Cannibalismo Criminale secondo l’FBI: studi e ricerche in psicologia

giugno 12th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Criminologia

La presenza del cannibalismo è tangibile nella storia e nell’animo umano. La psicanalisi lo colloca nella personalità di tutti gli individui psicologicamente sani, interpretandolo come il desiderio di ognuno di incorporare in sé l’oggetto amato. Ne possiamo persino trovare un’eco inconsapevole nelle metafore quotidiane (“sei una persona squisita”, “la passione che divora”, “mangiare di baci”) (Camerani, 2010).

Il più famoso cannibale è sicuramente Hannibal Lecter, lo psichiatra antropofago, personaggio sconvolgente nato dalla penna di Thomas Harris, autore del Silenzio degli innocenti. E poi, c’è la strega cattiva della fiaba di Andersen Hansel e Gretel, la quale attira i due bambini nella casa di marzapane allo scopo di mangiarli.

L’origine del cannibalismo è misteriosa, fonda le sue radici nell’antichità e si estende sino ad oggi. Dal culto del cranio praticato nella Nuova Guinea alle notizie tramandate da Erodoto e Marco Polo, dalla tradizione popolare fatta di mangiatori di uomini (orchi, streghe, lupi mannari e compagnia bella), al cannibalismo simbolico dei primi anni di vita, l’antropofagia attraversa tutta la nostra cultura (Arens,1979).

Uno dei primi serial killer cannibale documentato dalla storia è Gilles De Rais, compagno d’armi di Giovanna D’Arco, che tra una battaglia e l’altra dava sfogo all’impulso di rapire, uccidere, sezionare, e poi mangiare bambini. E poi c’è la Contessa Bàthory, una sorta di Dracula al femminile, che uccideva giovani donne per poi berne il sangue, convinta che questa pratica regalasse benessere al corpo e ringiovanisse la pelle (Malizia, 2010).

Lo studio dell’antropofagia e del cannibalismo non ha dunque tanto a che fare con un certo numero di feroci casi criminali (che pure non mancano) ma con la rottura e l’interpretazione di uno dei nostri tabù più profondi (Arens,1979).

Tutto cambia con Freud, che per primo identifica la bocca come zona erogena e mette in relazione l’alimentazione con il piacere sessuale, tanto da individuare nell’antropofagia una forma di disturbo alimentare. Già all’inizio del secolo scorso, Sigmund Freud scriveva in Totem e Tabù, che la pratica di mangiare carne umana di vittime corrispondeva a un impulso di interiorizzazione e di appropriazione dell’altro. In realtà, spiega il padre della psicanalisi, la crescita del bambino nei primi anni di vita è scandita da una serie di fasi: la prima è la fase orale. In questo periodo, il bambino si nutre dal seno della madre e quindi la suzione diventa fonte di vita. Nel comportamento cannibalico, l’appagamento di questo desiderio rimasto latente è esasperato, e diventa l’unica modalità per instaurare un rapporto con l’altro.  Da allora l’antropologia si intreccia sempre di più con la neurofisiologia e la psicoanalisi nel tentativo di comprendere e classificare le forme del cannibalismo, che sia simbolico, legato alla sopravvivenza o criminale (Malizia, 2010).

Il cannibalismo deriva, seppure in modo “deviato”, da una tendenza amorosa. Pensiamo a quando guardiamo un bambino e diciamo “lo mangerei di baci” o a quando mordicchiamo il partner durante le effusioni amorose. Il gesto è il tentativo di conservare una parte dell’altro dentro di sé. Dal punto di vista psicanalitico il fenomeno rappresenta un’estensione dell’allattamento materno. Il bambino nel momento in cui si nutre ha una percezione di fusione, di piacere fisico, di calore. Dunque, molte persone che non hanno relazioni arrivano a compiere il cannibalismo come gesto estremo di possesso (Camerani, 2010).

