Leadership e Cultura d’Impresa

giugno 30th, 2013 | Posted by Igor Vitale in Psicologia del Lavoro

chiave-del-successo-impresa-franchisingdi Raffaele Napolitano

Prima di addentrarci nella trattazione dei vari modelli attraverso i quali possiamo proporci di leggere la complessa fenomenica della leadership, converrà identificare alcune definizioni di base anche al solo scopo di stabilire qualche convenzione di linguaggio. Per quanto riguarda il termine leader, è facilmente realizzabile che si tratti di una parola di provenienza inglese, di origine indoeuropea derivata dal verbo “to lead”, condurre, guidare.
La piccola enciclopedia Hoepli del 1895 sottolinea una derivazione ippica: “leader è il cavallo che si pone in testa nella gara e fa “l’andatura”. Il suo significato è simile dunque ad una delle possibili configurazioni della parola italiana “guida”, ovvero “ciò che indirizza verso una meta determinata o suscita o provoca un determinato effetto; ciò che indica il percorso da seguire; punto di riferimento; musa ispiratrice (Grande Dizionario della lingua italiana, Utet)”. Ma se si scorrono più in dettaglio i molteplici significati che la nostra parola “guida” può avere, si comprende come mai la più specifica ed incisiva parola “leader” sia entrata nell’uso comune. Infatti, la nostra parola “guida” può anche indicare un oggetto inanimato o astratto, oppure una persona che ci conduce lungo un percorso. Ci si collega bene, su questa base linguistico-etimologica, alle definizioni per così dire classiche di “leader” che compaiono nella letteratura psicologica; esse sono riconducibili già secondo English & English (1958) alle basilari seguenti:
1. Una persona che in un dato tempo e luogo modifica, dirige o controlla mediante le proprie azioni, gli atteggiamenti o le azioni di uno o più seguaci. Si tratta di una definizione che potremmo qualificare come descrittivo-rappresentativa;
2. Una persona che occupa un ufficio o una posizione tale da conferire ai suoi consigli o comandi una certa autorità o un certo potenziale atto a controllare il comportamento di un gruppo sociale; abbiamo a che fare con una definizione di tipo situazionalista;
3. Una persona che possiede i tratti supposti necessari per la leadership. Questi tratti vengono variamente definiti, tuttavia molte ricerche sembrano indicare che non esistano tratti specifici di contrassegno della leadership. Si tratta di una definizione che potremmo qualificare come personologica;
4. Sociometricamente parlando, si può definire il leader come la persona che riceve il maggior numero di scelte sociometriche; questo significato può essere indicato come statistico-strutturale.
Si è parlato fino a questo punto di leader con riferimento a persone fisiche dotate di peculiari funzioni o compiti o capacità o responsabilità (più o meno definite che siano).
E‟ tuttavia opportuno definire parimenti la leadership in quanto funzione; almeno in prima istanza infatti si tratta di qualcosa che non è necessariamente o sempre riferibile o legata ad una determinata persona fisica.
Anche per quanto riguarda la leadership sono rintracciabili a fondamento delle molte esistenti alcune definizioni che possiamo considerare classiche. Per English & English (1958) esse sono:
1. I tratti o le capacità caratteristiche dei leader o della funzione di conduzione. Questo primo significato ignora la situazione come fattore determinante del “chi” e del “come” guida e conduce, implicando che il leader sia contrassegnato soltanto o prevalentemente dalle sue qualità intrinseche; si tratta di una definizione chiaramente obliqua per non dire mistificatoria.
2. L’iniziazione, la direzione o il controllo delle azioni o degli atteggiamenti di un’altra persona o gruppo, con la più o meno volontaria acquiescenza dei seguaci; questo significato non implica che vi sia una categoria speciale di persone che sono leader, né che speciali qualità o tipi di azione conferiscano la leadership. Si tratta di una configurazione definitoria che è libera da teoria; possiamo tuttavia inquadrarla e qualificarla come funzionalista.
