Un viaggio nella mente del bambino che non ricorda la sua terra: l’identità etnica come fattore protettivo

agosto 21st, 2018 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Culturale | Psicologia dello Sviluppo

L’identità etnica nelle adozioni internazionali
Uno dei limiti principali delle ricerche precedentemente esaminate è il fatto di non aver tenuto in considerazione le adozioni internazionali. Riflettere sulle ulteriori complessità di quest’ultime è invece necessario; infatti, le persone adottate da altri Paesi, oltre alle difficoltà sopra messe in luce, devono anche confrontarsi con una sfida aggiuntiva, quella di elaborare una propria identità etnica; questo costrutto, in generale, fa riferimento al senso di appartenenza al proprio gruppo etnico e all’importanza ad esso attribuita. Nel caso delle adozioni internazionali, i figli adottivi possono incontrare notevoli difficoltà in questo processo, perché la loro etnia e la cultura in cui sono cresciuti non coincidono: se il loro aspetto, nella maggior parte dei casi, rende evidente la loro differente provenienza, dall’altro le tradizioni e i valori in cui sono immersi sono quelli del Paese ospitante. Essi quindi si trovano a sperimentare una condizione unica e assai singolare: come gli immigrati, vengono percepiti come differenti e possono essere soggetto di razzismo e di emarginazione, ma al tempo stesso sono veri e propri cittadini dello Stato adottivo; a differenza degli immigrati, inoltre, spesso conoscono poco le tradizioni del proprio gruppo etnico originario e crescono in una famiglia diversa da quella biologica. È proprio la formazione dell’identità etnica in condizioni così particolari il punto centrale di questo secondo capitolo.

Il ruolo dei genitori adottivi nel promuovere l’identità etnica
Nel 2000, alcuni ricercatori (Freidlander, Larney, Skau, Hotaling, Cutting, & Schwam, 2000) hanno deciso di approfondire questo tema sottoponendo otto famiglie adottive a interviste strutturate e semi strutturate che indagassero l’adattamento del bambino al nuovo contesto di vita, le strategie di coping utilizzate e, in particolare, la sensibilità e il rispetto nei confronti delle diverse etnie presenti in famiglia. Le famiglie selezionate comprendevano genitori facenti parte di gruppi di sostegno per l’adozione e figli adottivi di diversa età e provenienza, per un totale di 24 partecipanti. Le domande inserite nelle interviste erano aperte, in modo da poter meglio favorire l’emergere di opinioni personali, e sono state poi sottoposte ad analisi qualitativa; i ricercatori si sono poi avvalsi di uno strumento proiettivo, il KFDT (Kinetic Family Drawing Test; Burns & Kaufman, 1970), per indagare ulteriormente quanto il bambino si sentisse parte
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integrante della propria famiglia. I risultati, ottenuti dall’analisi delle risposte e dei disegni, hanno mostrato come i figli adottivi manifestassero diversi gradi di consapevolezza relativi a questi temi; quasi tutti erano in grado di riconoscere la propria etnia come differente da quella dei genitori, ma s’identificavano chiaramente con i valori della cultura euroamericana in cui stavano crescendo. In generale, la propria differenza rispetto a mamma e papà costituiva il più difficile aspetto da accettare, ma tutti presentavano un buon adattamento al contesto e una condizione di benessere psicologico. I genitori facenti parte del campione erano tutti sensibili rispetto a questi temi e impegnati nel cercare strategie per aiutare i loro figli ad accettare la loro diversa origine e quindi ad affrontare meglio pericoli quali il razzismo o l’emarginazione. Queste strategie, però, variavano molto da genitore a genitore, anche all’interno della stessa coppia; in particolare, due opposte tendenze sono emerse: una tesa a promuovere nel bambino l’interesse e l’orgoglio per la propria origine, l’altra invece incentrata sul minimizzare le differenze fra le persone ed enfatizzare le somiglianze, indipendentemente dall’etnia o dal colore della pelle. Pur nella loro diversità, i due diversi approcci non sembravano sortire differenti effetti, nel senso che tutti i figli adottivi si mostravano comunque in sintonia e in intimità con la propria famiglia e non manifestavano grosse differenze nello stato generale di benessere: la sensibilità rispetto a questi temi, più che la propria visione personale su di essi, sembra dunque essere importante per l’equilibrio e il funzionamento delle persone adottate.