 

Le motivazioni per un gesto simile possono essere tante. Ad esempio, per un desiderio puramente sadico, aggressivo, di annientamento. In tal caso la distruzione, anche fisica, dell’altro, offre all’aggressore il completo possesso della vittima odiata fino alla sua distruzione. Atti cannibalici possono concretizzarsi anche in una strategia “di guerra psicologica” : certi dittatori africani  ne fecero una strategia politica, attingendo al cannibalismo primitivo  per scoraggiare ogni resistenza dei nemici o degli oppositori: una tattica politica per spaventare, terrorizzare. Poi c’è il cannibalismo fusionale-sessuale, che è un modo distorto per ottenere intimità e vicinanza con la persona desiderata. Esiste, poi, un cannibalismo epicureo: ti mangio perchè mi piace il sapore, mi piace darti la caccia, ti considero un oggetto, non riconosco la tua umanità, non vali nulla e quindi posso mangiarti (Martingale, 1993).

 

Essenzialmente, si distinguono tre grandi categorie di cannibalismo:

ü  cannibalismo energetico: come parte di un culto, in cui l’elemento che prevale è quello magico, rituale dell’atto;

ü  cannibalismo per sopravvivenza: espressione di una mecessità in condizioni estreme;

ü  cannibalismo profano: all’interno del quale si distinguono il cannibalismo psicopatologico, in risposta ad una evidente patologia mentale, e il cannibalismo criminale che implica una scelta cosciente di contravvenire ad un tabù sociale (Camerani, 2010).

1.1.1     Il cannibalismo criminale

 

 

Fig. 5 : Resti di R. Arthevelt, vittima di Issei Sagawa (//scenacriminis.files.wordpress.com)

 

L’impulso di uccidere è connaturato nell’uomo come animale carnivoro. Non ha a che fare con l’istruzione o con il grado di civiltà di una società ed è presente, almeno a livello immaginativo, in ciascuno di noi. Ciò suggerisce che sia una tendenza costituzionale insita nell’essere umano (Camerani, 2010).

 

E’ famosa la frase “I buoni lo pensano, i cattivi lo fanno” che evidenzia questa linea sottile che ciascun essere umano percorre ogni giorno. Questa tendenza si manifesta in diversi gradi: come indifferenza verso gli altri, come desiderio di ledere o commettere atti aggressivi e, per alcuni, impulso incontrollabile di uccidere (Simon, 2013).

 

Pratiche cannibaliche non sono predominio esclusivo di tribù primitive o di folli, ma vedono anche una certa diffusione tra alcuni criminali dove è possibile ravvisare alcune pratiche e simbologie che richiamano il cannibalismo di tipo spirituale (Bruno,1996).

 

Possiamo riconoscere, essenzialmente, quattro forme di cannibalismo che si differenziano per una motivazione predominante:

 

  • Cannibalismo sessuale/fusionale;
  • Cannibalismo energetico/sprituale;
  • Cannibalismo aggressivo/per potere;
  • Cannibalismo epicureo/tradizionale (Camerani, 2010).

 

Quello di nostro interesse è il Cannibalismo di tipo sessuale/fusionale. Quest’ultimo è infatti una perversione che implica la sessualizzazione del consumo di carne umana. L’assassino fonde i due concetti di vicinanza e nutrimento sperimentando, nell’omicidio e nel cannibalismo, l’equivalente di intimità e vicinanza che nella persona normale si crea a livello simbolico attraverso il rapporto sessuale (Camerani, 2010).

 

Ebbene tutto origina nella sfera sessuale. Una sorta di cannibalismo latente è insita nell’uomo: Bruno sostiene che nei serial killer cannibali, gli impulsi normalmente presenti in tutti noi si ingigantiscono, fino a diventare patologici. In molti serial killer, questo tipo di comportamento patologico è irrefrenabile e ha la stessa radice di un qualsiasi comportamento affettivo che, mentre nella persona normale si esaurisce in un bacio o in morsetti affettuosi, in un individuo con disordini psicologici diventa un fatto da vivere fino in fondo, un bisogno sempre associato alla sfera della libido (Malizia, 2010).

 

Secondo il Dipartimento di Studi Psicologici dell’Fbi, la differenza tra i serial killer e i serial killer cannibali è che, mentre i primi, in genere, progettano l’omicidio e uccidono con rapidità, i secondi sono più violenti ed efferati, adescano la vittima in maniera casuale e dopo averla brutalmente massacrata, si accaniscono sul corpo sventrandolo (Elliott, 1988).

 

Secondo Joel Norris, studioso americano dei serial killer, alla base del cannibalismo ci possono essere delle disfunzioni dell’ipotalamo e sarebbe, dunque, causato da uno squilibrio ormonale che determina l’incapacità del cervello di misurare le proprie emozioni (Couppis et al., 2008).