3. L’azione, qualunque essa sia, che influenza il gruppo nel perseguimento dei suoi scopi; questo terzo significato appare come valutativo, e sembra sottintendere che una leadership auto-centrata non è leadership autentica, e che tutto si debba o si possa comunque ridurre ad un problema di influenzamento, per di più ad una sola via. Si tratta in ogni caso di un tipo di definizione che si può qualificare come riduttiva e comportamentalmente situazionalista.
A doverosa e interessante integrazione del testo di riferimento costituito dall’English & English (e a riprova della fondamentale esattezza della sintesi significale in esso rappresentata) è utile riportare alcuni altri inquadramenti definitori rintracciabili nella letteratura o da essa legittimamente ricavabili:
a. La leadership è l’attività volta ad influenzare le persone che si impegnano volontariamente su obiettivi di gruppo (A. Etzioni, 1961)26;
b. Ininfluenza interpersonale esercitata da un principe in una determinata situazione e rivolta in direzione del conseguimento di uno o più obiettivi specifici (N. Machiavelli, 1513)27;
c. Il processo volto a influenzare le attività di un individuo o di un gruppo che si impegna per il conseguimento di obiettivi in una determinata situazione (P. Hersey e K. Blanchard, 1984)28;
d. La complessità dei processi psicologici che caratterizzano l’esercizio delle funzioni di potere e di influenzamento nei gruppi (G. Trentini, 1980)29;
e. La leadership può essere riferita in senso lato alla relazione che corre tra un individuo e un gruppo costituito intorno a un interesse comune, e che induce a comportarsi secondo modalità dirette o comunque determinate dall’individuo medesimo (K. Schmidt, 1933)30;
f. Il termine leader si riferisce alla persona che è stata eletta o incaricata o che è emersa dal gruppo per dirigere e coordinare gli sforzi dei membri del gruppo stesso in direzione di un dato scopo (F. Fiedler, 1987)31;
g. Una forma particolare di influenza. È quella in cui una persona (il leader) influenza un altro o varie altre persone (i seguaci) disposti ad accettarne gli scopi e le finalità, e a procedere tutti insieme nella direzione da lui indicata, affermando la propria autorità grazie alla forza di convinzione (E. Jacques, 1990)
h. Il processo mediante il quale le attività dei membri di un gruppo sono influenzate da una o più persone. Si tratta di un fenomeno di gruppo, indice dello sviluppo, in senso sociale, secondo cui un individuo influenza gli altri più di quanto non venga egli stesso influenzato. Le diverse modalità di leadership si chiamano stili di leadership, cfr par. dedicato (E. Spaltro, 1982)33.
A livello di un primo commento è subito annotabile che le convenzioni definitorie già indicate come classiche sembrano propendere (pur in modo non drastico) verso una impostazione prevalentemente personologica del problema. In realtà le cose stanno o si pongono in modo diverso, come emerge già dal riesame e dall’analisi accurata del saggio delle definizioni sopra riportate, nonché dai dati delle ultime ricerche e riflessioni svolte nell’ambito delle discipline interessate al problema. In proposito è anzi opportuno sistematizzare in una breve panoramica le principali scuole di pensiero, cioè i principali orientamenti e punti di vista teoretici adottati nell’affrontare la tematica della leadership. Un comune rilievo emerge e attraversa tali correnti di pensiero (personologica, interattiva e funzionale chi sia): esso riguarda ancora una volta la complessità che comunque interviene a questo livello dell’analisi del tema. Per fortuna si tratta di una complessità che è anche riconducibile all’articolarsi di due soli e grandi schieramenti, separati da un interessante antico spartiacque: quello del primato da conferire all’individuo oppure al sociale. Si ritorna sempre al punto cruciale. Si nota infatti l’esistenza nella considerazione teoretica della nostra problematica, dei due seguenti versanti:
a. Il versante portato sulla fenomenologia psico-sociale, centrato sulla vita del gruppo nella sua globalità e sulla sua conduzione o guida, nelle vicissitudini situazionali che lo riguardano all’interno e all’esterno. Rientra in tale versante anche ogni accenno o tentativo di analisi istituzionale di una dinamica generale o speciale della leadership.
b. Il versante portato dalla fenomenologia individualista, centrato sulla vita e la personologia del leader, sui suoi tratti e sulle sue attitudini e capacità più o meno carismaticamente caricate. Rientrano in tale versante anche le centrature sul comportamento del leader, così come quelle riguardanti le vicissitudini della vita soggettiva ed intersoggettiva del leader.
