La relazione madre figlio secondo Wilfred Bion

settembre 13th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Psicologia della Famiglia | Psicologia dello Sviluppo

Articolo di Gabriella Scafini

Per quanto riguarda il pensiero di Bion, egli suddivide in Elementi della psicoanalisi in “Elementi Beta”. Questo termine rappresenta la primissima matrice dalla quale si può supporre che sorgano i pensieri.

Essa partecipa alla qualità di oggetto inanimato e di oggetto psichico senza alcuna forma di distinzione tra i due. I pensieri sono cose, le cose sono pensieri; ed hanno personalità. (Bion 1963 p 33).

 

Senza la partecipazione del sistema proto mentale non si possono creare i pensieri. La crescita psicologica del bambino è formata dallo sviluppo di forme evolute di pensiero partendo dagli elementi beta e dalla loro elaborazione. Esistono vari livelli di pensiero, più sofisticati e gerarchicamente elevati in base al livello di elaborazione degli elementi grezzi, quelli che costituiscono il gradino inferiore dove subito sopra abbiamo gli elementi alfa che rappresentano il primo stadio di organizzazione formale degli elementi beta in strutture che lavorano sottoforma di impressioni visive, uditive e olfattive immagazzinabili nella memoria. Gli elementi alfa sono le prime forme di immagini visive e possono essere immagazzinatori di memoria durante la veglia.

Per Bion la frustrazione è l’elemento fondamentale della crescita psicologica , occupando uno spazio mentale con il dispiacere e viene contenuta permettendo alla funzione alfa di renderla pensabile. Nel caso il bambino non riesca ad eliminare la frustrazione
nello specifico gli elementi beta assumono un valore persecutorio e crudele. Questi elementi in presenza di una madre attenta vengono evacuati e collocati nella madre che risulta contenitrice; questo è un processo di identificazione proiettiva, la madre accoglie questi elementi applicando ad essi la funzione alfa trasformandoli e restituirli al bambino in modo rielaborato. La madre può accogliere le angosce del bambino avendo una sensibilità proprio perché conosce gli eventi del mondo interno del bambino e questo tipo di funzione materna è chiamata da Bion rèverie (fantasticheria, mediazione, sogno ad occhi aperti).

Rèveire sta a designare lo stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli oggetti provenienti dall’oggetto amato, quello stato cioè capace di recepire le identificazioni proiettive del bambino indipendentemente dal fatto se costui le avverta come buone o come cattive.

In conclusione la rèveire è uno dei fattori della funzione alfa della madre. Ritorniamo adesso al bambino. Se la sua intolleranza della frustrazione supera un certo limite, entrano in opera meccanismi onnipotenti, in specie quello dell’identificazione proiettiva: l’avvio di essi può ancora essere considerato realistico perché sta ad indicare che viene riconosciuto il valore della capacità di pensare in quanto strumento idoneo ad attenuare la frustrazione presente tutte le volte in cui predomina il principio di realtà. L’efficacia di tale reazione dipende però dall’esistenza , nella madre, di capacità di rèveire : un suo difetto incide negativamente sulla capacità del bambino di sottoporre la frustrazione ; a questo punto egli si trova a dovere affrontare anche la frustrazione inerente al pensiero stesso.

(In tutto il passato ho presupposto che l’identificazione proiettiva sia una varietà primitiva di quanto più tardi viene definito capacità di pensare). Se il bambino è munito di una notevole capacità di tollerare la frustrazione, la tragica evenienza di una madre incapace di rèveire , cioè di soddisfare i suoi bisogni psichici, può essere fronteggiata ugualmente.

All’altro estremo troviamo il caso del bambino gravemente incapace di sopportare la frustrazione : costui non è in grado di superare neppure l’esperienza di avere un’identificazione proiettiva con una madre capace di rèveire senza conseguirne un crollo; l’unica cosa che lo farebbe sopravvivere sarebbe un seno che nutre incessantemente , il che non è possibile , non foss’altro perché l’appetito viene a mancare (Bion 1962 p 73-75).

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