Questo studio ha però preso in considerazione solo genitori che partecipavano a gruppi di sostegno e quindi in generale più attenti alle tematiche dell’adozione: sarebbe interessante un confronto con altre famiglie per capire meglio il ruolo dei genitori in questo processo; gli autori inoltre non specificano chiaramente che cosa intendano con identità etnica e sembrano focalizzarsi sul benessere psicologico dei figli adottivi più che sul modo in cui essi elaborano la propria doppia appartenenza e vi attribuiscono significato. Inoltre, le diverse età dei figli adottivi selezionati ha reso il campione rappresentativo, ma sarebbe interessante replicare lo studio su più gruppi di persone divise per fascia d’età, per capire come l’identità etnica si evolva nel corso dello sviluppo. Infine, è necessario studiare quali fattori possano essere implicati in questo processo, al di là del ruolo genitoriale.

L’identità etnica come fattore protettivo
Freidlander e colleghi hanno sottolineato come i genitori adottivi da loro intervistati fossero riusciti a mettere a loro agio i propri figli, nonostante la loro diversa provenienza; sorge allora una domanda spontanea: lo sviluppo dell’identità etnica è connesso con il benessere psicologico delle persone adottate? Se sì, in che modo?
È a questo proposito utile riportare una revisione critica condotta nel 2011 da Castle, Knight e Watters su questo tema (Castle, Knight, & Watters, 2011). Gli autori hanno considerato i principali studi condotti a questo proposito fra il 2000 e il 2010, pervenuti tramite ricerche su SCOPUS, PsycINFO e Medline, con lo scopo di indagare gli effetti di una solida identità etnica sull’autostima e il benessere psicologico non solo dei minori adottati, ma anche di quelli allevati tramite cure residenziali o in affidamento, purché in un contesto etnico differente dal proprio.
I risultati posti in evidenza dagli autori appaiono però controversi: alcuni fra gli studi esaminati presentano infatti numerosi dati a supporto del legame fra identità etnica e outcome positivi, ma altri invece non hanno riscontrato alcuna correlazione particolarmente significativa; si rileva invece più accordo sul legame esistente tra il ruolo genitoriale e il benessere psicologico del minore: in particolare, la capacità dell’adulto di far sentire il bambino parte integrante della famiglia permettendogli al contempo di raccogliere informazioni sulla propria cultura d’origine, risulta fondamentale. Una buona relazione genitore-bambino e un clima familiare improntato all’apertura e alla comunicazione sembrerebbero quindi il principale fattore influente a questo proposito. Un numero meno cospicuo di dati è invece stato riportato sui bambini allevati in un contesto differente dal proprio, ma non tramite un’adozione.
I risultati discussi da Castle e colleghi sembrano quindi essere in linea con quanto suggerito dallo studio di Freidlander e collaboratori sopra accennato: in entrambe le ricerche sono la famiglia adottiva e la sensibilità dei genitori ad essere la variabile decisiva per il benessere psicologico dei figli adottivi, oltre che per lo sviluppo di una solida identità etnica. Quest’ultima rassegna critica della letteratura ha però anche reso ben visibile la complessità del fenomeno e la mancanza di un accordo su questi temi. Tuttavia, occorre riflettere anche sui limiti di questo lavoro, del resto rimarcati dagli autori stessi: gli studi presi in esame non soltanto presentano in sé delle criticità, ma differiscono molto fra loro nei campioni selezionati e nelle procedure usate, rendendo
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quindi difficile il confronto fra i dati emersi; come se non bastasse, anche la definizione precisa di cosa significhi “identità etnica” non sembra universalmente condivisa in letteratura: appare perciò necessaria una maggior accuratezza nel delineare precisamente il costrutto, a prescindere dalla teoria di riferimento.
