Come riconoscere una perversione sessuale

giugno 16th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Sessuologia

Nella parafilia il sesso ben raramente appaga. Ugualmente è presente nel malato e nel sano il carattere di compulsività, di necessità, di obbligatorietà nell’utilizzo delle modalità di accoppiamento “perverse” che diventano non già un gioco, ma un obbligo. Al clinico è richiesto un atteggiamento non giudicante (perlomeno finchè il perverso cessa di essere tale e diventa un criminale, come nel caso di chi agisce su non adulti e/o non consenzienti) (Jannini et al., 2007)

La perversione sadomasochistica, come precedentemente anticipato, è difficile da definire. Sarebbe meglio parlare di una molteplicità di quadri sadomasochistici. Chi ama infliggere la crudeltà, ama contemporaneamente subirla. Anche il marchese De Sade ama a volte mettersi nella parte di chi subisce (De Masi, 2007).

Le perversioni sessuali hanno subito frequenti passaggi da una categoria diagnostica all’altra a testimonianza del progressivo affrancamento da interpretazioni moraleggianti e quindi denigratorie nei confronti della persona, per  arrivare a focalizzare l’attenzione sulle fantasie, i pensieri e i comportamenti devianti dei quali il soggetto non riesce a fare a meno (Jannini et al., 2007).

Vista la necessità del clinico di effettuare una precisa e puntuale distinzione diagnostica tra parafilia e Disturbo Parafilico, è necessario promuovere una valutazione che, all’interno del colloquio clinico, tenga presente l’intensità di una parafilia in quanto tale, osservando fantasie, desideri e comportamenti sessuali parafilici in relazione agli interessi e comportamenti sessuali normofilici (Quattrini,2015).

È essenziale definire il limite tra “normalità” e patologia.

Il concetto di “normale/anormale” deve essere ridefinito ed educato in una società che può e deve confermarsi quanto meno giudicante e dequalificante nei  confronti dell’altro diverso da sé, e ciò è possibile. Essa deve svincolarsi dall’ignoranza. Vi è l’importanza di individuare l’esperienza erotico-sessuale in un continuum che a differenti livelli può allontanare molti degli stereotipi promuovendo il benessere di/per tutti (Quattrini, 2015).

Sia le fantasie sia i comportamenti parafilici possono presentarsi fin dalla fanciullezza o dalla prima adolescenza e una volta consolidati tendono a cronicizzarsi, talvolta attenuandosi nella terza età. In quest’area di disagio sono contemplati comportamenti sessuali che spaziano dai più bizzarri a quelli dannosi per sé e per gli altri, fino a sfiorare le più lecite variazioni di una normalità di difficile definizione e fortemente ancorata al contesto culturale, e il clinico può trovarsi in notevole imbarazzo per quanto riguarda l’inquadramento e, di conseguenza, la progettazione dell’eventuale terapia (Jannini et al., 2007).

Esiste una sessualità normativa, dove gli stereotipi sono l’espressione fondante di quella relazione: di quelle specifiche culture e società. Esistono però anche dei comportamenti sessuali che, pur discostandosi dalla normatività, non entrano prepotentemente nel panorama delle parafile, tantomeno in quelle della criminalità e delle violenze sessuali. C’è una dimensione che ha a che fare semplicemente con la personale emozione ed energia del piacere erotico-sessuale, con l’espressione di un bisogno che fonda le proprie radici nella curiosità, nel concetto più “infantile” di divertimento. Uno spazio per pochi: la trasgressione. Trasgressivo è tutto quello che appare singolare e “diverso” nell’immaginario di ogni essere umano; un’esperienza che prevede un nuovo spazio d’azione, un altro punto di vista, un insieme di differenti  e significativi livelli di espressione trasgressiva. Superata la linea di demarcazione della trasgressione, si entra nell’esperienza parafilica che, nonostante l’intensa e persistente eccitazione del soggetto a reiterare il “particolare” comportamento erotico, non necessita di un intervento clinico-terapeutico. Quando invece, il comportamento parafilico mette in evidenza un particolare stato di distress e l’individuo manifesta conseguenze di disagio dal punto di vista sociale, lavorativo e affettivo-relazionale, allora si può parlare di disturbo parafilico, e come tale richiede un intervento clinico di supporto (Quattrini, 2015).

Poiché le perversioni sessuali strutturate escludono la percezione della sofferenza e si presentano come una ricerca egosintonica del piacere, difficilmente determinano una richiesta di aiuto o di terapia, contrariamente a quanto si verifica nelle patologie borderline con acting perversi, in cui la sofferenza e l’angoscia non sono in primo piano. Omologare la sessualità compulsivo-perversa e la perversione sessuale non pare affatto utile perché porta alla scomparsa di differenze importanti dal punto di vista etiologico, strutturale e prognostico (De Masi, 2007).

È necessario ricordare che nella sessualità definita estrema è possibile imbattersi in individui che la vivono con una certa ego sintonia e altri che invece percepiscono l’esperienza sessuale di tipo sadico con egodistonia, associando il proprio piacere a una firte disfunzionalità/senso di colpa. In questo ultimo caso è importante promuovere dei percorsi di supporto e di psicoterapia di gruppo e/o individuali necessari a integrare tutti gli aspetti positivi della sessualità, ridefinendo l’esperienza parafilica e consentendo all’individuo di sperimentare il mondo BDSM in maniera costruttiva e funzionale (Quattrini, 2015).