 

Il cannibalismo è dunque una deviazione sessuale che porta il carnefice ad assumere la sua vittima-oggetto delle sua pulsioni in tutta la sua sostanza e ad incorporarla fino a farla diventare parte di sé (Malizia, 2010).

 

Inoltre,  rappresenta un tentativo distorto di ottenere vicinanza e relazione, attuato da una persona fortemente inadeguata dal punto di vista sessuale, identitario e cognitivo (inadeguatezza sessuale, identità fragile, pensiero concreto, ecc.. ) (Camerani,2010).

1.2  Cannibalismo sessuale/fusionale: due casi dalla letteratura

 

Il cannibalismo sessuale è una perversione che implica la sessualizzazione del consumo di carne umana. Tutti noi ci affacciamo alla vita attraverso un’esperienza cannibalica: il bambino si nutre del corpo, del seno materno. La bocca diventa l’organo deputato alla sopravvivenza, ma anche al piacere e al contatto (Camerani, 2010).

Il cannibalismo sessuale è una pratica che si può osservare in alcune specie animali i quali mangiano, letteralmente parlando, il proprio partner durante o dopo la copula. All’incirca 30 specie animali presentano questo comportamento, anche se probabilmente la vedova nera è l’esempio più conosciuto. In questo caso il ragno femmina mangia il maschio subito dopo l’amplesso e con questa pratica facilita la fertilità (Arens, 1979).

 

Nella maggioranza dei casi animali sono le femmine a cibarsi del maschio mentre tra gli umani generalmente i ruoli si invertono. Nella storia dell’umanità, anche se sono apparsi alcuni casi femminili, la maggioranza si riferisce a casi relativi al genere maschile (Archer, 1987).

 

Condizioni di paura, allerta e minaccia percepite da una madre, in molte specie, in situazioni di forte pericolo e stress, possono spingere alla soppressione dei piccoli. Gli equivalenti di queste condizioni possono essere assimilate allo stress e alla depressione umana, che si manifesta nel corpo attraverso il rilascio dell’ormone dello stress e dell’allerta. Alti livelli di cortisolo nel sangue, infatti, seguite da diminuite concentrazioni di serotonina, aumentano l’aggressività verso gli altri e verso se stessi (Bottaccioli, 2005).

Per studiare questi meccanismi,presso il Centro di Neurofarmacologia dell’Universitaria di Milano, è stato creato in laboratorio un modello di <<ratto omicida>>. Si è osservato che, tenendo l’animale in stato d’isolamento sociale e sensoriale, i suoi livelli di aggressività aumentano fino all’omicidio. Questo tipo di comportamento aggressivo è stato riscontrato anche nell’uomo che si trova in condizioni di stress e di isolamento fisico e psicologico (Racagni et al., 1979).

Molti psicopatici si sentono emarginati, diversi e percepiscono gli altri come una minaccia. Non sapendo affrontare l’approccio, la confidenza, il corteggiamento necessari a creare l’intimità e la vicinanza necessarie a ciascuno di noi per stabilire un rapporto emotivo e sessuale, lo psicopatico cerca di ottenere quella stessa esperienza, che desidera come tutti,nell’unico modo che conosce: tramite la perversione, il cannibalismo e l’appropiazione dell’altro come oggetto.

In quest’ottica, l’altro non è individuo ma cosa e, in quanto tale, può assumere qualsiasi forma che dia soddisfazione: feticcio, giocattolo,cibo.

Questo è quanto avviene in un cannibalismo di tipo criminale sessuale/fusionale.

Il cannibalismo sessuale/fusionale è una perversione caratterizzata dallo stretto rapporto fra cibo e sesso. Il soggetto affetto da questo genere di disturbo non può scindere la pulsione sessuale dalla fantasia cannibalica, sovrapponendo il piano dell’attrazione fisica (e non solo) a quello della fusione/incorporazione dell’“oggetto” del proprio interesse (London, 2006).

 

Vediamo ora, nel dettaglio, due dei casi più efferati presi dalla letteratura di riferimento.

Articolo di F.V. Cassano

Corso in psicologia criminale con Roberta Bruzzone

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