2.3 Tre studi condotti in Italia
Oltre alle limitazioni messe in rilievo, occorre tener conto del fatto che tutti gli studi riportati sono stati condotti in contesti diversi da quello italiano; la maggior parte delle ricerche si colloca prevalentemente negli Stati Uniti, la cui normativa vigente in fatto di adozione è totalmente diversa dalla nostra, come del resto si è già accennato nel corso dell’esposizione.
Si rende perciò quanto mai necessario anche uno sguardo sulla realtà italiana, che fornisca informazioni più precise e specifiche per il nostro contesto. A questo proposito, di particolare interesse risultano tre ricerche condotte in Italia fra il 2014 e il 2015 sul tema dell’identità etnica nelle adozioni internazionali e del suo legame con il benessere psicologico dei figli adottivi.
Nel 2014 (Manzi, Ferrari, Rosnati, & Benet-Martinez, 2014), alcuni autori hanno selezionato un campione di 170 adolescenti adottati dall’America Latina e poi cresciuti in Italia per studiare le variabili in gioco nell’integrazione fra le due culture d’appartenenza e l’incidenza di ciò sul funzionamento psicologico dei minori. Gli autori definiscono il costrutto di interesse come BII (Bicultural Identity Integration), intendendo con ciò il modo in cui cultura d’origine e adottiva sono combinate fra loro e contribuiscono allo sviluppo dell’identità più in generale. In particolare, l’integrazione fra le due diverse appartenenze sembra dipendere da quanto le due culture siano percepite come compatibili e unificabili fra loro o viceversa contrastanti e lontane l’una dall’altra. Secondo gli autori, l’identità etnica e quella nazionale (ossia il senso di appartenenza al proprio Stato adottivo) condizionerebbero la BII, che a sua volta influirebbe sul benessere dei figli adottivi. Riprendendo i risultati contrastanti riscontrati da Castle e Knight nel 2011, infatti, i ricercatori ipotizzano che il legame fra identità etnica e outcome positivi non sia diretto, ma mediato appunto dall’integrazione fra le due diverse culture d’appartenenza, sottolineando come anche l’identità nazionale sia un tassello fondamentale in questo così complesso puzzle. Si ipotizza inoltre che identità
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etnica e nazionale dipendano da come i genitori adottivi sappiano conciliare e integrare le diverse etnie presenti in famiglia. Per confermare tali ipotesi gli autori hanno sottoposto i partecipanti a questionari self-report, che sono poi stati analizzati tramite un modello di equazioni simultanee e strutturali e il metodo dell’analisi multivariata. I risultati così ottenuti sembrano sostenere quanto ipotizzato dai ricercatori: strategie genitoriali volte all’integrazione delle due culture paiono promuovere sia l’orgoglio per la propria etnia originaria che il senso di appartenenza al contesto italiano; la capacità di conciliare questa doppia identità culturale appare invece come un forte predittore del benessere degli adolescenti, mentre la percezione di una non compatibilità fra le due culture si associa a più frequenti problemi psicologici e manifestazioni di disagio. Questi autori hanno perciò approfondito in maniera sostanziale il tema dell’identità etnica e delle sue implicazioni, rendendo più chiaro il suo dibattuto legame con il funzionamento psicologico. È, però, da tenere in considerazione il fatto che sono stati considerati solo adolescenti provenienti dall’America Latina e che l’area geografica d’origine potrebbe forse influire su tali risultati; inoltre, gli autori stessi hanno sottolineato la necessità di uno studio longitudinale per chiarire meglio questi aspetti.
