Come si trasmettono i traumi

giugno 5th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Uncategorized

Trasmissione intergenerazionale dei traumi vissuti nelle catastrofi politiche e sociali.

 

“…tutto ciò che si affonda in noi, come un mucchio di pietrame,

finchè dura la guerra, si ridesterà un giorno a guerra finita,

e allora comincerà la resa dei conti, per la vita e per la morte.

Remarque (1929, p.127)

 

“Non c’è guarigione dalle ferite della Shoah,

 ma nell’intersezione tra trauma individuale e storia

si apre una possibilità di impegno morale

 per cui vale la pena di vivere

Lawrence Langer

(Mucci; 2008, p.119).

 

 

La trasmissione psichica ha avuto da sempre un posto di spicco a partire da Freud che riteneva che il trauma passato ormai perduto nella sua realtà oggettiva, si manifesti attraverso i suoi effetti a partire da questa dimenticanza (Russo,2008). Alla trasmissione si è poi guardato in termini di transgenerazionalità, per attenzionare i vissuti traumatici nelle catastrofi politiche e sociali, e quindi ad una dimensione sociale e culturale collegata all’individuo singolo e alla sua realtà psichica.

«Gli abitanti del pianeta Auschwitz non avevano nomi. Non avevano né genitori né figli. Non si vestivano come si veste la gente qui. Non erano nati lì né li concepivano. Respiravano secondo le leggi di un’altra natura e non vivevano né morivano secondo le leggi di questo mondo. Il loro nome era Ka-Tzenik e la loro identità era quella del numero tatuato nella carne dell’avambraccio sinistro» (Testimonianza resa al processo Eichmann a Gerusalemme). Il sopravvissuto alla catastrofe politica e sociale sperimenta un angosciante e silente senso di frammentazione. Citando Bettelheim (1981) «il sopravvissuto sentiva che la sua vita era diventata così frammentata, che egli non era in grado di mettere di nuovo insieme i pezzi… incapace di ricostruirsi la personalità di prima, perché troppo, se non tutto, era perduto». Betteleim sosteneva che tali condizioni predisponessero l’individuo con un’ integrazione del sé non abbastanza salda, a gravi patologie, portandolo a lasciarsi morire (Bettelheim, 1981). Bowlby (1988) in merito alla comunicazioni tra genitori e figli, sostiene che queste possano generare psicopatologie attraverso la trasmissione transgenerazionale d’organizzazioni fantasmatiche genitoriali (Bowlby, 1988).

«La reazione più comune di fronte agli eventi era la scissione, che sembrava perdurare nei sogni. La domanda fondamentale del sopravvissuto rimaneva:“perché io no?”e con l’irrazionale senso di colpa e la vergogna di essere stati passati da parte degli aggressori» (Mucci,2008, p. 121). Molti autori hanno trattato tale argomento incentrandosi sui sentimenti e sui sintomi di chi resta dopo la catastrofe.

Lo “stigma della morte” è sentito dal sopravvissuto come una “terribile lezione”, poiché vi è l’ intrusione di un’immagine di minaccia alla vita, come monito che anche noi moriremo. Il reduce sopravvive nell’autoaccusa, come se vivesse “ al posto di”. Il senso di colpa, è correlato alla mancata elaborazione del lutto a causa di cui viene perso senso vitale. L’ottundimento affettivo e psichico (Psychicnumbing) non permette al soggetto di reperire sensazioni piacevoli; Così resta privo della capacità di farsi “nutrire” dagli altri, in termini d’ aiuto, amore e intimità. Esso sviluppa  un senso d’indegnità rispetto al genere umano, poiché si è macchiato della morte, l’esistenza si svuota,così , da ogni significato (Robert Lifton, 2008).

 

Volkan (2006) in merito ai sentimenti emergenti nelle catastrofi militari, studiò il trauma di una generazione che aveva subito una sconfitta militare. Volkan sostenne che tale trauma venne tramandato per generazioni assegnando agli eredi un compito riparatorio. Ciò implica l’assegnazione del ruolo di capo a colui che si ritiene possa salvare la collettività dall’umiliazione profonda caratterizzante la sconfitta. Gli oggetti politici, dotati di trasmissione transgenerazionale, divengono definitori d’una generazione, che porterà il segno della violenza nella successiva, allo scopo di sopravvivere generando una rottura con la precedente estetica. All’interno di ogni Nazione vi è un grande gruppo di persone, che non si conosceranno mai, ma che condividono la stessa identità storica (Bollas, 2007). Comelli (2015) sostiene che da tali studi si possa ipotizzare che molti problemi legati alla contemporaneità si possano leggere in termini di dolore psichico che accomuna più individui. Tali pensieri sono legati alla colpa e al dolore connesso, che vengono tramandati per generazioni. Comelli (2015) descrive i tentavi di protezione messi in atto dai popoli primitivi della Papua, che allontanavano i giovani allo scopo d’interrompere la catena di strategie di sopravvivenza, esiliandoli in un monastero; finendo poi, per produrre dei disadattati, poiché nella loro mente si faceva strada l’idea del selvaggio che necessita d’esser  redento (Comelli, 2015). Le antichissime credenze di tali popoli vedevano nello sciamano colui che diviene un ponte tra due realtà, tra quella fisica e quella abitata da spiriti. Per Esso,  la malattia ha  un valore sacro. In queste tribù, in cui veniva praticato lo sciamanesimo, i figli venivano accompagnati nella loro evoluzione attraverso una simbologia sacra e gruppale, che definisce i confini, valori e strumenti derivati dalla trasmissione tra genitori e figli, collegando i nuovi nati con i propri antenati (Comelli, 2015). L’uomo odierno invece vive in una realtà familiare scollegata dal passato che investe le proprie aspettative anche terapeutiche sulla progenie, a scapito di essa (Comelli, 2015). In merito al trauma, in particolar modo, quando è così fortemente connaturato in una cultura, destruttura la trama esistenziale del sé. Ciò che resta sono un io e un tu a scapito del noi (Comelli, 2015).