Una volta chiarito l’aspetto di non sovrapposizione della parafilia di tipo sadico col Disturbo da Sadismo Sessuale è possibile analizzare brevemente gli interventi clinico-terapeutici ad oggi utilizzati per la seconda categoria di individui, solitamente osservati in ambiti forensi e giudiziari (Quattrini, 2015).

       4.4 Elementi clinico-terapeutici del Disturbo da Sadismo Sessuale

 

Il bambino impara ad amare fin dai primi mesi di vita, e nella relazione con i genitori prima, e col genitore del sesso opposto successivamente, si impronta il tipo di componente emotiva che accompagnerà ogni futura relazione (De Masi, 2007).

Se la componente emotiva e relazionale presenta distorsioni, carenze,  un altalenante  comportamento di accudimento, assenze fisiche o distanza psico emozionale da parte delle figure di accadimento, potrebbero presentarsi dei problemi nella realizzazione sessuale adulta (Kaplan, 1981).

Come già introdotto, una devianza dalla norma sessuale non presuppone necessariamente una situazione patologica: le pulsioni parziali  fanno parte della vita  e non sono un problema se ben inserite nella dinamica di coppia (Jannini et al. 2007).

Se le pulsioni e la loro percezione, sia pur parziale, sono eccessive, mal gestite o addirittura  divergenti nei due partner, può instaurarsi un’azione disgregatrice per l’impossibilità di appagamento reciproco dei desideri (Kaplan, 1981).

Le Parafilie sono un insieme di pensieri e comportamenti caratterizzati da un atteggiamento ossessivo-compulsivo verso  situazioni non direttamente connessi alle finalità riproduttive tipiche del sesso tradizionale. In mancanza dell’elemento ossessivo-compulsivo, simili pratiche sessuali possono essere considerate soltanto inusuali (Jannini et al., 2007).

Per parafilie si intendono dunque le deviazioni dal normale oggetto sessuale. Il termine sinonimo è perversioni sessuali o deviazioni sessuali. Alcune delle deviazioni, come l’esibizionismo, la pedofilia o il sadismo, sono perseguite dalla legge, poiché comportano, o possono comportare, la sopraffazione della volontà dell’altro, fino al coinvolgimento di persone non consenzienti (Capodieci e Boccadoro, 2012).

Le parafilie possono essere classificate in base all’atto che sostituiscono o all’oggetto verso cui si indirizzano:

  • nella devianza dell’atto vi è una sostituzione del coito o dell’attività sessuale, con pratiche di altro tipo;
  • nella devianza d’oggetto vi è una surrogazione dell’oggetto o uno spostamento della meta (Camerani, 2010).

Non sempre chi è affetto da una parafilia accetta di ricorrere ad un aiuto psicoterapeutico, poiché la propria specifica forma di deviazione gli garantisce eccitamento e orgasmo, per quanto in forma patologica (Kaplan,1981).

La terapia delle perversioni sessuali è stata scarsamente approfondita, in quanto davvero raramente chi ne soffre decide di recarsi da un terapeuta, a meno che, dopo essere stato colto sul fatto, non vi sia costretto da un parente o dalla legge; ma in ogni caso si tratta di un paziente poco motivato e la sua collaborazione, se arriva in terapia per motivi giudiziari, è puramente finalizzata allo scopo di alleviare la pena  (Bruno e Tornielli, 1996).

Inoltre, in genere i soggetti affetti da perversioni molto difficilmente scelgono un percorso terapeutico spontaneamente, a volte per vergogna, ma molto più spesso perché sono inconsapevoli del proprio problema (Kaplan, 1981).

Una volta valutato il funzionamento globale del paziente sarà possibile orientare verso la forma di trattamento adatta per ogni specifico caso di perversione sessuale.

L’approccio terapeutico ottimale dovrà quindi essere diverso in funzione del tipo di perversione, del grado di invalidazione della persona e della sua pericolosità sociale. A seconda della gravità del caso potranno essere messe in atto appropriate combinazioni farmacologiche e psicoterapeutiche (Kaplan, 1981).

I trattamenti farmacologici, escludendo la castrazione chimica che per la componente irreversibile della procedura è utilizzata di rado, riguardano la somministrazione di alcuni farmaci. In primis si osservano tutti quei farmaci che tendono ad abbassare i livelli di testosterone ritenuti la causa dell’aggressività e quindi dell’aggressione sessuale; poi alcuni antidepressivi, come gli SSRI (Quattrini, 2015).

Questi trattamenti si basano essenzialmente sull’assunzione che alcuni schemi di eccitazione si  sviluppano nell’individuo a seguito di  un particolare condizionamento precoce. In particolare, alcuni percorsi basati sia sul condizionamento classico pavloviano sia su quello operante skinneriano sembrano sostituire nel sadico sessuale quelle fantasie definite “devianti” che coinvolgono il dolore e l’umiliazione procurati agli altri, con una preferenza per contenuti sessuali definiti “più appropriati” (Kingston e Yates, 2008).

Un’altra terapia, definita della “sazietà”, pare progettata per eliminare l’eventuale preferenza sessuale di tipo deviante. Inducendo l’individuo a masturbarsi con particolari temi sadici, una volta che raggiunge l’orgasmo gli viene fatta ripetere l’attività autoerotica attivando una sorta di noia e di mancanza di eccitazione (Marshall e Laws, 2003).

 

 

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