modificare i loro orizzonti psicologici.
Il tempo, di solito, permette di elaborare il lutto, ma, non sempre ciò è così ovvio e lineare.
Una tale perdita acquista dimensioni catastrofiche nel caso in cui sia un bambino a perdere, ad esempio, un genitore, dato che focalizza gran parte della proprio energia emotiva sugli stessi genitori, considerati la loro fonte di amore e sicurezza.

b) La perdita di un genitore e reazioni emotive in bambini molto piccoli
La morte di un genitore (in particolare della madre) è molto destabilizzante quando il bambino è troppo piccolo perché possa comprendere il significato della morte.
In tenera età i bambini fanno molto fatica ad accettare che il genitore non è più in vita e sentono questo momento come orribile, in un certo senso, non pensabile.
Cambia la struttura familiare, così come i ruoli dei membri della famiglia: la casa che prima era un rifugio tranquillo, stabile, può diventare un posto caotico.
I bambini sono alla ricerca di una spiegazione e di un bisogno costante di ricostruire ciò che Stern30 nel 2004 definisce matrice intersoggettiva.

Spesso i bambini di fronte a questi cambiamenti reagiscono chiudendosi in se stessi in quanto sono talmente spaventati che hanno difficoltà di comunicare e segnalare, a chi sta loro vicino, la paura, l’angoscia e il senso di panico che provano.33.
E’ importante, pertanto, non negare la realtà della perdita, non minimizzare né sottovalutare il peso delle memorie traumatiche anche se il riferimento e il ricordo del genitore comportano inevitabilmente il ricordo doloroso delle situazioni di angoscia e paura.
Nonostante sia importante dire al bambino la verità rispetto alla morte del genitore, è da sottolineare che in genere è sufficiente comunicargli gli aspetti generali di come è accaduto e di come sia successo, così che è più facile per il piccolo elaborarli nel tempo.
Tutto ciò serve per tutelare il bambino da dettagli concreti sulla morte che possono essere fonte di risposte traumatiche.

c) La perdita di un fratello e reazioni emotive in bambini molto piccoli.
La morte di un fratello, anche se non rappresenta la perdita totale di sicurezza e protezione come la morte di un genitore, è, comunque, un’esperienza di separazione che disorienta e influisce lo sviluppo della propria identità personale, il rapporto con i genitori e gli altri familiari e le relazioni nella propria vita adulta.
Per chi rimane vuol dire perdere una figura chiave della propria vita quotidiana, non avere più un compagno di giochi, non condividere più né le confidenze, né la stanza, non ricevere né dare sostegno dopo una marachella, sentirsi più soli, non proteggere né essere protetti nei momenti di difficoltà fuori di casa, non fare più litigate e avventure insieme.
Qualche fratello all’inizio si sente sollevato e contento perché ha una stanza tutta per sé, perché non ha più rivali nell’affetto dei genitori e dei nonni….ma successivamente sopravvengono interrogativi e problemi all’interno di sé e fuori di sé, cui si deve far fronte.
Esistono sicuramente già delle difficoltà durante il corso della malattia quando i genitori non hanno in genere energie sufficienti per occuparsi appieno degli altri figli, che, quindi, sperimentano una separazione, anche questa luttuosa, prima ancora di subire la perdita definitiva del fratello.
Anche dopo la morte, la situazione in famiglia può permanere difficile e generare una grande varietà di risposte e di sentimenti.
I figli possono subire un sovrainvestimento affettivo, e divenire bersaglio di un’apprensione esagerata da parte dei genitori, dovendo svolgere una funzione sostitutiva e consolatoria rispetto al figlio scomparso.
All’opposto può accadere che i bambini continuino a subire una deprivazione affettiva se il fratello scomparso continua a essere la figura più importante nel cuore dei genitori o se i genitori non hanno ancora ripreso a sufficienza le loro energie.
Sarebbe, pertanto, utile che le sorelle e i fratelli rimasti avessero l’opportunità di esplorare cosa è accaduto, di ricostruire la storia della relazione e della vita vissuta insieme e, per una risoluzione salutare della perdita, essere sostenuti nello scoprire come la vita può essere vissuta anche senza la presenza fisica del fratello o della sorella34.
IV.4 Continua: esperienze di bambini orfani sopravvissuti in guerra
Tutto quanto sopra affermato può trovare riscontro a maggior ragione nella psiche traumatizzata dei bambini rimasti orfani e sopravvissuti in guerra.
E’ significativa, in merito, l’esperienza di tirocinio svolta da una psicologa35 in Bosnia-Erzegovina, in collaborazione con l’Ai.Bi36, a contatto con i bambini che portano i “segni“ dei traumi (più nello specifico, lutti e violenze di ogni tipo) subiti in seguito alla guerra.
Infatti, la dottoressa, nel riportare una delle tante storie di alcune famiglie da lei “visitate” racconta che:“ Il 17 settembre 2006 arrivo al CBF37, come ogni mattina, alle 9,00.(…….) Dopo aver chiacchierato un po’ con Senka e Tanja iniziamo a programmare il giro di visite.
Così conosco Maria e la sua storia, una storia comune in questa parte di Europa vicina a noi.