Da almeno cinquant’anni, la considerazione della fenomenologia psico-sociale (genericamente indicabile come situazionista) ha teso a gradualmente sopravanzare quella della fenomenologia individualista, quantomeno nel richiamare la considerazione degli studiosi. A. Bryman ha tentato di schematizzare tale evoluzione, mirando a semplificare storicamente il percorso. Ma, come si è potuto vedere già fino a questo punto, il caso è più complesso di quanto appaia a prima vista. Quanto al sopra citato spartiacque, potrebbe venir pensato che esso tenda a coincidere con il pur incerto confine tra natura e cultura, cioè con l’antica “vexata questio” se leader si nasca o si diventi. Ma anche qui le cose non stanno proprio in modo così semplice: sul versante psicologico-sociale, infatti, la fenomenologia della leadership ripete puntualmente quella sintesi dinamica di natura e cultura che è rintracciabile in ogni agire dell’essere umano in un dato ambito o società di altri esseri umani; sul versante personologico-individualistico il riscontro è analogo: basti ricordare che tutti i tratti caratteriologici e tutte le attitudini e capacità derivano, perfino costituzionalmente, sia dal genotipo che dal fenotipo e per questa duplice strada, in modo articolato e complesso, vengono trasmessi nonché addestrati e affinati: la natura non rifiuta e non respinge certo la cultura e viceversa. Ancora una volta, quindi, tra il determinismo genetico ed il determinismo sociale l’unica scelta vera e possibile è quella di una connessione e intersezione tra le due parti, all’insegna della complessità, e cioè all’insegna della ragione del Bios, della biologia profondamente e propriamente intesa.
Continuando e tirando le fila del discorso sul significato che la dottrina organizzativo-sociologica ha tentato di attribuire alla nozione di leadership, è utile analizzare ciò che, per esempio, Bernard Bass nel proprio manuale sull’argomento propone come soluzione alla questione. Egli elenca undici categorie di significati attribuiti alla leadership nel corso dell’ultimo secolo, che possono essere considerate un compiuto sunto di tutte le diverse correnti di pensiero:

1. Leadership come focus della dinamica di gruppo: il leader viene visto da alcuni autori come protagonista, punto di polarizzazione, centro focale di gruppo. La tendenza che si riscontra in queste prospettive di studio è di considerare il concetto di leadership strettamente legato a quello di struttura e dinamica di gruppo stesso;
2. Leadership come personalità e suoi effetti: questa definizione fa parte della teoria dei tratti secondo la quale si devono ricercare le caratteristiche che rendono alcune persone più capaci di altre nell’esercitare la leadership. Gli studiosi ricercano una definizione che descriva più le caratteristiche che il leader deve possedere per essere tale, piuttosto che una spiegazione gnoseologica del termine leadership;
3. Leadership come l’arte di indurre il consenso: la leadership è definita come l’abilità di manipolare le persone così da ottenerne il meglio con i minimi contrasti e la massima cooperazione attraverso il contatto face-to-face tra leader e subordinati; viene quindi vista come un esercizio di influenza unidirezionale, e pertanto sia il gruppo che i suoi membri vengono messi in secondo piano e considerati alla stregua di meri soggetti passivi;
4. Leadership come esercizio dell’influenza: l’utilizzo del concetto di influenza segna un passo decisivo nell’astrazione del concetto di leadership; gran parte degli studiosi che operarono già negli anni ’50 utilizzarono definizioni affini. Il concetto di influenza implica una relazione reciproca tra individui, non necessariamente caratterizzata da dominio, controllo o induzione del consenso da parte del leader;