I genitori,  mossi dal desiderio di proteggere i propri figli, rievocano nella prole, la sofferenza d’un trauma, senza creare una base stabile d’appartenenza e radici che diano significato e senso al proprio vissuto (Fresco,1984). La trasposizione attraverso il nome di un defunto dato ad un nascituro, impedisce lo sviluppo d’un senso identitario e il processo adeguato di separazione-individuazione. Ciò che ha luogo è l’insediamento d’un individuo nell’inconscio d’un altro (Kestenberg, 1982).

Fonagy (1999) riprendendo il concetto di trasposizione di Kestenberg, afferma che tale trasposizione abbia lo scopo di far risorgere gli oggetti perduti a causa dell’impossibilità del sopravvissuto di farne lutto (Faimberg, 2012).

Kogan (1989) in merito al modello per la trasmissione del trauma, sostiene che il bambino diviene un ricevente ma allo stesso tempo è il mezzo per riversare all’esterno il lutto e l’aggressività fatale per il genitore. Ciò avviene attraverso l’identificazione proiettiva, che renderà inaccessibile la sfera emotiva personale, a causa dell’incapacità genitoriale di svolgere il proprio ruolo di “mirroring”. Il bambino per entrare in contatto con tale ruolo genitoriale nella ricerca d’empatia si scontrerà con ciò che in origine aveva traumatizzato il genitore.  Il genitore compie il tentativo di riparare gli oggetti perduti e idealizzati per restituire integrità al proprio sé. Il figlio si sostituisce agli oggetti perduti a scapito del proprio sé (falso sé) (Kogan, 1989). Nella terapia è importante rendere consapevoli le radici storiche disvelando i conflitti. Tentano di dimistificare la propria infanzia svelando i segreti familiari taciuti. L’inaccessibilità della sfera affettiva genitoriale  rimanda al bambino un interpretazione negativa della propria eccitazione che può sfociare nella dissociazione (Fonagy, 1999). Claudine Vegh (1980) fece una ricerca sui discendenti di deportati non sopravvissuti, durante la seconda guerra mondiale e i cui figli non erano a conoscenza di ciò che stava accadendo ai genitori. Questi bambini non avevano potuto nemmeno salutarli ; vennero accolti da famiglie conventi o comunità e veniva dato loro un falso nome (Schützenberger, 2004). L’unica spiegazione che venne data a questi figli, era che la loro mamma e il loro papà erano dovuti partire e che loro non avrebbero potuto parlare con nessuno di questa partenza. Ciò che si evinse è che questi ragazzi e le loro famiglie erano afflitti da incubi che sembravano non risolversi (Schützenberger, 2004).  Il peso del segreto e del taciuto della morte non ha permesso un sano funzionamento psichico, poiché le verità nascoste vengono intuite e nel tempo acquisiscono un carattere traumatico. Per quanto dolorosa o tragica possa essere la verità, il suo disvelamento affligge meno del peso del segreto taciuto e quindi non elaborabile (Schützenberger, 2004). Le tragedie politiche e sociali anche se antiche non sono senza strascichi; le conseguenze della strage degli ebrei, come altre catastrofi come quella degli armeni , o la tratta e la schiavitù dei neri. Le crociate che ebbero luogo dal 1096 al 1099 che videro gli Arabi come vittime, si ripercuotono tutt’oggi nei loro discendenti. Nel 1622 ebbe inizio l’era mussulmana, e qualche anno dopo nel 638 il califfo Omar conquista Gerusalemme (Schützenberger, 2004). Nel VII e VIII secolo l’impero arabo si espande dall’India ai Pirenei. La prima crociata fu ad opera di Pietro l’Eremita che venne sconfitto (1906-1099) dal califfo di Nicea. Subito dopo nel 1099 i Franchi, un popolo germanico occidentale, saccheggiò la città di Gerusalemme impadronendosene e sgozzarono ebrei e  mussulmani. Gli arabi riuscirono a riprendersi Gerusalemme e nel 1100 Baldovino se ne proclama re. Dopo innumerevoli dominazioni gli arabi riuscirono nuovamente a riappropriarsi della loro terra grazie a Saladino nel 1187. Subirono più tardi nel 1204 altri saccheggiamenti ad opera dei Franchi a Costantinopoli; e così via, fino all’ultima crociata (VIII), che si concluse con la morte di San Luigi, il re di Francia nel 1270 (Schützenberger, 2004). «Come distinguere il passato dal presente