L’anno seguente, alcuni di questi ricercatori hanno condotto un nuovo studio per approfondire questi temi (Ferrari, Ranieri, Barni, & Rosnati, 2015). Infatti, gli autori hanno cercato di indagare quali fossero le variabili cruciali per delle buone strategie genitoriali di integrazione e di approfondire ulteriormente gli effetti di una solida identità etnica sull’autostima e sul benessere degli individui, considerando anche l’influenza dell’identità nazionale. La procedura seguita è stata analoga alla precedente: un insieme di questionari self-report è stato somministrato a un campione di 127 ragazzi adottati in Italia dall’America Latina e ai loro genitori. Per quanto riguarda il primo punto, sembra che la preparazione materna sulla cultura e sull’origine del figlio influenzi l’interesse dell’adolescente intorno alle proprie radici e che questo a sua volta sia correlato all’affermazione della propria identità etnica. Relativamente al secondo punto, invece, si è riscontrato un legame significativo fra quest’ultima e l’autostima solo in presenza di una forte identità nazionale: soltanto coloro che si percepiscono come italiani e che si sono ben adattati al nuovo contesto sembrano in grado di esplorare le proprie origini. Questa seconda ricerca presenta limitazioni identiche a quella precedente, date dalle caratteristiche del campione, ma aiuta a chiarire alcuni aspetti:
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innanzitutto, ha il pregio di far emergere una variabile prima non considerata, ossia la preparazione della madre adottiva sulla cultura del bambino; in secondo luogo, pone l’accento su un aspetto non molto considerato dalle ricerche americane, quello dell’identità nazionale: non è importante solo l’accettazione delle proprie radici e il rapporto con esse, ma anche quanto ci si sente cittadini del proprio Paese adottivo e appartenenti al relativo contesto culturale.
Sempre nel 2015, Ferrari et al. (Ferrari, Rosnati, Manzi, & Benet-Martnez, 2015) hanno condotto uno studio longitudinale nella ricerca di una conferma più forte delle ipotesi da loro formulate nella ricerca dell’anno precedente. Un questionario self-report è stato somministrato due volte, a un anno di distanza l’una dall’altra, ad un campione di 79 ragazzi provenienti da differenti aree geografiche e poi adottati in Italia, di età compresa fra i 15 e i 25 anni; si noti come in questo studio gli autori sono riusciti ad aumentare la rappresentatività del campione selezionando persone di differenti origini, anche se la scarsità dei partecipanti rende comunque i risultati difficilmente generalizzabili. Questo studio longitudinale ha in effetti confermato le ipotesi degli autori: una solida identità etnica e nazionale sembra associata a una maggiore integrazione delle due culture, a sua volta strettamente collegata al benessere psicologico degli adolescenti e dei giovani adulti.
Nel complesso, quindi, questi tre studi condotti in Italia hanno il merito di aver identificato alcuni dei principali fattori che contribuiscono alla capacità di conciliare radici etniche e contesto culturale di crescita, focalizzandosi sulle caratteristiche materne in particolare e mettendo in luce anche l’importanza dell’identità nazionale; inoltre, hanno contribuito a sbrogliare l’ingarbugliata matassa presente in letteratura sulla connessione fra identità etnica e benessere, mostrando come essa sia mediata dall’integrazione della cultura originaria e adottiva.
Risulta dunque chiaro che l’identità etnica è un aspetto molto importante nelle vite dei figli adottivi; il suo legame con l’autostima è dibattuto, ma questi ultimi studi italiani suggeriscono che in realtà la connessione c’è ed è rilevante, anche se più complessa di quanto considerato negli studi precedenti, perché mediata dall’identità nazionale e, soprattutto, dalla BII. Notevole appare invece il consenso per quanto riguarda le strategie genitoriali, e più in particolare la loro apertura nei confronti della cultura adottiva, come variabili centrali per l’accettazione della propria diversità.

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