Il CBF conosce Maria perché il fratellino di quattro anni frequenta la «Kinder garden» del centro.
Maria parla molto bene l’italiano, così non c’è alcun bisogno di traduzione.
Lei infatti da più di due anni, ogni estate, è ospite di una famiglia palermitana attraverso una delle tante associazioni italiane che accolgono «orfani di guerra».
Oggi Maria ha diciassette anni, ha perso la madre quando ne aveva quattro; infatti, è stata uccisa all’inizio della guerra dai serbo-bosniaci.
Maria e la sua famiglia sono «bosniaci», lei, infatti, si definisce musulmana. Dopo la morte della madre, il padre si è risposato due volte (…) Maria è sempre cresciuta con la nonna paterna, che tuttora vive con loro(…).
Appare disponibile al dialogo, sebbene nervosa ed “emotiva“ (sembra sempre sul punto di scoppiare a piangere).
Mi racconta di aver visto morire la madre: era con lei quando è successo (più precisamente era tra le sue braccia) e questo, dice, lei non potrà mai dimenticarlo.
Non parla facilmente di questo episodio né degli anni della guerra, soprattutto dice di non poterne parlare in famiglia ne’ con il padre né con la nonna.
Col padre, infatti, aveva iniziato a parlarne quando cominciò a crescere, ma lui tutte le volte non faceva che piangere, e così pure la nonna.
Adesso evitano i discorsi riguardanti la guerra e la morte e parlano solo di quotidianità; così, dice, nessuno piange, anche perché ”quando qualcuno piange io ho l’impressione di soffocare”.
Nel tempo Maria ha imparato a tenersi tutto dentro, sebbene, dice, le piacerebbe ogni tanto poter ricordare insieme a qualcuno. «Mi sforzo, adesso, di fare una vita normale, studio per diventare infermiera ma non mi piace… appena finirò, mi piacerebbe scrivermi in psicologia. Cosa devo fare, si deve pur vivere. Spesso non ho voglia di fare nulla, così resto a dormire perché a scuola vado nel pomeriggio».
Quindi, come asserisce la psicologa, testimone dei fatti, “ i racconti dei bambini e dei ragazzi sono testimonianza del loro vissuto, specchio dei loro sentimenti e delle loro paure. Ci rimandano gli echi degli eventi che li hanno colpiti, ci illustrano il loro modo di percepire e costruire il mondo, così come possono, dentro i percorsi che gli adulti hanno costruito per loro”.

La Rossini Oliva ammette che non è stato facile parlare con loro, farsi raccontare le loro storie, e questo per vari motivi, tra cui il più importante è il rispetto che si deve loro in quanto esseri umani e in quanto portatori di un dolore più grande di loro, per cui non sempre sono ancora in grado di elaborare pienamente.
Inoltre, gli stessi non sempre hanno voglia di raccontare, dal momento che spesso hanno bisogno di essere stimolati adeguatamente, di essere aiutati a ricordare, e di entrare in un rapporto di fiducia e di confidenza; mentre altre volte non hanno proprio alcun desiderio di raccontare il loro dolore, oppure non riescono ancora a farlo.
Quindi, i bambini sono considerati, in genere, una categoria a maggior rischio per disturbi psichici dopo l’evento luttuoso che li ha coinvolti38.

Articolo di Maria Angela Bruno

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