quando si guarda alla lotta tra Damasco e Gerusalemme […]. In un mondo musulmano continuamente aggredito non si può impedire che emerga un sentimento di persecuzione che assume, in alcuni fanatici la forma di una pericolosa ossessione: non si è forse visto il 13 maggio 1981, il turco Mehmet Alì Agca sparare sul Papa dopo aver spiegato in una lettera: Ho deciso d’uccidere Giovanni Paolo II, il capo supremo dei crociati. […] L’Oriente arabo continua a vedere nell’Occidente un nemico naturale. […] E non si può dubitare che la rottura avvenuta tra i due mondi abbia la propria radice nelle crociate, a tutt’oggi considerate dagli arabi come un vero atto di violenza» (Amin Maalouf, 1989, p.287,288). Eventi quali la caduta del muro di Berlino nel 1989 nell’ex –Jugoslavia postcomunista; la caduta del regime comunista in URSS nel 1991; la rinascita dei paesi Baltici e delle repubbliche che vivevano in “pace” sotto il regime sovietico e tanti altri eventi, hanno generato odi razziali, risvegliato nazionalismi, stermini religiosi tra mussulmani e cristiani e tra cattolici e ortodossi; una storia di deportazione e di sterminio già vista nell’era del Nazismo (Schützenberger, 2004). Jean Jaques Attalì (1492) in merito all’esilio e all’emigrazione afferma: Esodi che avvengono in un contesto e attraverso scelte difficili: partire senza i propri bagagli e abbandonare tutti i propri beni o convertirsi volontariamente o per forza al cattolicesimo e continuare ad essere, in un clima di sospetto perenne, dei “marrani” convertiti e sorvegliati dall’Inquisizione. Esodi che avvengono normalmente per mare, con il rischio di arrembaggio delle navi da parte dei pirati, della schiavitù, di omicidi e naufragi. L’Esodo a cui si riferisce Jean Jaques Attalì e quello avvenuto nel 1942 quando la comunità ebraica venne cacciata dal territorio spagnolo su richiesta dell’Inquisizione dei re cattolici Ferdinando e Isabella (Schützenberger, 2004). Cinquecento anni dopo nel  1992, Juan Carlos, re di Spagna, chiede perdono alla comunità ebraica. Nello stesso anno il sindaco americano di Salem organizza una cerimonia espiatoria di riparazione in onore di tutte quelle persone morte, imprigionate o perseguitate a partire dal 1647 fino al 1688 perché tacciate di stregoneria. Al termine dei processi che ebbero luogo nel 1692 furono giustiziate 19 persone per impiccagione, un uomo venne ucciso perché si rifiutò di testimoniare; 150 sospettati vennero imprigionati e altre 200 persone vennero accusate di stregoneria (Schützenberger, 2004). Sempre nel 1992 avvenne lo sterminio tra Serbi e Croati, nella ex-Jugoslavia; trattavasi di cristiani ortodossi e cristiani cattolici. Dal 1936 al 1939 ci fu la guerra di Spagna, in cui gli esiliati e gli emigrati dovettero abbandonare la propria casa per non poter  più tornare in patria. Lo stesso vale per gli emigrati russi che fino al 1922 (dal 1906) non sono potuti rientrare nel proprio paese.  Ricordiamo inoltre, i “pieds-noir”  tornati “con la valigia o la bara”  dopo il 1962 a seguito della guerra in Algeria (Schützenberger, 2004). Il genocidio degli schiavi neri tra il 1490 e il 1899 che causò 38 milioni di vittime. Tutte queste stragi politiche e sociali non possono essere dimenticate. Le famiglie dei morti nella prima guerra mondiale a Ypres nel 1995 che vennero gasati brutalmente, così come lo sterminio di famiglie armene (1915) ad opera dei Turchi; Il genocidio dei nativi americani che ha provocato 114 milioni di morti  ad opera dei colonizzatori bianchi, sono eventi vivi nella memoria degli eredi.  Il transgenerazionale si palesa negli odi secolari, radicati dal nazionalismo (Schützenberger, 2004). Il ricordo di questi martiri porta con sè vendetta, debito di sangue e riparazione. Non solo ricordare è necessario ma anche dimenticare e perdonare, affinchè gli eredi non vengano più perseguitati da “fantasmi”  (Schützenberger, 2004) . Tali conseguenze ci portano a riflettere sul problema della trasmissione transgenerazionale e a prestare più attenzione nel lavoro clinico “agli altri dentro di noi”(Costantini, 2007).

 

 

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