5. Leadership come comportamento: questa definizione, caratteristica dell’Organizational Behavior, emerse nello stesso periodo della precedente; i ricercatori cercarono di spiegare quali fossero gli atti e i comportamenti caratteristici dell’esercizio della leadership, ovvero quelli propri di un individuo orientato alle attività di gruppo;
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6. Leadership come forma di persuasione: è un tipo di definizione che cerca di rimuovere ogni implicazione alla coercizione, focalizzando invece l’attenzione alla relazione con i seguaci. Più recentemente la strategia persuasiva è stata indicata come una delle modalità principali di leadership;
7. Leadership come relazione di potere: per spiegare questo tipo di affermazione, gran parte degli studiosi che l’hanno adottata hanno utilizzato due soggetti di riferimento, A e B, simulando tra loro relazioni di potere; se A induce B ad attuare dei comportamenti per raggiungere un comune obiettivo, allora si può affermare che A ha esercitato leadership su B;
8. Leadership come strumento per raggiungere l’obiettivo: quest’idea è comune a molti studiosi che l’hanno inclusa nelle proprie definizioni, ma alcuni più di altri hanno centrato la loro sul raggiungimento dell’obiettivo; questi studiosi considerano la leadership come forza principale per stimolare, motivare e coordinare coloro i quali si muovono per raggiungere un obiettivo comune;
9. Leadership come fattore emergente dell’interazione: ciò che differenzia questa affermazione dalle precedenti è il nesso di causalità; in questa si nota che la leadership viene considerata un effetto dell’azione del gruppo e non più un suo elemento formante. La sua importanza sta nell’aver messo in evidenza che la leadership emerge dal processo di interazione tra individui, e non avrebbe ragione di esistere senza di esso;
10. Leadership come ruolo di differenziazione: tale definizione fa parte della teoria dei ruoli, secondo la quale ogni individuo interagendo con altre persone o con un gruppo gioca un ruolo, solitamente diverso, dagli altri individui. Diversi autori utilizzano definizioni che vedono nella leadership un attributo che differenzia i membri all’interno di un gruppo;
11. Leadership come l’iniziazione di una struttura: con questa affermazione si vuole intendere che la funzione di leadership è indispensabile per l’avvio di una struttura e per il suo mantenimento e perseguimento di obiettivi nel tempo.
A chiosa della lunga trattazione, ci sentiamo di fare nostra un’unica e breve definizione del significato del concetto di leadership come oggi appare più aderente al contesto socio-economico; si può pertanto definire la leadership come “una forma di problem solving organizzativo, che mira a raggiungere gli obiettivi dell’organizzazione attraverso l’influenza sull’azione altrui”. Questa definizione permette di calarsi in maniera più coerente nel quadro aziendalista, che in questa sede assume maggior peso e rilievo; si noti però come racchiuda in sé i recenti sviluppi funzionalistici, e le più profonde caratterizzazioni del leader nell’ottica dell’impresa.

ETZIONI A., (1961), A comparative Analysis of complex organizations, The Free Press, New York.
MACHIAVELLI N., (1929), “Il Principe”, Le Monnier, Firenze
BLANCHARD K., HERSEY P., (1984), “Lifecycle theory of leadership”, Training and development journal, 23, pagg. 26-64.
TRENTINI G., (1990), “L’uno e i molti”, Milano.
SCHMIDT K., (1990), “Geschprach uber die Macht und den Zugang zum Machtaber”, Il Melangolo, Genova.
FIEDLER F., ( 1987), “Leadership experience and leadership performance”, Wiley, New York.
JACQUES E., (1990), “A general theory of burocracy”, Hienaman London.
BRYMAN A., (1992), “Charisma and leadership in organizations”, Sage, Londra.
BASS B.M., (1981), “Stogdills handbook of leadership”, Free Press, New York.
SPALTRO E., (1982), “Culture di coppia, di gruppo, di collettivo”, in Psciologia Sociale, Boringhieri, Torino.

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